Ravi Shankar: Raga Mala, La Mia Vita, La Mia Musica (Arcana Edizioni) €24,00

Ho appena terminato di leggere Raga Mala, l’autobiografia di Ravi Shankar. In realtà è la seconda autobiografia di Shankar, perché nel 1968 era già uscito My Life, My Music, ma trattandosi di un uomo nato nel 1920 un aggiornamento sugli ultimi cinquant’anni è più che giustificato. Non pensate male sul titolo, nessuna demonizzazione della musica, tanto meno quella indiana, Raga Mala significa Ghirlanda di Raga   in hindi e ogni capitolo è indicato con il nome di un raga composto da Shankar. Per chi non lo sapesse, raga è la forma melodica alla base della musica classica indiana, ma in fondo al libro c’è un ricco e indispensabile glossario. Confesso che ignoravo moltissimo sulla vita e la musica di quest’uomo, nonostante sia il musicista indiano più conosciuto al mondo, anche se forse si contende il primato con Zubin Metha, che è più giovane di lui, comunque. A parte alcune apparizioni epocali come quelle al festival di Monterey, a Woodstock, al concerto per il Bangladesh, la colonna sonora del film Chappaqua e qualche disco sparso, non conoscevo molto di più. Una dozzina d’anni fa si era saputo, sul fronte del gossip, che aveva una figlia naturale, Norah Jones, con la quale si era riconciliato di recente. Lui la racconta in modo diverso, ma, personalmente, quando incontrai Anoushka Shankar, l’altra figlia di Ravi, e le chiesi di Norah, mi rispose senza imbarazzi che la considerava una buona amica, forse non esattamente una sorella, ma ci andava d’accordo.
Tuttavia, la vita di quest’uomo è stata eccezionale, sia dal punto di vista professionale, ha iniziato da bambino a esibirsi in Francia e nel resto del mondo, sia da quello privato: ha avuto tre mogli e uno smisurato numero di amanti, fidanzate, amiche intime, avventure occasionali. Lui stesso ammette che quando vedeva una donna appena piacente se ne innamorava e faceva di tutto per conoscerla, salvo poi pentirsene dato che era fidanzato con altre due o tre o era già sposato. Per un giovane alto un metro e sessanta in giro per il mondo son soddisfazioni.
Ecco, da questo lato, il libro è intriso di un senso di colpa che lo percorre in buona parte per ciò che Ravi ha fatto o non ha fatto e, a lungo andare, è anche un po’ stucchevole, ma la parte artistica è una girandola di esperienze straordinarie tra danza, musica, teatro, cinema, spettacolo che fanno quasi dubitare sulla veridicità di quanto affermato, considerato il numero elevatissimo di composizioni e realizzazioni. Ci si chiede, infatti, come possa un uomo come lui trovare il tempo materiale per comporre, suonare, esibirsi, insegnare e avere una vita privata così rutilante. Non per niente, ad un certo punto qualche problema di salute si fa sentire, ma questo non rallenta più di tanto il ritmo dei suoi impegni, se non negli ultimi anni.
Raga Malaè un volume interessantissimo (il prezzo è un po’ caro) se vi piace la musica indiana e non solo, visto che parla ampiamente anche del suo amico carissimo George Harrison e dell’ambiente pop-rock -l’ex Beatle è anche autore di una breve prefazione – ma instilla sempre quel dubbio che personalmente coltivo sul biografismo e su quanto possa influenzare il giudizio sull’opera d’arte. Ora, quando sentirò un raga di Ravi Shankar saprò tanto in più su come l’ha composto e da cosa deriva – Shankar è uno dei più grand innovatori della musica classica indiana del 20° secolo – ma non potrò fare a meno di pensare anche alle sue avventure amorose, la giusta furia della sua prima moglie Annapurna che lui tradiva apertamente, la morte di suo figlio Shubo, le polemiche per Norah, le accuse di fuga dall’India per la dorata Hollywood e tanto tanto altro. Sarà meglio o peggio? Maggiore consapevolezza sul compositore o distrazione dall’essenza della musica?

Giulio Cancelliere

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