Intervista con Stefania Patané

WD197Al debutto discografico come solista, dopo alcune collaborazioni e un’ampia attività concertistica e didattica, Stefania Patané, cantante e compositrice catanese, esordisce con un album fortemente caratterizzato da ritmi e profumi afro-latini. Even Not 4 (Wide Sound) si segnala anche per la varietà di scansioni irregolari: sette quarti, cinque quarti, tre quarti, raramente un banale quattro quarti.
“È un disco che rappresenta il mio percorso musicale di questi anni, che comprende certamente il jazz, ma anche un’ampia gamma di altre musiche mediterranee, africane, sudamericane, che compongono il mio gusto. Sono arrangiamenti di pezzi conosciuti su cui lavoravo da tempo, assieme ad alcune composizioni originali.”
Hai studiato canto, sei diplomata, ma hai anche intrapreso lo studio delle percussioni. Mi pare che abbia influenzato il tuo stile, soprattutto improvvisativo.
“La mia formazione è piuttosto eterogenea, ho studiato anche chitarra. Certo, l’aspetto ritmico è molto importante per me, sia quando compongo, sia quando canto e improvviso. Penso che se rinascessi sarei una batterista. Tuttavia vorrei sottolineare anche la componente melodica della mia musica.”
È vero e aggiungerei anche il suono della lingua che usi spesso, il portoghese, oltre a linee melodiche che sanno di Brasile, ma anche di Africa occidentale.
“Hai detto bene, che sanno di Brasile, ma non sono prettamente brasiliane, filtrate attraverso il jazz e la mia sensibilità. La mia guida è sempre stata il jazz mainstream, Ella Fitzgerald per intenderci, ho studiato tanto con Bob Stoloff, ma la brasilianità, questa sensibilità per il sud del mondo mi accompagna da sempre spontaneamente, non posso prescinderne.”
foto stefania patanèDevo dire che mi ha piacevolmente  sorpreso la tua versione di Infant Eyes, la meravigliosa ballad di Wayne Shorter, che hai accelerato e trasformato in canzone con testo originale in portoghese.
“Sono una ammiratrice di Shorter, come tanti cantanti del resto e so di avere osato molto, ma aggiungo che parte della responsabilità è da imputare al pianista Luca Mannutza, che ha collaborato con me all’arrangiamento.”
Gli altri collaboratori di questo disco sono Daniele Sorrentino al basso e Nicola Angelucci alla batteria, che completano il quartetto base, con l’aggiunta di Paolo Recchia ai sax soprano e contralto e Bob Stoloff, special guest in una originalissima versione a cappella di On Green Dolphin Street, in cui entrambi mettete in evidenza le vostre doti di strumentisti della voce. Tra l’altro tu hai lavorato a lungo anche con un’altra grande cantante: Norma Winstone.
“Una grande donna e una grande artista dalla quale ho imparato tanto. Norma è una persona generosa e umile con la quale ho stretto un bellissimo rapporto da tanti anni.”
Patané è un cognome celebre nel campo della musica classica: Francesco e Giuseppe Patané sono stati grandi direttori d’orchestra. Ti hanno lasciato qualcosa in eredità del patrimonio classico-operistico in termini di gusto e passione?
“Non proprio: Giuseppe Patané era cugino di mio padre e Francesco fratello di mio nonno. Da loro ho ereditato senz’altro la passione per la musica, anche la musica classica, ma il melodramma è un genere che non mi emoziona particolarmente.”
Sei uno dei rari casi di musicista-medico, essendoti laureata in medicina. Hai mai esercitato?
“Diciamo che il trait-d’union tra musica e medicina è che la mia tesi di laurea riguardava la foniatria, quindi metto a frutto le mie conoscenze mediche nell’attività didattica, di preparazione dei cantanti attraverso tecniche particolari come l’Estill Voicecraft e altre che ho ideato io stessa.”

Giulio Cancelliere

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