Enzo Pietropaoli: Yatra (ViaVenetoJazz)

Sarà che i bassisti sono musicisti strani, quasi tutti con quell’aria tipo “io sto qua dietro, mi si sente poco, ma voialtri non andreste da nessuna parte senza di me”; sarà che optare per il basso come strumento è una scelta di vita e spesso è lo strumento che sceglie chi lo suonerà; sarà che, per una volta, bisogna dare torto a Frank Zappa, quando affermava che i bassisti sono chitarristi mancati, anche quando aumentano le corde dello strumento fino a sette e oltre, ma i dischi dei signori delle basse frequenze hanno sempre un clima speciale ed Enzo Pietropaoli non fa eccezione. Anche lui ha quell’aria di cui sopra, un po’ sorniona, furbetta, completamente diversa dalla musica che esprime. In questo Yatra, disco registrato con un classico quartetto piano-tromba-basso-batteria, colpisce subito il morbido feeling che avvolge l’ascoltatore sin dalle prime note di contrabbasso, che introducono Il Mare Di Fronte: sembra un classico blues in sol in sei ottavi, ma con una divisione del tempo inconsueta e una declinazione mediterranea confermata dal bel tema proiettato dalla tromba di Fulvio Sigurtà, mentre Julian Mazzariello strappa un solo di piano dall’accentazione swing personalissima; il successivo Smooth And Blue prosegue nel solco del blues, anche se in una chiave più gioviale e scanzonata e non è un caso che verso la fine del disco Pietropaoli abbia voluto proporre una rilettura di Wild Horses, una delle pagine più belle e ispirate dei Rolling Stones, quando studiavano ancora sui sacri testi di Robert Johnson e Muddy Waters. Poi è la Francia grigia di Pour Que L’Amour Me Quitte, disegnata dal suono rauco del contrabbasso con l’archetto e bagnata dalla pioggia scandita dagli arpeggi di Mazzariello, cui si aggiunge la tromba vellutata e discreta di Sigurtà. Ancora sentimento in forma di canzone senza parole nella bella Il Cuore E L’Azzurro dove la delicatezza del clima è sottolineato dalle spazzole di Alessandro Paternesi, vera àncora ritmica per il resto del quartetto. Un tempo in cinque quarti, che favorisce un tema circolare di stampo balcanico-klezmer, fa da struttura a Onda Minore, dove la tromba sordinata, esposto il motivo, lascia il posto al contrabbasso del leader incorniciato da un velo di tastiere elettroniche sullo sfondo. Dopo una puntata in America con Wise Up, della cantautrice e bassista (!) Aimee Mann, tratto da quel capolavoro del cinema che è Magnolia, il viaggio (questo il significato di Yatra in urdu) si muove ancora più ad oriente con Tum Ko Dheka, per poi addentrarsi nelle brume padane di Quella Cosa In Lombardia di Fiorenzo Carpi e Franco Fortini, straordinaria fotografia ingiallita di un tempo irrecuperabile. Chiude il lavoro Elliptical Song, dall’incedere deciso e sereno. Tutto il resto è silenzio, come diceva Miles, la vera musica verso la quale tutto tende. Ma vale la pena attraversare Yatra, per arrivarci.

Giulio Cancelliere

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