Felice Clemente: Doppia Traccia – Nuvole Di Carta – Aire Libre (Crocevia di suoni)

Solitamente diffido di chi incide molto (e lo fanno in tanti), perché fondamentalmente si registrano troppi dischi, la maggior parte dei quali restano nei cassetti di chi li pubblica e nel mucchio informe permanente sulla scrivania dei giornalisti che li ricevono, li ascoltano distrattamente, forse li recensiscono e non li sentiranno più per il resto dell’eternità. È pure vero che alcuni musicisti hanno un’urgenza espressiva che si estrinseca in forme così diverse, da giustificare il moltiplicarsi delle sedute discografiche. Il sassofonista milanese, grazie anche all’influsso creativo del pianista Massimo Colombo, in quartetto e duo, mette in campo da qualche tempo idee ed energie intense e stimolanti. Tre dischi in tre anni, anche se così diversi, sono prove importanti: il primo, Doppia Traccia del 2010, a nome di entrambi, è un percorso curiosissimo e originale tra jazz e musica classica, che pur mantenendo la freschezza del primo e il rigore della seconda, veste la musica improvvisata della raffinatezza di quella scritta e inietta nella partitura la libertà fantastica dell’invenzione spontanea. È un esperimento che forse sa di già letto e sentito (tra l’altro Colombo l’ha da poco ritentato con Bach, ma ne parleremo un’altra volta), tuttavia i due musicisti riescono a dire qualcosa di nuovo (sono tutte composizioni inedite) e mantengono egregiamente l’equilibrio su un terreno così accidentato.
Nuvole Di Carta del 2011 è inscrivibile nella categoria mainstream, sufficientemente ampia da contenere un vasto ventaglio di forme jazzistiche caratterizzate da temi più o meno interessanti, sviluppi armonici forgiati ed elaborati in svariate forme su cui si distendono improvvisazioni fortemente condizionate, com’è ovvio, dal talento del solista e dalle sollecitazioni della ritmica. Nel caso di Felice Clemente siamo di fronte ad un musicista che sembra prediligere il sax soprano al tenore, da cui diffonde una sonorità smaltata, brillante, per certi versi clarinettistica, al servizio di temi talora lineari (The Courage To Try), simpaticamente complicati (Paradossi), malinconicamente blues (Nuvole Di Carta), semplicemente incalzanti (Inside Changes), affiancati da improvvisazioni misurate – forse troppo – di tutti i membri del quartetto: oltre a Colombo, Giulio Corini al basso e Massimo Manzi alla batteria. L’ultimo pezzo, Bastian Contrario, a firma del pianista, è eseguito al tenore col solo accompagnamento del contrabbasso e riecheggia un’ aria barocca con un singolare interludio puntiforme dal ritmo vagamente latin, per poi riprendere il tema inziale: una porta aperta verso nuovi territori da esplorare in futuro.
Di tutt’altro segno il recentissimo Aire Libre, in cui Clemente si confronta col compositore e chitarrista argentino (ma milanese d’adozione) Javier Pèrez Forte, con cui può sfoderare la sua anima latina già decisamente evidenziatasi nel disco d’esordio Way Out Sud del 2003 (vi suona familiare?) e che rispunta spesso nel repertorio del sassofonista di origine calabrese. Ora, sarà l’aria, sarà l’entusiasmo trascinante di Forte, l’energia che si libera dalla sua chitarra classica (che all’occasione si trasforma in percussione come in Lila), la tradizione ispanica e l’immenso immaginario che evoca il Sudamerica, ma pare davvero che Clemente sia meno costretto dal contesto e si lasci più andare al sentimento, sia che imbracci i sax tenore e soprano, sia che imbocchi il clarinetto, come in Merenguito del venezuelano Alfonso Montes. Aire Libre si muove prevalentemente nelle grandi tradizioni musicali del’America Latina dall’Argentina, non solo tanghera, di Pérez Forte (Perro Verde, Lila), Juan Falù (De La Raiz A La Copa), Horacio Salgan (A Don Agustìn Bardi, unica vera concessione al tango) ed Eduardo Falù (Misa Chico, suonata dal solo chitarrista) al Brasile di Jorge Ben (Mas Que Nada). Clemente si cala perfettamente nel clima con le sue Pera Y Chocolate (strana commistione tra valzer, rumba e swing), Chuku (solo al sax tenore) e Alma Negra, a riprova di una bella sintonia con questo mondo su cui declinare l’eloquio jazz.

Giulio Cancelliere

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