Intervista con Davide Di Chio

Esce in questi giorni Aprile, il secondo album di Davide Di Chio, chitarrista pugliese di estrazione eterogenea e di attitudine cameristica, che si inserisce in un filone di musica acustica, in lenta crescita in Italia, spaziando dalla classica al jazz, passando per folk e sperimentazione, spesso rimescolando le componenti e creando nuove formule.
Come hai concepito la tua proposta musicale?
E’ importante fare un distinguo: mentre a livello strumentale, pur non avendo una formazione accademica tradizionale, ho sempre studiato, approfondendo le tecniche chitarristiche ed il linguaggio jazzistico con differenti insegnanti, nella scrittura sono completamente autodidatta. Le mie composizioni sono certamente frutto di ore e ore passate ad ascoltare e a trascrivere dischi di ogni genere musicale, anche se con una maggior predilezione, soprattutto dagli anni dell’adolescenza in poi, per la musica afroamericana.
Chi erano i modelli a cui ti ispiravi maggiormente negli anni formativi, non necessariamente chitarristici?
Ho cominciato a suonare la chitarra intorno ai 16 anni – fino ad allora avevo studiato pianoforte – ascoltando le rock band degli anni ’80, Simple Minds e U2 su tutti; in particolar modo mi piaceva il suono di The Edge, così semplice nella scelta dei voicing e così ricercato nelle sonorità con l’impiego massivo di delay, eco e reverberi. Poi sono venuti gli anni della formazione jazzistica con l’ascolto intensivo di pianisti e sassofonisti – Bill Evans e John Coltrane in particolare  – e di alcuni chitarristi, soprattutto Wes Montgomery e Kenny Burrell.
Perché hai scelto la chitarra acustica come strumento d’elezione?
A parte i jazzisti, chitarristicamente l’influenza maggiore su di me nel corso degli anni è stata probabilmente esercitata dal movimento tropicalista sudamericano in genere e da Baden Powell in particolare e di ciò vi è traccia soprattutto nel primo disco. In seguito mi sono avvicinato alle sonorità acustiche tipiche del folk nordamericano con l’utilizzo di accordature aperte ed alla tecnica classica del contrappunto nell’arrangiamento delle parti scritte. Tutti elementi che unitamente alla ricerca di un suono elettrico, rappresentano, in sintesi, la direzione verso la quale ultimamente mi sto indirizzando.
Sei iscritto alla SIAE dal 98 come compositore, ma il primo disco Fratello Mare Lontano è del 2007. Hai composto musiche anche per altri nel frattempo?
No, al momento non ho scritto per altri, anche se non nego che mi piacerebbe molto.
Molti dei brani del lavoro di esordio erano pronti ben prima del 2007. Il primo disco era un lavoro meno omogeneo anche perché scontava il fatto di essere stato scritto in un intervallo di tempo piuttosto ampio.
Aprile è certamente un lavoro più evoluto, scritto in un intervallo di tempo più breve, cercando di semplificare il linguaggio musicale, mediante l’accurata scelta dei suoni e la razionalizzazione delle parti scritte e improvvisate. In ciò è un tipico disco di modern jazz.
Lo definisci un prodotto glocal: cosa c’è di locale e cosa di internazionale in questo disco?
E’ una bella domanda: locale è la ricerca di un sound acustico e mediterraneo, legato alle mie radici, dalle quali però è imprescindibile evolversi per cercare di proporre qualcosa di personale;  internazionale è la scelta del linguaggio, tipico del jazz moderno, sempre più ricercato negli arrangiamenti e nella sintesi di elementi derivanti da generi musicali differenti, finalizzata ad esaltare la cantabilità delle melodie.
Sei già riuscito a farti sentire all’estero?  Che soddisfazioni hai avuto sinora dal pubblico italiano per la tua proposta musicale?
Beh, il disco di esordio Fratello Mare Lontano edito nel 2007 dall’etichetta salentina Dodicilune è stato ottimamente recensito dalla stampa specializzata italiana; alcuni brani sono stati presentati su Radio France. Non posso negare che i riscontri siano stati finora molto di nicchia; spero che Aprile uscito per la Abeat di Mario Caccia possa essere apprezzato in Italia ed all’estero da un utenza più ampia di ascoltatori perché è ad essa che mi rivolgo. Non mi è mai piaciuto scrivere musica per gli addetti ai lavori. Mi piace scrivere per il pubblico.
Che chitarre usi? Ho visto nel tuo sito che mostri anche una chitarra semiacustica che sembra artigianale e nelle foto di copertina del disco una chitarra acustica molto particolare.
La chitarra fotografata nelle foto del CD è una Babicz, una acustica industriale americana che ha la particolarità di avere le corde “attaccate” a raggiera sulla tavola armonica, caratteristica che contribuisce ad arricchire di molto il suono di armonici e conseguentemente di sustain. È’ una delle poche chitarre industriali che possiedo.
Preferisco utilizzare gli strumenti che per me costruiscono due formidabili liutai italiani: Roberto Fontanot di Liuteria Per Amore di Verona, che mi fornisce le chitarre slim con le corde in nylon e Pino D’Elia di Mirabella Eclano (AV) che è l’autore della chitarra semiacustica la cui foto è riportata nel mio sito e dell’altra chitarra acustica da me impiegata nella realizzazione di Aprile.
Adotti anche accordature aperte?
Le accordature aperte sono una potenzialità enorme e fortemente sottovalutata della chitarra con la quale spesso mi piace cimentarmi. Il semplice accordare la chitarra in Dropped D cambia completamente il timbro dello strumento arricchendolo di armonici.
Il prossimo disco conterrà una composizione con la chitarra accordata in CGCGCD
Attualmente con quale formazione ti presenti dal vivo?
Mi piace sperimentare tutte le situazioni dal guitar solo – anche con l’ausilio di pedal looper – al quartetto con la classica sezione ritmica (contrabbasso e batteria) più l’aggiunta dei fiati che è poi la formazione con cui ho registrato Aprile.
Ho avuto modo di verificare l’alchimia particolare che si crea suonando in drumless trio con il contrabbasso ed il flauto o sax soprano; è una dimensione cameristica che consente di esaltare le dinamiche spesso compresse dall’impiego della batteria.
Mi piace molto anche suonare canzoni con sola chitarra e l’ausilio di una voce femminile.
Esegui solo tue composizioni o proponi anche arrangiamenti di altri compositori?
E’ ovviamente molto importante confrontarsi con composizioni di altri autori anche se cerco sempre di farlo con un apporto personale nello scrivere l’arrangiamento, modificando l’armonia o inserendo delle variazioni ritmiche o di contrappunto al tema. Fondamentalmente però rimango un “suonautore”: mi piace principalmente suonare ciò che scrivo.
Hai in programma concerti di presentazione del disco?
Spero e penso si possa creare questa opportunità,  anche se non va sottaciuto che è sempre più difficile in Italia, cercare di proporre progetti originali dal vivo data la sempre minor presenza di festival o le rassegne con una certa progettualità.

Giulio Cancelliere

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