Intervista con Gerardo Di Lella

Napoli, come tutte le città di mare,  è sempre stata luogo d’incontro di genti e culture diverse e non è un caso che la canzone napoletana abbia questo fascino, che, al di là del folklore da cartolina, ha incantato il mondo. Non è nemmeno un caso che, tra le città del sud, sia quella che più abbia subito l’influenza americana e afro-americana dal punto di vista musicale. Perciò non sembri così strano il desiderio di rileggere in chiave jazz alcuni dei temi napoletani più celebri come Torna A Surriento, Funiculì Funiculà, Passione, ma anche un pezzo di Piazzolla (che aveva ascendenze italiane) come Michelangelo 70, assieme a composizioni originali dello stesso Di Lella. Se a questo aggiungiamo che nel disco hanno suonato alcuni dei migliori solisti in circolazione sulle strade del jazz come Bob Mintzer, Fabrizio Bosso, Chris Potter, Rosario Giuliani, Robin Eubanks, Paquito d’Rivera, Tom Harrell e Larry Carlton, l’interesse è massimo.
Premesso che ho trovato il disco brillante, con un bel suono corposo che ha “riempito” piacevolmente le casse del mio stereo, vorrei sapere cosa è rimasto di Napoli e del suo spirito negli arrangiamenti e nelle aperture improvvisative, anche alla luce delle preziose collaborazioni con i solisti americani ai quali non sarà stato semplice spiegare Napoli e la sua peculiarità. È un problema che ti sei posto?
Innanzitutto grazie per le belle parole. Collaborare con questi solisti è stato molto più semplice di quanto possa apparire. Tutti i musicisti che ho coinvolto nel disco conoscevano perfettamente la musica napoletana e appena ho fatto sentire loro i provini, subito hanno capito, anzi, con orgoglio devo dire che da subito hanno apprezzato il mio intervento.
I grandi musicisti, anche se nella vita fanno tutt’altro, hanno una conoscenza globale della tradizione e a maggior ragione tutti conoscono la tradizione musicale napoletana.
Per quanto riguarda invece lo spirito della musica napoletana, penso e spero di averlo conservato. Ho manipolato queste belle melodie col massimo rispetto per le linee originali, ho solo cercato di dare loro un percorso armonico-ritmico diverso.
Come hai scelto i solisti? In base a quale criterio e/o convenienza?
Ho semplicemente cercato di sfruttare le caratteristiche di ogni singolo musicista in funzione del ruolo che mi occorreva, così come un arrangiatore fa abitualmente con i propri musicisti. Il fatto che si trattasse di nomi enormi non mi doveva condizionare in alcun modo, infatti, una cosa della quale sono contento anche adesso a mente fredda, è proprio quella di aver coinvolto l’uomo giusto per l’intervento giusto.
Dalle note di copertina ho visto che il disco è stato registrato in diversi studi. Hai lavorato a distanza con i solisti grazie alle facilitazioni della rete?
No, non ho lavorato a distanza: tranne i primi contatti via mail mi sono recato personalmente negli studi con loro, proprio perché avevo la necessità di spiegare quale era l’indirizzo espressivo che avevo in mente per ogni singolo brano. Devo dire che la sorpresa più bella è stata proprio quella di aver trovato tutti questi grandi musicisti disponibili a venire incontro alle mie esigenze artistiche, mi hanno tutti ascoltato con la massima attenzione e tutti si sono sintonizzati nel migliore dei modi col mood dei brani.
Se riesco a intuire la relazione Napoli-Piazzolla, mi sfugge quella tra Legrand e Napoli. Perché ha scelto un pezzo come What Are You Doing The Rest of Your Life?
Perché è un pezzo al quale sono affezionato da anni e che per me rappresenta un modello estetico di bellezza melodica, ed è anche un mio personale omaggio al grande Michel Legrand, che ringrazio ancora per avermi dedicato le sue righe di stima nel disco. Per un arrangiatore Michel Legrand è la storia, la scuola, il successo, il sogno. Quando ho ricevuto la mail di risposta di Michel contenente il suo commento erano circa le 2 di notte, inutile dirti che non ho più dormito dalla gioia. Avendo stravolto il pezzo, sebbene abbia lasciato intatta la melodia, non era dato per scontato che l’apprezzasse, e invece…
Sei impegnato da molti anni nella direzione di compagini orchestrali di varia natura e genere. Era questo che sognavi quando studiavi musica? “Suonare” l’orchestra?
Nel 1989 mi iscrissi ai seminari di Terni jazz e vidi per la prima volta una big band suonare davanti a me, il direttore era Bruno Tommaso. Vedendo Bruno come gestiva e cosa faceva uscire fuori da quel gruppo di musicisti, in quel preciso momento mi dissi: ecco cosa voglio fare da grande! E così è stato. Devo ringraziare Bruno per sempre per avermi illuminato. Quando scrivi qualcosa e l’orchestra la suona, è come se la stessi suonando tu, perché l’orchestra non è altro che un grande strumento fatto da uomini.
Avevi dei modelli italiani e internazionali a cui ispirarti?
I miei grandi modelli sono stati tanti, Stan Kenton, Duke Ellington, Count Basie, Henry Mancini, Gil Evans, tutti grandi e diversi tra loro. Poi quando mi sono trasferito a Roma ho conosciuto Lino Quagliero che ha fatto il resto. Lino, ormai in pensione, è stato probabilmente uno dei più grandi arrangiatori in assoluto che abbiamo avuto in Italia, ha arrangiato per tutti i più grandi, da Canfora, Ferrio, Trovajoli, Piccioni. Lino è in grado di scrivere di tutto ed è da lui che ho imparato tantissime cose, il vero mestiere, quelle cose che solo chi le ha fatte in prima persona può conoscere.
A parte questo progetto così particolare, sei un direttore preciso e meticoloso che cerca di prevedere ogni dettaglio o in particolari circostanze dal vivo ti lasci anche ispirare dal momento, un po’ alla Gil Evans, che spesso “improvvisava” con l’orchestra?
Nella musica jazz è d’obbligo lasciare spazio all’improvvisazione anche quando si tratta di grandi formazioni, improvvisare con l’orchestra, considerando che il rischio di fare solo confusione è alto, non è sempre semplice, ma ogni tanto bisogna avere il coraggio di osare e io sono uno che osa.

Giulio Cancelliere

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