Intervista con Andrea Zuppini

La musica è una forma d’arte che può essere semplicemente decorativa e funzionale, ma anche nella decorazione si può avere classe e offrire alta qualità.
Zu Grooves I si inserisce in questa categoria. Opera di Andrea Zuppini, chitarrista, compositore, produttore, una lunga carriera che l’ha portato dal jazz a fianco di Lee Konitz e Massimo Urbani, Luigi Bonafede e Aldo Mella, Massimo Colombo e Stefano Cerri, Toots Thielemans, Ramberto Ciammarughi e Mario Rosini, al pop raffinato di Fabio Concato, Rossana Casale, Antonella Ruggiero,Patti Pravo, Fiorella Mannoia, il primissimo Alex Baroni, quello più fusion e meno wonderiano.
Zuppini è anche un perfetto animale da studio, nel senso che si muove a suo agio tra le macchine del suono, sia analogiche, sia digitali, che conosce a fondo e maneggia con disinvoltura. Ha messo in piedi il suo terzo attrezzatissimo studio nello scantinato di un vecchio palazzo di Porta Romana a Milano, dove scendi una ripidissima scala di pietra, passi attraverso un corridoio con i mattoni pieni a vista e ti ritrovi proiettato in un attimo dall’antichità nel futuro tecnologico. Qui, presso Zu-Music Workshop, ha concepito Zu Grooves I Summer Vibes, una produzione lounge, quel genere musicale che ha fatto furore negli anni ’90 e ’00 con titoli come Buddha Bar e Cafè del Mar, un cocktail fatto di jazz, rhythm ‘n’ blues, funk, soul, ethnic, colonne sonore anni ’70, tutto shakerato con una buona dose di elettronica che amalgama, omogeneizza e rende digeribile per i tempi odierni.
Chi pensava, come il sottoscritto, che fosse una musica ormai tramontata, si sbagliava di grosso.
No, non è tramontata, è una musica che ha ancora un mercato e una sua funzionalità, come dicevi tu. L’importante è che sia fatta bene e non sia confusa con la musica per ascensori o centri commerciali, dove non senti nulla se non una fruscio di percussioni e qualche nota qua e là.
Come hai inventato Zu Grooves? Da cosa sei partito?
Ho chiesto a quattro dj italiani, tra i più quotati, la loro compilation ideale, in modo da capire il mood di questa musica, che cosa la rende affascinante. Ho passato un mese ad ascoltare questi brani, alcuni dei quali armonicamente semplicissimi, composti da un solo accordo o due, che ma che venivano sviluppati su piani sonori differenti e imprevedibili. Una volta compresi i meccanismi nascosti in questa musica che affascina milioni di persone nel mondo ho cominciato a lavorare. Anni di produzione nel pop, nel rock, nel blues, nella bossa, nel jazz, nella classica, mi hanno permesso creare con una certa facilità dei groove su cui costruire delle linee melodiche adeguate fino alla realizzazione finale.
In effetti nei brani ci sono molti riferimenti a cosa già sentite, eppure sviluppate diversamente, dal jazz al country, dal soul all’afro-cuban, dalla bossa al funk, al tango.
È come una pietanza cucinata con diversi ingredienti: bisogna saper dosarli, non esagerare, ma mantenere un equilibrio in modo da farli sentire tutti.
C’è molta elettronica, ma anche molta umanità.
Certo! È un disco con una componente umana fortissima: ho parlato di groove, ma in molti  brani abbiamo suonato senza click, il tempo lo davo io e si procedeva col nostro metronomo interiore. Quando ho cominciato a riflettere su quel che potevo fare per differenziarmi dalle produzioni già esistenti e che avevano avuto tanto successo, ho pensato che la componente umana avrebbe fatto la differenza: diminuire il tasso di elettronica e aumentare quello di musicisti in carne, ossa e strumento. Anche perché, molti lavori che ho sentito sono belli solo parzialmente: hanno tre o quattro pezzi che “tirano”, suonati con tutti i crismi e il resto è raffazzonato alla rinfusa. Il mio lavoro è curatissimo dall’inizio alla fine.
Hai lavorato con ottimi solisti.
Amedeo Bianchi al sax, Marco Brioschi alla tromba e flicorno, Eric Cisbani alla batteria, Carlo Cantini al violino, Vincenzo Zitello all’arpa celtica e al flauto e le cantanti Monica Magnani, LadyB, Dagmar Segbers, Sherrita Duran, Klo, Cristiana Abbate…
…e Stanley Clarke e Richard Galliano.
Quelli arrivano dal mio discografico inglese, che è proprietario di un’etichetta jazz, la Kind Of Blue e mi ha messo a disposizione il suo immenso catalogo che comprende produzioni di Randy Brecker, Bobby Hutcherson, George Cables, Tony Scott, Brian Bromberg, Eddie Henderson, James Carter, Ron Carter e molti altri. Lì sono andato pescare quello che mi serviva.
E Nicola Oliva?
Nicola Oliva è il chitarrista che fa parte di un altro mio progetto, Acoustic Dream, col quale facciamo concerti e abbiamo anche un disco nel cassetto già pronto in attesa di trovare la giusta collocazione.
Tornando a Zu Grooves: è un disco doppio, 27 pezzi, in una confezione lussuosissima, che, in tempi di download di mp3 è una rarità. Solo Pino Daniele ultimamente si è permesso di pubblicare un disco con  copertina rigida cartonata e un libretto di 80 pagine. Tu hai addirittura pensato ad un contenitore con una grafica raffinatissima.
Sì, volevo che Zu Grooves fosse bello anche da possedere, guardare, maneggiare, non solo da ascoltare. Una cosa preziosa.
Devo dire che la forma lussuosa promette e mantiene un contenuto di alta qualità tecnica.
Mi piace lavorare con il meglio della tecnologia: questo studio l’ho progettato io, dalla insonorizzazione alle macchine, ai microfoni, scelti uno per uno da me. La catena del suono è controllatissima.
E adesso?
E adesso Zu Grooves II. Se nel primo volume ho coinvolto una decina di musicisti, nel prossimo voglio coinvolgerne cinquanta, compresi i dj, che non sono dei musicisti nel senso classico del termine, ma hanno un punto di vista musicale davvero interessante.
Nel frattempo?
Continuo a lavorare, registrare, comporre. Nell’ultimo disco di Fiorella Mannoia, Sud, c’è un mio pezzo in napoletano col testo di Titina De Filippo.
Quando uscirà Zu Grooves II?
A Natale.

Giulio Cancelliere

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