Intervista con Dino Rubino

Non capita così spesso di innamorarsi di un disco, soprattutto se si ha a che fare con quantità abnormi di musica ogni giorno. Eppure Zenzi mi ha colpito subito per la sua cantabilità, leggerezza e intensità, le caratteristiche peculiari della grande artista sudafricana che l’ha ispirato e che Dino Rubino, pianista e trombettista siciliano, ha infuso nella sua registrazione. Miriam Makeba era tutto questo e il legame col nostro Paese paradossalmente si è consolidato e spezzato nello stesso istante in cui è mancata, subito dopo un concerto a Castelvolturno nel 2008, invitata da Roberto Saviano per un’iniziativa culturale contro la camorra.
Lo stesso “colpo di fulmine” è quello che ha folgorato  Dino Rubino dopo avere letto la biografia di Mama Afrika.
“Non conoscevo la sua musica, ma dopo avere letto la sua storia, la sua vita, il suo impegno, sono andato a sentirla e ho avvertito l’esigenza di fare questo album. Tra l’altro Paolo Fresu mi aveva proposto la produzione di un disco per la sua etichetta Tuk e quando gli ho sottoposto questo progetto ha subito accettato.”
È un disco che assomiglia molto a Miriam Makeba e forse è per questo che mi è piaciuto così tanto, ma anche perché, a differenza di ciò che fanno solitamente i pianisti, non ti sei voluto complicare troppo la vita armonicamente parlando. Mi sembra che fluisca tutto piuttosto spontaneamente.
“È così, in effetti. In realtà non mi piace la musica troppo cervellotica e in questa situazione ancor più mi sono voluto attenere a uno spirito che non stridesse con la musicalità di Miriam Makeba. L’aggettivo cantabile è stato un termine chiave e di riferimento.”
Con Stefano Bagnoli e Paolino Dalla Porta, i musicisti che ti affiancano, hai una consuetudine che ti ha permesso questa spontaneità?
“Suono con loro da diversi anni, da quando, con Francesco Cafiso, avevamo il gruppo 4Out. Poi il quartetto è stato sciolto da Francesco, ma noi abbiamo continuato a suonare insieme.”
Questa cantabilità che ti appartiene viene prevalentemente dall’attività di pianista o trombettista?
“Direi da quella di trombettista, soprattutto per un fatto tecnico: prima di emettere una nota alla tromba te la devi cantare dentro te. Questo ha risvegliato probabilmente un senso melodico latente, che si è riversato anche sul pianoforte.”
Quando hai cominciato a suonare la tromba?
“A quattordici anni. Allora studiavo pianoforte al conservatorio, vidi un concerto di Tom Harrell in un piccolissimo club a Umbria Jazz e al termine dissi a mio padre che volevo suonare la tromba. Così feci. Lasciai gli studi di pianoforte classico, che ripresi e completai solo a ventuno anni. Successivamente ebbi dei problemi ai denti che mi impedirono di proseguire con la tromba per almeno tre anni. Superati anche questi, ora gestisco entrambe le cose abbastanza senza stress.”
Mentre registravi la musica di Miriam Makeba ti è mai venuto in mente Abdullah Ibrahim, il grande pianista jazz sudafricano?
“Altroché, è uno di miei principali riferimenti e avevamo in mente di fargli scrivere le note di copertina, c’era anche un mezzo accordo, ma poi le cose sono andate diversamente.”
Ora che cosa hai in programma?
“Sto suonando molto dal vivo. Ho fatto un tour con Francesco Cafiso e l’Island Blue Quartet in Sudamerica, ho fatto quattro concerti con Enrico Rava in Sicilia in una formazione che prevedeva solo musicisti siciliani.”
Suonavi solo il piano o anche la tromba?                                                                 “Anche la tromba, con Enrico non posso farne a meno, visto che è lui che mi incoraggia sempre. Suonerò con Rava ancora a dicembre. Inoltre ho fatto dei concerti con Steve Grossman e per tutto il prossimo mese ho molti concerti con questo trio di Zenzi. Tra l’altro il 18 dicembre a Milano saremo al Teatro Dal Verme con una formazione che prevede anche due giovanissimi musicisti siciliani, Giovanni e Matteo Cutello, suonano sax e tromba, hanno 11 e 12 anni e sono bravissimi.

Giulio Cancelliere

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