Joe Jackson al Teatro Nazionale di Milano

Non sembrano nemmeno passati  30 anni dal capolavoro Night And Day e 29 da quando vidi Joe Jackson la prima volta al Rolling Stone di Milano il 25 gennaio 1983 (ho i miei motivi per ricordarlo): già allora Sue Hadjopoulos zompava sulle percussioni nell’intro di Another World e nella seguente Target, che ancora oggi vengono eseguite in medley assieme all’hit Steppin’ Out. E anche oggi, come allora, Joe Jackson saluta il pubblico al termine del concerto con la sua A Slow Song, l’appello accorato ai dj affinché abbandonino il format omologato e si lascino andare alla passione e al sentimento per una volta. Ripensandoci, forse già allora c’era una luce che illuminava la foto di Duke Ellington sul comodino di Jackson, ma non aveva il coraggio di dirlo – non si era spinto oltre Jumpin’ Jive e la copertina simil-BlueNote di Body And Soul – per non sembrare pretenzioso. Eppure con quella voce sgangherata da monello punk, che non è mai cambiata da Look Sharp a oggi, avrebbe potuto dire qualsiasi cosa e sarebbe stato preso sul serio.  Solo i capelli sono diventati bianchissimi e, quando elegante, sbuca da dietro le quinte e si siede al piano digitale, è un caloroso applauso  di fan vecchi e nuovi che lo accoglie. Il successo controverso di The Duke (ma come si è permesso di rivoltare la sacra musica del Duca come un calzino? Farla suonare persino dal satanico Steve Vai e dallo scandaloso Iggy Pop?) lo ha riportato alla ribalta e l’attacco solitario del brano-manifesto It Don’t Mean A Thing inaugura un concerto per certi versi memorabile. Nessuno, prima di lui, era riuscito a conciliare così armonicamente lo swing di Rockin’ In Rhythm in versione New Orleans twist (sua la definizione con tanto di basso tuba suonato dal bassista Jesse Murphy ) col pop raffinato di It’s Different For Girls (da I’m The Man) e You Can’t Get What You Want (ancora da Body And Soul), l’esotismo di Caravan, cantata in farsi dalla multistrumentista Allison Cornell, con la nostalgia tormentata di Hometown (dal variegato e non fortunatissimo Big World). Anche Duke era un sentimentale (Mood Indigo coi bellissimi assoli di Adam Rogers alla chitarra e Regina Carter al violino) esattamente come Jackson (Be My Number Two, Is She Really Going Out With Him?, con risposte dal pubblico, com’è tradizione); era un testimone del suo tempo (Take The A Train, The Mooche e Black & Tan Fantasy in versione electric jungle) come  Jackson quando canta  We Can’t Live Together puntando il dito contro gli squilibri del mondo. Il musicista britannico si conferma artista intelligente e raffinato, buon cantante (pochissimi i cedimenti vocali) e pianista di gusto, non un virtuoso, ma abile a sufficienza per rievocare le armonie del Duca e organizzare misurati assoli. Standing ovation meritatissima.

Giulio Cancelliere

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