Stefano Pastor: Songs (Slam)

Per una di quelle ragioni imperscrutabili (in realtà scrutabilissime: il gran caos che regna sul mio tavolo), che occorrono a chi fa questo mestiere di ascoltatore e raccontatore delle opere altrui, mi era sfuggito questo album uscito ormai da diversi mesi. Stefano Pastor è un violinista dalla cospicua esperienza, sia in campo classico, sia in quello jazz e sperimentale. Questo è il suo secondo lavoro da solista, inteso in senso letterale, poiché ogni suono registrato nel disco è prodotto esclusivamente dal violino senza l’ausilio di apparecchiature midi che ne alterino la natura sonora, ma con modificatori di suono come delay, chorus, phaser, distorsori, in uso solitamente ai chitarristi. Ciò significa tutto e niente, in realtà, perché chi usa l’elettronica creativamente è ugualmente commendevole, tuttavia incuriosisce la capacità di Pastor di adottare tecniche sullo strumento atte a trasformarlo in sassofono, chitarra, organo, sintetizzatore con efficace realismo. Intendiamoci, la sua ricerca non parte da zero, già Jean-Luc Ponty oltre quarant’anni fa si baloccava con effetti, pedali e l’elettronica analogica a disposizione in quell’epoca, ma Stefano Pastor aggiorna la sperimentazione con intelligenza, senza farsi prendere la mano dalla tecnologia e sfruttando tutte le possibilità naturali dello strumento, dal pizzicato, alla percussione della cassa, allo sfregamento con spazzolini da denti, sovrapponendo le tracce, armonizzandole e trasformandosi in un tipico trio jazz, basso-batteria-violino per I Got Rhythm o orchestrando tempeste elettriche su temi brasiliani come Beatriz di Edu Lobo e Quem È Vocè di Lyle Mays o la sezione d’archi (uno solo, sovrapposto) su You Go To My Head, che canta in surplace, quasi indifferente alla nebulosa sonora che gli orbita intorno, mentre il solo di violino assume connotati sassofonistici. Il motivo hendrixiano Purple Haze sembra un delirio alcolico di Steve Vai, ma la traduzione violinistica ne moltiplica l’inquietudine allucinata. La scelta di concludere con Duke Ellington’s Sound Of Love di Charles Mingus è tanto originale quanto simbolica: riunire due giganti del jazz, che amavano le grandi compagini e racchiuderli nel suono di un solo strumento, che “soffia” come il tenore di George Adams.

Giulio Cancelliere

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