Intervista con Davide Borra (Kachupa)

01_FOTO Kachupa_bIn tempi di globalizzazione consolidata non sorprende più una band che mette assieme melodie del bacino mediterraneo con ritmi balcanici, rumba africana, afrori caraibici e canti occitani, ma Kachupa ha una storia del tutto particolare, a partire dalla sua origine gastronomica: Kachupa, infatti, è una zuppa tipica di Capo Verde fatta di verdura, frutta, legumi, cereali e pesce, ingredienti poveri, ma nutrienti, che forniscono l’energia vitale che anima questa band. Ho chiesto a Davide Borra, fisarmonicista e fondatore della band, di raccontarmi la storia di Kachupa, formazione che ha già un disco alle spalle, Gabrovo Express, del 2006, pluripremiato, e ora sta pubblicando Terzo Binario, un cofanetto che comprende un CD e un libro col patrocinio di Slow Food.
“Nasce tutto da un mio viaggio in Africa. All’epoca lavoravo con gli altri musicisti in un gruppo teatrale e la sensazione di libertà, armonia, gioia di vivere che provai suonando la fisarmonica su queste immense spiagge dell’arcipelago di Capo Verde mangiando Kachupa, mi spinse, al mio ritorno, a chiedere agli altri ragazzi di metter assieme un’orchestra per suonare una musica che sintetizzasse queste sensazioni, ma soprattutto, che fosse una musica semplice come la Kachupa, povera, di strada, che tutti potessero recepire.”
E siete diventati una band di strada vera e propria.
“Infatti: la strada è diventata la nostra sala prove, dove capivamo cosa piaceva alla gente, cosa gradiva di più, cosa la entusiasmava.”
Giravate con un carro come le antiche compagnie di teatranti.
“Abbiamo adattato un vecchio carro di un mio prozio a palcoscenico, aggiungendovi una mantovana, colorandolo in rosso, giallo e blu, come un circo, su cui montavamo la batteria, o meglio, la grancassa, perché gli altri tamburi erano in realtà pentolame, forme di budini e tutta quanto si può percuotere, anche questi coloratissimi, un apparato che attirava subito l’attenzione della gente che si fermava ad ascoltarci.”
E dove giravate?
“Abbiamo girato molto in Francia, tutta la Costa Azzurra, sino a Marsiglia. E poi in Italia, soprattutto al sud, tra Puglia e Calabria.”
Dove tra l’altro ci sono antiche comunità occitane, come nelle valli della tua terra in provincia di Cuneo.
02_FOTO Kachupa_b“Certo, l’estate scorsa vicino a Barletta abbiamo incontrato una scuola di danze occitane, con dei ballerini bravissimi.”
Voi siete nati sette-otto ani fa e nel frattempo sono nate anche altre formazioni che sfruttano questa formula che si riassume sbrigativamente con il termine patchanka, ognuna con la sua caratteristica peculiare. Qual è il vostro punto di forza che vi differenzia dalle altre?
“Credo la nostra cantante Lidiya Koycheva, è bulgara e ha una gran voce. Inoltre utilizziamo anche strumenti elettronici, inseriamo nella nostra musica elementi rock, non ci poniamo alcun limite.”
Questo fenomeno di riscoperta della musica folk ha delle analogie con ciò che accadde negli anni Settanta con formazioni quali Nuova Compagnia Di Canto Popolare, Carnascialia, Canzoniere del Lazio, anche Premiata Forneria Marconi per certi versi, anche se su un fronte più prog. Come la spieghi?
“Io credo che sia una reazione all’omologazione imperante: esiste un modello, quello radiofonico imposto dalle major, che pone dei confini alla creatività, anche se molti musicisti vi si adeguano. Altri, invece, decidono di provare altre strade, molto più larghe e spaziose, dove si può provare a rileggere ciò che è stato in passato, con una visione nuova, seguendo quel che pulsa nel cuore.”
COVER_TERZO BINARIO_Kachupa_bOra però anche voi avete fatto dei dischi e qualche condizionamento, qualche compressione l’avrete subita?
“Sì, ma solo fino a un certo punto. Nei dischi abbiamo messo i pezzi che abbiamo scritto e che per anni abbiamo suonato per strada. Li abbiamo arrangiati in modo da dare una veste più rock, se vuoi più moderna e fruibile per un CD, ma stiamo lavorando anche a un progetto più sperimentale basato su suoni e vocalizzi molto free. Comunque nessuno ci ha imposto niente. È tutta roba nostra, genuina e spontanea.”
Il disco esce con un libro che racconta la vostra storia. Come mai?
“L’idea del libro nasce dall’esigenza di raccontare ciò che si muove dietro e attorno alla nostra musica, ma anche una storia che ha qualcosa di straordinario e vuole essere un incoraggiamento per chi non vuole omologarsi a perseguire la propria  idea crativa. La vicenda di Kachupa è emblematica.”
E Slow Food cosa c’entra?
“Carlin Petrini, patron di Slow Food, ci ha spinto a scrivere il libro e ne ha scritto la prefazione. Noi crediamo nella biodiversità, sia nel cibo, sia nella musica, non per niente siamo Kachupa.”
Suonate ancora per strada?
“Qualche volta.”

Giulio Cancelliere

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