Intervista con DDG Project

Nonostante i tempi grami le vie della musica non sono finite e la creatività non conosce crisi, se non passeggere. Quando tutto sembra essere noioso, già sentito e assaporato, ecco che spunta l’idea nuova, la scintilla che riaccenderà la mente e produrrà un nuovo mondo, è il caso di dirlo, di suoni.
Chaos è l’emblematico titolo di un disco firmato DDG Project, un marchio dietro il quale si nasconde, si fa per dire, Davide De Gregorio, musicista con un passato da cantautore, nel senso migliore del termine, vincitore ad Arezzo Wave e Musicultura (ex premio Recanati), che ad un certo punto ha sentito stretti i panni che si era cucito addosso e ha deciso di aprirsi alla musica del mondo.
È vero che le cose non si giudicano dalla confezione e dall’involucro, ma la copertina di Chaos è stupenda, una sorta di mandala, tratto dal World Wall For Peace di Atlanta in Georgia, uno dei tanti sparsi in giro per il mondo.
Lo scoprii e lo fotografai personalmente ad Atlanta e quando fu il momento di scegliere la copertina del disco decisi di chiedere l’autorizzazione per utilizzare queste immagini. Le mattonelle che formano questo gigantesco muro sono dipinte da artisti famosi che hanno voluto partecipare a questo progetto artistico-umanitario volto a promuovere la pace, il dialogo e l’amicizia tra i popoli. Il mio progetto musicale è in sintonia con questi propositi, così ho convinto gli organizzatori di questa iniziativa a concedermi il permesso.
Da quanto tempo fai musica?
Direi dal 1992, da quando ho scritto la prima canzone. Canto, suono chitarra, basso, batteria, tastiere, anche se non ho mai studiato realmente questi strumenti. Ho un approccio piuttosto fisico con la musica e questo mi basta.
E al DDG Project come sei arrivato?
Dopo le esperienze cantautorali che mi hanno dato qualche soddisfazione, ma anche alcune amarezze — nel 2006 vinsi Musicultura, uscì un singolo, ma il disco, che già risentiva delle contaminazioni che avrebbero caratterizzato la mia successiva produzione, non venne mai pubblicato — ho pensato di tirare una linea di demarcazione tra quello che ero o apparivo e quello che sono o appaio ora e, almeno in questa fase, sono DDG Project. Il mio nome vero non compare in nessuna parte del disco.
Nel 2010, però, hai presentato dal vivo a Roma alcune tue composizioni che compaiono in Chaos in occasione dell’ Earth Day Concert davanti a 75000 persone e in mondovisione attraverso i canali del National Geographic e hai pubblicato un Ep con cinque pezzi. Da allora ad oggi sono passati altri due anni. È un cammino lungo e faticoso?
È il cammino lungo e faticoso del musicista indipendente che si crea una struttura attorno e cerca di fare quello che sente conservando il piacere di fare musica. Nel disco ci sono musicisti straordinari come Cora Coleman e Josh Dunham, la ritmica di Prince, ma anche Giovanni Hidalgo e Julio Guerra, grandi percussionisti e due chitarristi come Toti P e Alex Magnalasche. Ma gli stessi tecnici del suono sono, a loro volta, strumentisti. Alcuni di loro, come Simon Gogerly, hanno vinto dei Grammy Awards per i loro lavori in studio. In Italia il sound engineer è una figura troppo trascurata per la responsabilità che ha.
Ho visto che hai girato diversi studi, tra Londra, New York, Athens, Roma.
Sì, non è esterofilia gratuita, ma volevo che il disco suonasse internazionale, non solo per gli strumenti, le musiche, le lingue utilizzate, ma anche per come veniva registrato e dei fonici che lavorano con gli U2 e i R.E.M sanno cosa vuol dire suono internazionale. Ho usato il loro punto di vista.
In effetti trovo il suono molto eterogeneo dal punto di vista musicale, speziato di India, Giamaica, Africa, Cuba, ma di sapore spesso molto inglese. Oltre a buone orecchie hai anche buone mani? Ti intendi di macchine per la registrazione del suono?
No, io sono l’antitesi del topo da studio, a casa mia ho pochissima attrezzatura tecnica, ma ho un’idea precisa di quello che voglio, perciò creo delle pre-produzioni che, una volta portate in studio, sono una solida base per costruire quel suono che ho in testa e che il sound engineer creerà utilizzando i microfoni, i pre, i finali, i delay, i mixer, i compressori, i convertitori, i software, i monitor giusti. I dischi più interessanti che ho ascoltato negli ultimi anni non prescindono da quel seme ideale che è il suono internazionale: Anime Salve di De André è il tipico esempio di disco italiano con un respiro sonoro che non sfigura a confronto con i più importanti lavori internazionali.
Hai scelto gli studi e i sound engineer in base ai pezzi su cui dovevi lavorare?
Certo: John Keane, che ha lavorato coi R.E.M., l’ho scelto per Don’t Go Mad, un pezzo dal suono molto americano; Dave Pemberton ha lavorato su Dig It e Chaos, i pezzi più reggae e dub; per Sorry mi piaceva Jerry Boys perché ha lavorato con i Gorillaz, gli Everything But The Girl e i Buena Vista Social Club e dato il carattere acustico del pezzo, ma con un beat quasi dance, mi sembrava il personaggio più adatto.
E ora? Il prossimo obiettivo?
Portare questo progetto in giro, esportarlo in più Paesi possibile, trovare altro sentimento.
Tour?
A settembre e ottobre abbiamo in programma due grandi presentazioni a Roma e Milano. Poi vedremo. Intanto sto scrivendo nuovi pezzi.

                                                                                                    Giulio Cancelliere                                                                                   (fotografie di Alessandro Rabboni)

           

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