Intervista con Giua e Armando Corsi

Lei, Maria Pierantoni Giua, ha trent’anni, è di Rapallo, cantautrice e chitarrista, sin da giovanissima rivela un precoce talento che la porta ad ottenere numerosi riconoscimenti (Lunezia, Castrocaro, Recanati, Mantova Music Festival), compresa una partecipazione lampo al Sanremo nel 2008, ma anche al più prestigioso premio Tenco che si svolge nella stessa località. Un disco eponimo, nello stesso anno, prodotto da Beppe Quirici e Adele di Palma e numerose collaborazioni con Riccardo Tesi, Avion Travel, Pippo Pollina, Oscar Prudente, Carlo Fava, Gnu Quartet.
Lui, Armando Corsi, di anni ne ha sessantacinque ed è sulla scena da almeno quaranta: partito dalle osterie della natìa Genova è approdato in latinoamerica dove ha acquisito quel vocabolario musicale meticcio che si parla in tutto il mondo e che gli ha permesso di dialogare con Paco De Lucia, Eric Marienthal, Ivano Fossati, Bruno Lauzi, Anna Oxa, Elio Rivagli, Samuele Bersani. Pubblica nel 1995 Itinerari, a cui fanno seguito un’altra decina di album, in studio e dal vivo, tra cui Duende, Buena Suerte e La Via Dell’Amore, con il grande amico Beppe Quirici, scomparso tre anni fa. Nel 2010 esce Alma, una rivisitazione molto personale del fado.
Insieme, Giua e Corsi, sembrano due personaggi letterari appena sbucati da un romanzo di Garcia Márquez e la magia che riescono ad evocare con il loro disco TRE, un quasi doppio, visto che il primo CD consta di ben quindici pezzi originali, mentre il secondo di sole sei cover, completa l’immaginario dello scrittore colombiano che ho in mente.
AC: In effetti siamo una strana accoppiata, eppure la differenza d’età non la sentiamo.
G: O comunque non è un obiezione.
AC: soprattutto dal vivo in concerto è tutto molto fresco e naturale.
Ma cosa vi ha fatto trovare, a parte il fatto che tu Giua sei sua allieva di chitarra? Cosa vi ha fatto pensare di creare questo sodalizio artistico?
G: Per quanto mi riguarda, a parte i gusti musicali in comune, ciò che mi ha attratto in Armando è la libertà che mi trasmette e in cui mi porta, nel senso che è la persona con cui mi sento più libera di tirare fuori quello che sono davvero e modificarlo.
Ti sei mai sentita in soggezione di fronte al maestro e timorosa di fare qualcosa fuoriposto?
G: No, e per due motivi: sono piuttosto presuntuosa e volonterosa di imparare e scoprire quello che so fare; inoltre, Armando non ha mai imposto la sua esperienza e la sua autorevolezza in modo tale da creare questo severo rapporto maestro-allieva.
AC: è così, in effetti, io non ho quel carattere che si impone e lei è libera di esprimersi come vuole. E il disco stesso è la testimonianza di quanta libertà ci sia nella nostra musica.
Non c’è dubbio che sia un disco liberissimo, anche perché avete fatto una scelta che più anti-commerciale non potrebbe essere: un disco quasi doppio, acustico, quasi tutto di inediti. Col materiale che avete messo in TRE potevate fare due dischi, non uno.
AC: Ma certo, significa che abbiamo avuto la fortuna di osare ad essere noi stessi.
Avete anche messo canzoni brevi, scarne, con pochi strumenti. Ci sono delle gemme straordinarie che brillano per pochi istanti e lasciano lunghe scie luminose, sia tra gli inediti, come le struggenti Gru Di Palude e Penelope, le divertenti Totem E Tabù e Wonderwoman, la pseudo-rap Pop Corn, e i pezzi strumentali di Armando come Belem e La Culla Di Giunco, sia tra le cover come Volver di Gardel e La Casa Nel Parco, una straordinaria intuizione poetica di Bruno Lauzi.
AC: Perché il segreto è togliere, non aggiungere ed è la cosa più difficile da fare.
Quanto avete impiegato a concepire e realizzare il disco?
G: Era da anni, da quando abbiamo cominciato a suonare assieme, che avevamo in mente di mettere su disco questa nostra esperienza. Siamo arrivati in studio con alcuni pezzi già pronti, miei e suoi, altre cose sono nate sul momento e in dieci giorni abbiamo registrato trenta pezzi.
Significa che avete pronto un altro album, sostanzialmente.
G: In teoria sì.
C’è un’altra cosa che mi viene in mente quando vi vedo e vi sento suonare. Sarò anche suggestionato dal fatto che siete entrambi liguri, ma io sento il mare nella vostra musica. È possibile?
AC: È un onore per me che tu lo dica.
G: Anche a me fa molto piacere, perché il mare è nel nostro immaginario, il mare è viaggio, è porto, è arrivo, è partenza. È una frequenza costante.
AC: Il mare te lo porti dentro e gira sempre in quello che fai, che pensi, che scrivi e suoni.
Anche a Sanremo c’è il mare.
AC: Eccome, è una bella cittadina, ma se intendi il festival, non ci sono mai stato.
G: Io sì, come sai, l’ho fatto una volta e poi più.
Come il morbillo e la scarlattina.
G: Qualcosa del genere. Me l’avevano presentato come qualcosa che devi fare assolutamente, pena la non esistenza nel panorama musicale. Col senno di poi, posso dire di essere stata contenta di avere fatto Sanremo, perché mi ha fatto capire quali sono le cose che non mi piacciono, il volto che non voglio vedere del music business, mi ha mostrato la direzione da prendere: se Sanremo serve a mostrarti ad un pubblico molto vasto per quello che sei veramente, allora mi sta bene, ma considerarlo una meta, un punto di arrivo, al costo di omologarsi e tradire se stessi e la propria musica, non è quello che cerco per la mia carriera artistica.
Tuttavia avete fatto una scelta di indipendenza che costa in termini di fatica e risorse.
AC: Certo, ma per quella poca esperienza che posso vantare, non c’è quasi più nessuno che goda di una struttura veramente organizzata come accadeva un tempo, che consenta all’artista di occuparsi solo di arte e di progettare la sua carriera con una certa sicurezza. Oggi i cantanti, i musicisti, sono carne da macello: passano uno dopo l‘altro sotto la scure del mercato e se non colgono al volo l’occasione non ne avranno un’altra.
G: Un disco così non l’avremmo mai fatto se avessimo ragionato in termini di mercato o di ricerca di fiducia in un direttore artistico discografico. Alla fine ci siamo arrangiati con i nostri mezzi.
In realtà, se un tempo il successo era la giusta combinazione tra talento e fortuna, oggi mi pare che il talento abbia un valore relativo e si conti molto di più sull’altro elemento. Venendo qui da voi sono passato davanti ad alcuni locali che conosco da anni e li ho visti zeppi di slot machine con file di persone in attesa. È il fatalismo che impera, non la messa a frutto di capacità e competenze.
AC: Il valore del lavoro, dell’impegno si è perso, mentre bisogna scrivere canzoni, provarci, scrivere e riscrivere e tenere quello che vale e buttare quello che non serve.
Tornando al carattere delle canzoni che eseguite, vostre e altrui: oltre al mare e al mondo latino, si avverte l’assenza di quello anglosassone. Ne siete così lontani?
G: Probabilmente sì.
AC: In effetti il suono della nostra musica ha poco di anglosassone, anche se c’è una canzone come Alberi, in cui si avverte un atmosfera newyorkese anni Cinquanta, un po’ da Central Park autunnale, poi contraddetta dall’organetto diatonico di Riccardo Tesi che ci fa volare a Parigi a tempo di valzer. A New York ho vissuto a lungo, ma la mia formazione è latinoamericana, Giua ha un padre venezuelano e ha respirato sin da piccola quel clima, quella musica.
Giua è un cognome venezuelano?
G: No, sono i miei nonni che sono emigrati in Venezuela. Giua, in realtà, è un cognome sardo. Mia nonna, siculo-sarda, è emigrata in Venezuela con mio nonno marchigiano e mio padre ha acquisito i due cognomi Pierantoni Giua ed è tornato in Italia.
C’è un altro personaggio che vi accomuna: Beppe Quirici, bassista, compositore, produttore, più conosciuto dagli addetti ai lavori che non dal pubblico. Mi dite qualcosa di lui?
G: Per me è stata una figura di riferimento importante, quasi come un secondo padre. Ho lavorato con lui dal 2003 fino a quando è mancato. Era autorevole e anche autoritario nel suo essere sobrio e riservato. Mi ha insegnato tante cose e tuttavia negli anni ho dovuto rivedere alcuni concetti che mi aveva trasmesso, romperli, riesaminarli e farli miei. Come abbiamo scritto nel disco, Beppe è sempre presente per noi, con la sua musica, il suo pensiero, i suoi pregi e difetti.
AC: Beppe veniva ad ascoltarmi suonare che aveva diciotto anni, circa quarant’anni fa. Siamo diventati amici veri. Mi manca, ho la sua foto ancora nel portafoglio.
Ma che tipo di musicista era?
AC: Gli piaceva la bella musica, non le vie di mezzo: o il bianco o il nero. E io condivido questa visione, che non significa non mettersi in discussione. Quando ho suonato con Paco De Lucia in televisione, la prima persona che ho chiamato quando sono tornato a Genova è stato Beppe, per sentire cosa ne pensava. Era una persona spessa, per lui l’usa-e-getta non esisteva. Mi manca il suo numero di telefono che compariva di frequente sul cellulare.
Parlando  di strumenti, usate quasi esclusivamente chitarre acustiche, ma Armando usa anche una bella elettrica semiacustica. Cos’è?
AC: È una vecchia Epiphone di quelle che non fanno più, con la leva.
Ma adesso le hanno riprese. Le ho viste in giro.
AC: Guarda, non lo so, so solo che l’ho comparta da un amico che vende chitarre vintage a Sestri Levante e l’ho pagata 250€. Sai, poi il suono lo fai tu, è quello che hai nelle mani. Nel disco ho anche usato una Gibson 175. Sono chitarre che hanno il loro suono specifico, non si può pretendere di più, ma quello te lo danno.

Potete andare a vedere Giua e Armando Corsi qui:

9 marzo: Torino, Teatro Vittoria
10 marzo: Diano Castello (IM), Teatro Concordia
17 marzo: Cuneo, Casa Delfino
21 marzo: Bari, Feltrinelli
21 marzo: Bari, Bohemien JazzClub
22 marzo: Manduria (TA), Fattoria Il Noce
27 marzo: Feltrinelli Express
31 marzo: Parabiago (MI), Biblioteca Comunale

Giulio Cancelliere

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