Francesco Bearzatti Tinissima 4tet: Monk’n’Roll (CamJazz)

bearzattiÈ una questione generazionale. Quante volte mi è capitato di intervistare jazzisti, soprattutto americani,  che mi dicevano senza problemi  di essere cresciuti con il soul e e il funk ascoltato alla radio. Persino il “purissimo” Wynton Marsalis, come racconta anche nella sua biografia, da ragazzino mostrava velleità da trombettista più veloce del west. E quante volte mi è capitato di intervistare musicisti, soprattutto italiani, che avevano un pudore inspiegabile nel raccontarmi che la musica con cui erano cresciuti era quella degli anni sessanta e settanta, ma non Coltrane o Coleman, ma Led Zeppelin e Grand Funk. Che problema c’è? Se sei nato negli anni Sessanta è inevitabile. Non puoi essere stato allattato da Charlie Parker e tenuto a balia da Max Roach. Finalmente qualcuno esce allo scoperto. I primi segni si stanno vedendo qua e là: Bebo Ferra che suona Satisfaction, ripresa anche con Fresu, Giovanni Falzone che realizza la Led Zeppelin Suite, Mattia Cigalini (altra generazione, altra musica) col suo Beyond riprende le nuove stelline del pop e r ‘n b e Francesco Bearzatti che deflagra letteralmente (sempre che lo ascoltiate su un degno impianto stereo) col suo Monk’n’Roll. Qualche faccia storta l’ho già vista: capisco che innestare Trinkle Tinkle in Back In Black o Blue Monk in My Sharona possa lasciare perplessi, se non sconvolti al limite del mancamento. Tuttavia, credo che l’approccio giusto sia il più semplice: cominciare dall’inizio, da quel Misterioso che, come un fiume carsico, riemerge ogni tanto nel corso dell’ascolto, mescolato a Shine On You A Crazy Diamond dei Pink Floyd, seguito dagli zompi claudicanti di Bemsha Swing sul riff di Another Bites The Dust dei Queen e la spensieratezza furbetta di Bye – Ya adattata al rock’n’roll di Roy Orbison. Da qui si entra in un’arena dove, sotto una gigantesca foto di Thelonious Monk, si agitano i calzoni corti di Angus Young, la cresta bionda di Sting, la bocca gigantesca di Steven Tyler, lo sguardo truce di Lou Reed e quello da clown triste di Michael Jackson. L’aspetto singolare di tutto ciò è che nel quartetto nessuno suona la chitarra, strumento principe del rock, anche se il sax del leader e il basso elettrico di Danilo Gallo, opportunamente effettati, ne assumono il ruolo, assieme alla batteria di Zeno De Rossi, pesante e “dritta” quando serve, raffinata e articolata all’occorrenza. L’impressione che lascia questo album è quello di un gran divertimento che Bearzatti e Falzone (sì, ancora lui che torna sul luogo del delitto) si sono concessi, ma anche di una porta finalmente spalancata da cui le musiche possano passare, incontrarsi, mescolarsi, confrontarsi alla pari, senza pregiudizi. Long Live Monk’n’Roll!

Giulio Cancelliere

3 risposte a “Francesco Bearzatti Tinissima 4tet: Monk’n’Roll (CamJazz)

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