Sei dischi di jazz italiano da ascoltare

Alla ricerca continua di nuovi spunti, i jazzisti esplorano spesso territori oscuri e infidi che li spingono sempre più lontano dalle radici afroamericane in un processo creativo che reca spesso buoni frutti, ancorché avventurosi. Tuttavia, nonostante la duttilità della musica “improvvisata”, non sempre questa è adattabile a certi impianti sonori che necessitano di specifiche caratteristiche. È il caso di Max De Aloe e della sua scelta di reinterpretare le canzoni di Björk in Björk On The Moon. L’armonicista bustocco mostra una giusta curiosità nei confronti di un’artista tanto creativa, ma non sembra accorgersi della necessità di un tessuto sonoro adeguato. In altre parole, la musica della cantante islandese perde di mordente se applicata al tipico quartetto jazz, anche con l’aggiunta di un violoncello barocco e, dal vivo, di altri ospiti come chitarra, vibrafono o tromba. Björk, in fondo, è la sua musica, il suono che produce con la sua voce e i suoi strumenti elettronici è tutt’uno con le linee melodiche, l’armonia e il ritmo: togli i primi e il resto non regge. Alla fine, Björk On The Moon resta un buon disco jazz, ben suonato, con qualche originalità, ma a quel punto Björk diventa un pretesto o, addirittura, un ingombro. È un peccato, perché il quartetto di De Aloe è ottimo, prova ne sia il bel lavoro della cantante Antonella Montrasio, Pingo Pingando, in cui gli stessi musicisti si impegnano a fondo su una parte del repertorio di Jobim tra le meno frequentate. Interessante.
Su un altro fronte, decisamente più sanguigno e di forte impatto, il nuovo lavoro di Gianluca Petrella Cosmic Band, seconda parte dell’omaggio a Sun Ra iniziato con Coming Tomorrow nel 2009 e intervallato dall’epico viaggio blues di Slaves col quartetto Tubolibre. In un alternarsi di momenti riflessivi e groove trascinanti, la formazione elettroacustica si rivela compatta e in buona sintonia. Il trombonista pugliese sa essere leader stimolante e si conferma improvvisatore di vaglia. Potente.
Per Rosario Di Rosa un verso di Walt Whitman diventa la cornice per un concept-album dedicato al tema dell’emigrazione. Il “barbarico” Yawp!!! del pianista e compositore siciliano è lo slancio verso l’ignoto, l’urlo che da coraggio, il simbolo dell’avventura che comincia, la ricerca di nuove dimensioni e un diverso destino. I suoni sono ruvidi e spigolosi, anche quando interviene l’organo Hammond che infonde un sapore blues-gospel in certe sezioni della lunga suite, comprendente anche una versione abrasiva di quella Dadaumpa di Bruno Canfora, che risuonava il sabato sera dai televisori in bianco e nero negli anni del boom con le Kessler sostituite, dati i tempi, dalle Sorelle Marinetti. Un lavoro che lascia segni sulla pelle.
Ancora poesia, ma anche suggestioni visive e immaginifiche in Iguazù, il lavoro in duo di Javier Girotto e Luciano Biondini. La perizia strumentale del sassofonista argentino è ormai nota anche in Italia grazie alle numerose collaborazioni con nostri artisti, mentre la fisarmonica di Luciano Biondini è spesso al servizio di formazioni etno-jazz o pop d’autore. Insieme danno vita ad un duo spumeggiante, capace di rievocare con efficacia quelle atmosfere contrastanti tipiche di una terra di mezzo come quella inondata dalle spettacolari cascate del titolo. Al CD è allegato anche un breve DVD registrato dal vivo in Ucraina, un’altra mezz’ora di viaggio. Sentimentale.
Il gruppo Mo’ Avast di Mauro Gargano è attivo da circa dieci anni, ma solo ora pubblica il suo primo album, che sia apre con una cover dei Coldplay, rimasta abbastanza riconoscibile nonostante il trattamento jazz. Il resto, con l’eccezione di un bel tema di Tristano, è parto della mente del contrabbassista pugliese, dai trascorsi lunghi e fecondi in quel di Parigi dove ha studiato, si è creato solide relazioni e ha registrato questo lavoro. La stessa formazione è mezza francese e stranamente assortita: due sax, Francesco Bearzatti e Stephane Mercier e la batteria di Fabrice Moreau, ai quali si aggiunge solo a metà disco il piano di Bruno Angelini, che ammorbidisce i toni e smussa i contrasti, ma solo temporaneamente, perché subito scompare e ritorna nel veloce valzer conclusivo. Un promettente esordio.

Giulio Cancelliere

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