Intervista con Claudio Filippini

FIlippini_Foto A. BoccaliniTra i nuovi talenti pianistici emersi negli anni zero, Claudio Filippini è da annoverarsi in quella sempre più folta schiera di studenti del conservatorio che, parallelamente, coltivano anche un interesse extra-accademico, condizione ormai tollerata da molti insegnanti. Ciò gli ha consentito di mettere a frutto tecnica e preparazione classiche su un repertorio che richiede certamente doti creative, ma anche una buona dose di abilità sulla tastiera. La frequentazione del Columbia College of Music di Chicago, i seminari senesi e i workshop sotto la guida di Kenny Barron, George Cables, Jimmy Owens, Joey Calderazzo, Enrico Pieranunzi, Franco D’andrea, Otmaro Ruiz, Stefano Bollani, Stefano Battaglia, hanno forgiato lo stile di questo pianista pescarese, consentendogli di confrontarsi senza difficoltà con senatori del jazz quali Roberto Gatto, Stefano Di Battista, Giovanni Tommaso, Maria Pia De Vito, Rosario Giuliani, Battista Lena e molti altri.
Il nuovo disco lo vede affiancato da una straordinaria sezione ritmica dalle caratteristiche davvero peculiari, tanto da ispirargli il titolo Facing North, trattandosi del contrabbassista svedese Palle Danielsson e del batterista finlandese Olavi Louhivuori: storico partner di Keith Jarrett nel Belonging Quartet il primo, brillante talento coetaneo di Filippini, già ammirato al fianco di Lee Konitz, Anthony Braxton, Marilyn Crispell, Tomasz Stanko e Susanne Abbuehl, il secondo.
Come è avvenuto l’incontro?
“Ero in un periodo abbastanza complicato musicalmente parlando, tutto ciò che suonavo o componevo mi sembrava scontato e noioso, gli stimoli esterni non aiutavano, poiché non mi piaceva niente. Sono cose che capitano, soprattutto se lavori a lungo con gli stessi musicisti, il suono si cristallizza e cerchi un modo per venirne fuori.”
Facing_North_CoverNemmeno un disco di piano-solo ti avrebbe aiutato?
“No, sicuramente, ero in panne, come si suol dire. Quando mi fu proposto di registrare un disco con Palle e Olavi ho capito che sarebbe stata la svolta che aspettavo. Avevo finalmente un obiettivo e lo volevo raggiungere al meglio della forma, così mi sono fatto coraggio e  ho cominciato a scrivere con un  nuovo spirito.”
Li conoscevi già?
“Avevo incontrato Olavi a Roma ad un festival, ma per niente più che un saluto, mentre Palle l’ho conosciuto personalmente solo il giorno in cui siamo entrati in studio.”
Una bella sfida e un bel rischio. Poteva anche non funzionare.
“Certo, è stato un rischio grandissimo per me e per la CamJazz che se lo è accollato, anche se da subito si è capito che le cose sarebbero andate bene. A parte la comunicazione orale con l’inglese, non sempre scorrevole – spesso facevo prima a suonare le cose che volevo piuttosto che spiegarle – si tratta di persone squisite che ti mettono a tuo agio. In due giorni abbiamo registrato tutto, effettuando pochissime take e scegliendo quasi sempre le prime, più fresche e spontanee.”
Sei arrivato in studio con i pezzi già scritti e arrangiati?
“Sì, in un certo senso, ma suonando con loro hanno assunto forme molto diverse da come li avevo immaginati originariamente, sia i miei, sia quelli di altri autori, che avevo selezionato, come Adele, i Beach Boys, Gershwin.”
Ma cosa ti è piaciuto di questi musicisti?
“Di Palle avevo sempre ammirato il suo stile cantabile sul contrabbasso. La mia formazione è basata molto sull’aspetto ritmico del jazz, molto afroamericano, e il suo stile si discostava da questa matrice. Non sono mai stato un seguace accanito del Nordeuropa musicalmente parlando.”
E di Olavi cosa mi puoi dire?
“Ha delle sonorità spiazzanti, che estrae da un set di batteria assolutamente standard: rullante, tom, timpano, tre piatti e un’infinità di oggetti, aggeggi vari che appoggia su un tavolino accanto alla batteria. Suonavamo nella stessa stanza, ma io ero girato in modo che non gli vedessi bene le mani, per cui mi sorprendeva con dei suoni pazzeschi, che sono un grande stimolo creativo.”
Filippini_PH_ANDREA_BOCCALINICome ti è venuta in mente Adele?
“Chasing Pavements è un pezzo che impazzava alla radio qualche anno fa e me l’ero appuntato, come faccio spesso quando sento una canzone che mi stimola. E poi mi piacciono i contrasti ed ero curioso di sentire come un musicista quale Palle Danielsson avrebbe suonato un pezzo di Adele, che probabilmente non aveva mai sentito.”
Però Adele è della tua generazione, mentre i Beach Boys di God Only Knows sono della mia. Come ci sei arrivato?
“Ho qualche disco, come Pet Sounds, li trovo molto speciali e particolari.”
Lo sai che Charles Lloyd ha suonato molto con loro?
“Ecco il nesso anche con Palle Danielsson!”
Ora fate qualche data con questa formazione: il 5 marzo al Jazz in Eden di Brescia, il 6 al Panic di Marostica e il 7 al Festival Visioni In Musica di Terni. E poi?
“E poi è in programma un altro disco a metà aprile.”
Ancora ai leggendari Bauer Studios di Ludwigsburg?
“Sì, è un posto fantastico, pieno di fascino, un paesino con poche case e questi studi storici dove sono stati registrati molti dischi ECM, compresi quelli del quartetto europeo di Jarrett. L’assenza di distrazioni ti aiuta a concentrarti solo sulla musica.”
Stai diventando un pianista nordico.
“Be’, suonando con loro il mio stile sta assumendo qualche elemento di quel tipo, spazi, silenzi.”
Stai lavorando anche con altri in questo periodo?
“Sto suonando molto col quartetto di Fabrizio Bosso: il 10 marzo saremo all’Auditorium di Roma e a maggio torneremo in Giappone. E poi faccio qualche concerto con Fulvio Sigurtà in duo, piano e tromba. A primavera inoltrata dovrei fare qualche concerto anche con Mario Biondi.”
E da solo?
“Suono poco da solo, ho fatto qualche concerto e anche un album nel 2009, ma non ho grandi spinte in quella direzione.”
Non è obbligatorio, anzi, meglio astenersi se non lo si sente.
“Completamente d’accordo!”

Giulio Cancelliere

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