Intervista con Giulio Casale

Quando si parla di rock d’autore spesso è difficile intendersi, poiché ogni canzone, rock, pop o folk, ha ovviamente un autore e quindi non si capisce perché parlarne in modo specifico. Tuttavia, a guardar bene c’è un senso e nel caso di Giulio Casale questo è del tutto evidente: non solo la musica di dette canzoni ha una densità interessante sotto il profilo armonico e sonoro, ma nei testi echeggia una poesia e un’enfasi teatrale che si riscontra in pochi altri musicisti della sua generazione. Non è un caso che dall’esperienza rock con gli Estra, il suo primo gruppo degli anni Novanta, con i quali incise quattro dischi in studio un doppio dal vivo, Casale sia passato all’esperienza teatrale con concerti-reading poetici documentati da Sullo Zero. Nel 2005 pubblica In Fondo Al Blu, l’apertura verso un teatro-canzone gaberiano, che sfocerà in una riedizione di Polli D’Allevamento, probabilmente la più caustica opera del Gaber anni Settanta, che Casale porterà in tour per oltre due anni. Poi ancora musica e teatro con Formidabili Quegli Anni, ispirato al libro di Mario Capanna, Intanto Corro, un volume di racconti edito da Garzanti ed, infine, La Canzone di Nanda, spettacolo musical-teatrale dedicato a Fernanda Pivano (trenta repliche sold out al Piccolo Teatro di Milano), col suo ideale proseguimento The Beat Goes On, dove ricupera, tra poesie e canzoni, anche vecchi brani degli Estra. Dalla Parte Del Torto è il significativo titolo del suo ultimo album: “Mi sono seduto dalla parte del torto perché ogni altro posto era occupato” — canta in Mistificazione.
Sei Partito da un’idea sonora precisa per questo disco o tutto è avvenuto in studio?
Col produttore Giovanni Ferrario (P.J. Harvey, Morgan, John Parish, Luci Della Centrale Elettrica) siamo andati in studio con l’idea di registrare l’album “alla vecchia”, con la band che suona in contemporanea, per poi sovrapporre, in alcuni casi, altri strumenti, e, inoltre, affiancare l’acustico e l’elettrico all’elettronico, tanto a livello di ritmiche che di tastiere. Tuttavia ci sono pezzi come Merce, in cui i musicisti si muovono in tempo reale dal vibrafono alla batteria o dalla chitarra all’harmonium. Volevo che il suono del disco restituisse la mia identità di scrittore di canzoni rock. È il suono che mi sento di esprimere oggi, in questa realtà disastrosa che ci circonda.
Musica e scrittura vanno ancora d’accordo, considerati i tuoi trascorsi teatrali e letterari?
No, nel senso che nessuno lo richiede, è vivamente sconsigliato ed è per questo che mi siedo dalla parte del torto e lo faccio io. Ho sempre preteso tanto da una canzone, mentre questa si è sempre più appiattita.
Come mai tra le tue canzoni hai inserito anche un Battiato del ’78 come Magic Shop?
Perché mi ero ripromesso di non fare omaggi o cover, ma lo spirito di contraddizione mi ha spinto ad affiancare questo pezzo a La Merce, perché tutto si può comprare e vendere, le cose come le persone, la fede, lo spirito, il lavoro, la vita. C’è una coerenza.
“Il trionfo dell’io senza più le persone”: in questo verso c’è tutto Gaber. Non trovi?
Lo prendo come un complimento.
Lo è.
La poetica di Gaber e Luporini, soprattutto negli anni Settanta, parlavano molto di io diviso, far finta di essere sani, se potessi mangiare un’idea eccetera.  Quello che noto oggi è che l’unica forma di autorealizzazione è diventata l’arricchimento e l’esercizio di potere personali, quindi una forma ancora più macroscopica rispetto al “bada che  forse stiamo andando da quella parte” come avvertiva Gaber in quei tempi. Abbiamo passato ogni limite.
Tornando al rapporto tra rock e letteratura, non pensi che questa musica, per la sua natura densa e coinvolgente, possa in qualche maniera distrarre dalla parte testuale, diluirla e attenuarne l’impatto?
C’è questo rischio, ma la scommessa quest’anno è duplice: portare la canzone con i suoi contenuti testuali e musicali sia alle orecchie che prestano più attenzione all’impatto musicale, sia a quelle che chiedono alla canzone qualcosa di più. Anche dal vivo, abbiamo previsto date teatrali, più raccolte e intime e date in spazi più ampi in cui la band prenderà il sopravvento con una condivisione più fisica della scena.
Una volta che hai assaggiato il gusto del teatro d’attore, difficilmente si rinuncia.
È vero, ma se devo dirti la verità, quello che mi mancava ultimamente era proprio il suono del concerto rock. Il fatto è che, sembrerò un invasato, ma io credo in quello che dico, per questo insisto sulla dimensione teatrale, solo che in campo rock una proposta del genere non viene presa troppo sul serio.
In La Fine citi Eraclicto: “Polemos è padre di tutte le cose.” La dottrina dei contrari sembra essere la tua filosofia. Usi i meccanismi dello show-business per far passare un messaggio che è in contraddizione con esso; canti canzoni anti-commerciali, ma non ti fai problemi a proporle ad un pubblico che si nutre di musica commerciale.
Parole o titoli come Mistificazione, non portano da nessuna parte, come mi insegnavano i discografici della grande industria. Nel mio disco non c’è una canzone d’amore, ma si parla di dolore, che è un concetto reietto dall’industria musicale, se non sotto il segno del sentimentalismo, che non è il mio canone. Parlare di sentimenti è altra cosa rispetto al sentimentalismo, in cui è tutto edulcorato e mistificato, appunto. Se io uso i meccanismi del business non me ne devo vergognare, perché i miei contenuti sono in contraddizione con ciò che quei meccanismi veicolano di solito, perciò sono in pace con la mia coscienza.
Senza Direzione descrive un percorso di violenta sofferenza, ma anche una fragilità di fondo dell’uomo. È così facile perdere la direzione, trovarsi dispersi senza punti di riferimento? Ed è così difficile ritrovarli?
Senza dubbio, è un dato vero e universale, che ci caratterizza tutti. Sembrava diventato un tabù qualche anno fa, quando bisognava esprimere forza, potenza, resistenza, violenza. In realtà ci nascondiamo dietro corazze militarizzate per nascondere la nostra debolezza interiore. Ti dirò di più: questo disco nasce da un momento di debolezza in cui ho pensato di non farcela. Questo disco, per me, è parlare in maniera diretta di come stanno le cose.
Non trovi che una buona parte del rock condivida con te questo pessimismo, questa cupezza interiore che viene esplicitata in testi e suoni?
Uno degli artisti che stimo di più è Paolo Benvegnù e quando canta le sue canzoni so di cosa parla, ma posso citarti Marco Parente, Non Voglio Che Clara o Vasco Brondi. Ognuno ha la sua estetica eil suo modo, come Vasco Brondi, che rinuncia alla canzone, ma si limita a declamare versi seguendo una linea monodica. Io no, ma una canzone come La Merce, con quel suo carattere quasi strumentale, dovrebbe chiarire alla critica che quando arrivo alla struttura, in qualche modo convenzionale e logora,  con strofa e ritornello, è il risultato di un grosso lavoro di sintesi. Molto più facile scrivere in modo fluido senza struttura. La forma canzone è consunta, ma ci sono ancora dei margini. La critica letteraria mi ha riconosciuto una grande capacità di sintesi per il mio libro di racconti Intanto Corro, che significa un gran lavoro di asciugatura delle frasi per ricavarne l’essenza, il distillato, ma sono in difficoltà davanti ad un sms o un tweet: in 140 caratteri non posso dirti come la penso, il rischio d’insulto è altissimo.
Hai conosciuto Gaber attraverso i suoi spettacoli. L’hai conosciuto anche personalmente?
Sì, e ho scelto di non frequentarlo. Così come DeAndré.
Due personaggi santificati istituzionalmente. Come mai li hai evitati?
Perché preferisco tenere separate le opere da chi le ha scritte. Delle biografie e del gossip non me ne può fregare di meno, perché in genere sono agiografie. La biografia deve essere veritiera, altrimenti è inutile, meglio tenersi strette le opere che ci hanno lasciato. E allora parliamo di arte: su Gaber ho sentito dire di tutto, ma non ho mai letto qualcuno che mettesse in evidenza la sua perfetta intonazione, ad esempio. Era un grande cantante. Era anche un chitarrista originale. Aveva grandi idee musicali dal punto di vista delle sonorizzazioni dei suoi spettacoli. Soprattutto negli anni Settanta fu rivoluzionario sotto quel profilo: concettualmente passò da Brel alla Mahavishnu Orchestra a Battiato – in Polli D’Allevamento – e poi negli anni Ottanta l’elettronica, con sintetizzatori e Simmons Drums. Nessuno lo rileva.
Le prime date del tour?
Il 2 marzo al New Age di Roncade (TV), 7 marzo a Milano alla Salumeria della Musica, il 9 al Mattatoio N°5  a Montepulciano (SI), il 10 al Triade Live Pub di Copertino (Le).

Giulio Cancelliere

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...