Intervista con Ciccio Merolla

Nonostante qualcuno si ostini a definirlo non-musica, il rap è una realtà internazionale e trasversale che interessa Paesi di ogni continente, che si sono appropriati del linguaggio e lo hanno piegato, forgiato, plasmato, adattato alle proprie esigenze artistiche e non solo. Era già successo al blues che, partito dall’Africa e approdato in America, si è disseminato in tutto il mondo mescolandosi con altre musiche generandone altre ancora, perché è un linguaggio semplice, ma efficace e di grande potenza espressiva. In Italia il rap ha preso piede in moltissime realtà locali e Napoli ne è senza dubbio uno dei centri nevralgici, anche per via di un dialetto che si presta facilmente ad essere scandito ritmicamente, come ci spiega Ciccio Merolla, apprezzatissimo percussionista già con i Panoramics, James Senese, Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello, ma anche rapper di vaglia impegnato socialmente sotto molti profili e con un punto di vista particolare sulla realtà napoletana. Il suo ultimo lavoro discografico, Fratammé, contiene, tra le altre, oltre alla title-track, ispirata ad un fatto di cronaca nera, la strage di Sant’Anna di Palazzo del 1991, che toccò indirettamente Merolla, anche quella O’ Pitbull, il cui video fu presentato con successo al festival del cinema di Venezia lo scorso autunno e propone una figura di boss della camorra vittima di se stesso e di un sistema che in fondo non riesce davvero a controllare, con alcuni richiami, chiamiamole citazioni, allo Scarface di Brian DePalma.
Raccontami di quando hai cominciato a mettere le mani sulle percussioni: come hai iniziato e perché? Cosa ti dava la musica?
“Sono cresciuto in un quartiere dove si ascoltava tutto il giorno musica di ogni genere e provenienza; mi venne naturale quindi suonare qualsiasi superficie. Non ho mai pensato di fare altro nella mia vita.”
Chi sono stati i tuoi maestri?
“Ho iniziato da solo, da autodidatta, seguendo unicamente la mia predisposizione ai ritmi e ai suoni. Successivamente il mio primo maestro è stato Karl Potter, seguito da Rosario Jermano, Mustahafa Amheed e molti altri.  Personalmente continuo ad imparare da tutto e da tutti ed è proprio questa la cosa che mi affascina della musica.”
Professionalmente quali sono state le prime esperienze?
“Se intendiamo dopo il classico gruppetto con gli amici del quartiere, ho iniziato con i Radio partecipando al film “Blues Metropolitano”  ed in quell’occasione ho avuto modo di conoscere Pino Daniele e molti altri artisti della “Serie A”, poi i Panoramics, in seguito i famosi Gipsy King, e poi Gragnaniello, Senese etc etc.”
Perché hai scelto il rap come forma espressiva prevalente invece del “normale” canto?
“Intanto, è una cosa che faccio fin da piccolo, è un’ennesima percussione da suonare. Quando ho sentito un disco di Tupac ho capito che era la mia strada.”
Mi pare che Napoli e la Campania stiano vivendo una nuova stagione di fermento culturale, se non altro di viva protesta, come accadeva verso la fine degli anni 70, primi 80, quando muovevano i primi passi Pino Daniele, James Senese, Franco Del Prete, Enzo Avitabile.  Allora il modello era molto americano (Jazz-rock, fusion, Davis, Weather Report), oggi è molto più mediterraneo. Cosa ne pensi?
“Diciamo che i napoletani si sono stancati di subire solo critiche ed etichette: il rap ci appartiene perché il nostro dialetto si presta al rap, forse anche più dell’americano. Ovviamente anche noi abbiamo iniziato a scimmiottare un po’ gli americani, ma comunque le influenze del mediterraneo si sono fatte sentire, specie per me che sono un percussionista. Oggi il rap a Napoli si può ascoltare ad ogni angolo di strada: io la trovo una cosa fantastica.”
So che svolgi un’attività come musico-terapeuta: me ne puoi parlare? Come la pratichi? In O’Viaggio fai riferimento a malattie come anoressia, bulimia, depressione: sono problemi di cui ti occupi?
“Per curare le persone suono ciotole tibetane, gong, una campana di cristallo e altri suoni che ho ricercato. Attraverso queste onde il corpo viene attratto producendone a sua volta nuove onde che si uniscono con le prime: in questo modo si genera – attraverso il suono – un’armonia tra corpo e ambiente che va a favorire la respirazione e la circolazione del sangue; il beneficio ottenuto e’ un benessere naturale e totale che permette alla persona di combattere qualsiasi tipo di squilibrio. Sono ricerche che faccio da tanti anni e che sperimento continuamente sulle persone. Poter curare è una cosa che mi rende felice e realizzato.”
La canzone Mostro: Che idea è quella di parodiare Brava, il celebre pezzo di Mina?
“Intanto riuscire a scandire tutte le parole a 155 bpm di velocità è una bella sfida per uno che ama il rap. L’idea è nata perché a mia madre piaceva questa canzone ma non capiva bene le parole di Mina: io gliel’ho tradotta e, provandola nei concerti, ho visto che al pubblico piaceva molto. Non posso giurarlo ma qualcuno mi ha detto che è piaciuta anche alla signora Mazzini.”
Dal vivo com’è il tuo spettacolo? Con che formazione ti presenti?
“Siamo in sei: batteria, keyboards, chitarra, basso, una voce femminile ed io, voce e percussione; i ragazzi si divertono molto ed è per me una gioia infinita.”
I tuoi video sono dei veri cortometraggi: “O’ Pitbull” ha un montaggio e una cura della fotografia molto raffinati. Quanto è importante per te la comunicazione visiva? Come o più di quella musicale?
“Quando fai rap napoletano, la prima domanda che ti poni è se ti capiscono fuori da Napoli. Dal momento che racconto sempre storie vere, il videoclip mi aiuta molto in questo. Ho la fortuna di avvalermi di registi e direttori della fotografia di primo livello come Tony D’Angelo e Gennaro Silvestro – quest’ultimo regista di O’ Pitbull – assieme al grande direttore della fotografia Luciano Filangieri.”
Intervistando musicisti americani cresciuti nelle grandi metropoli, mi è capitato spesso di sentirmi dire: la musica mi ha salvato la vita, molti miei coetanei senza la musica hanno fatto una brutta fine. Hai avuto esperienza, anche indiretta, di questa salvezza? La musica è una via d’uscita?
“E’ chiaro che la musica ha questo e molti altri poteri, ma non vorrei dilungarmi su ciò: non mi piace infatti che ci si vanti di essere degli scugnizzi, ma preferisco far notare la mia evoluzione e quello che riesco a dare oggi. Comunque sì, la musica mi ha salvato la vita!”

Giulio Cancelliere

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