Intervista con Peter Cincotti

Peter Cincotti ph. Burton YountPuò risultare straniante lasciare un musicista che si diletta con Fats Waller e Nat King Cole, Beatles e Blood Sweat & Tears nel 2004, e ritrovarlo otto anni dopo con la stessa faccia da ragazzino (ha meno di trent’anni), ma impegnato in un pop mainstream con i suoni degli anni Ottanta. Tuttavia la musica è un viaggio: il luogo di partenza è noto, ma la destinazione è sconosciuta, tanto meno le tappe intermedie. Peter Cincotti è di New York, viene dalla scuola del jazz, è un talento naturale, ha iniziato a suonare il piano a tre anni e ricorda, per certi versi, il percorso fatto da Harry Connick jr, altro ex bambino prodigio di New Orleans, passato dal jazz della tradizione al pop, al cinema e alla televisione, anche in veste di attore. Il suo ultimo lavoro Metropolis, è un concept solo indirettamente ispirato all’omonimo film di Fritz Lang.
“È stato un processo abbastanza complesso. Non avevo mai visto il film, solo qualche foto e negli ultimi due anni mi ero dedicato alla scrittura di canzoni. Ne avevo composte una trentina. Poi vidi il film e scrissi la canzone Metropolis, che in qualche maniera cercava di unire i fili che legavano alcune delle canzoni che avevo composto attorno a un concetto di società futuribile ipotetica, ma probabile, abbastanza simile alla nostra, moderna, tecnologica, ma con gli stessi problemi di convivenza, sentimentali, di auto-realizazione. In questo il film di Lang era eccellente, perché poneva delle domande che valgono ancora oggi e che io pongo metaforicamente nelle canzoni: per cosa si vive? quali valori perseguire? che tipo di società ci aspetta?”
33862_PeterCincotti_Metropolis_COVER_RGB-1024x1024La title-track termina proprio con un suono antico di pianoforte. Rappresenta il legame col passato?
“Esatto: simboleggia il mondo da cui veniamo e che Fritz Lang in qualche maniera prediceva, anche se poi le cose non si sono realizzate esattamente così, ma è pure il mio legame con le radici, che affondano nel jazz e nella tradizione americana.”
Ti sarebbe piaciuto vivere all’epoca dei tuoi idoli giovanili come Nat Cole, Fats Waller, Shirley Horn, Ray Charles?
“A volte guardo con nostalgia a quei tempi che non ho vissuto, ma che dovevano essere favolosi musicalmente, ma poi chissà, magari se avessi vissuto in quegli anni avrei desiderato essere nato in epoca vittoriana.”
Pensi che viviamo in un’epoca creativa musicalmente parlando?
“È una domanda difficile. Non so risponderti precisamente. Credo che ci siamo molto talento in giro, ma penso anche che gran parte della musica che ascoltiamo sia stata creata da macchine che, pur manovrate da uomini, poco hanno a che fare con strumenti veri. Penso all’epoca di Cole Porter, quando gli autori scrivevano ogni giorno canzoni o agli anni settanta, quando gente come Paul Simon, Billy Joel, James Taylor componeva capolavori che ancora oggi amiamo. Alla radio sento cose che mi piacciono, ma avverto anche una certa freddezza.”
foto Molinari_CincottiAnche tu ha usato l’elettronica in Metropolis.
“Direi soprattutto il produttore John Fields, che ha lavorato molto con le macchine e i suoni software, ma è stato tutto molto spontaneo, nel senso che sceglievamo quello che ci piaceva e, soprattutto, l’abbiamo mescolato a strumenti veri: ogni pianoforte che senti è reale, le batterie vere sono mixate con quelle computerizzate, funzionali al clima futuribile che è al centro del disco.”
Componi prevalentemente al piano o usi anche macchine elettroniche?
“Al piano. Non sono molto pratico di tastiere e computer, anche se tengo sempre aperta quella porta. Ho un’attrezzatura molto semplice che mi permette di fare qualche esperimento sui suoni.”
Qual è oggi il range dei tuoi gusti musicali?
“Vado da Irving Berlin a Eminem.”
Non ci credo che ti piace Eminem.
“Sì, i primi due dischi erano piuttosto originali.”
L’ultimo disco che hai comprato?
Born And Raised di John Mayer.”
So che hai lavorato di nuovo con Simona Molinari, dopo i duetti del suo disco dell’anno scorso.
“Sì, abbiamo lavorato in studio a pezzi nuovi. È bello lavorare con lei, perché è tutto molto spontaneo e naturale. E poi è brava.”
Conosci altri artisti italiani?
“Solo Simona. D’altra parte, dopo avere conosciuto lei non hai bisogno di conoscere altri.”

                                                                                                                Giulio Cancelliere

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