Intervista con Fabrizio Bosso

Fabrizio Bosso è quasi sicuramente il trombettista più attivo in Italia: non si contano più le sue numerosissime collaborazioni, sia dal vivo, sia discografiche e non solo jazzistiche o para-jazzistiche. Esce quasi in contemporanea con due o tre dischi alla volta. Ora è fuori con Enchantment, l’album registrato con la London Symphony Orchestra diretta da Stefano Fonzi, che ha arrangiato le musiche scritte da Nino Rota per il cinema. Tra poco escono Spiritual, con Alberto Marsico e Alessandro Minetto e Vamos, il nuovo disco di Latin Mood, con Javier Girotto. È in preparazione anche il nuovo di Sergio Cammariere, del quale Bosso è collaboratore storico sin dal primo disco.
Un musicista come te sente la crisi?
“Eccome! Hai voglia! Ne sono appena uscito— mi confessa poco prima di salire sul palco del Blue Note di Milano per il concerto col trio Spiritual.
In che senso?
“Ma tu di quale crisi parlavi?”
Io della crisi economica. E tu?
“Io di quella creativa.”
Ok, parliamone.
“Be’, è la crisi che arriva quando non ti sopporti più, quando ti sembra di suonare sempre le stesse cose allo stesso modo, non ti senti in forma sullo strumento, metti in discussione tutto, non sei mai contento. Eppure devi suonare, perché hai concerti, impegni presi e non puoi tirarti indietro.
E ne sei uscito?
“Abbastanza. Il problema è che butti tutto sullo strumento, quando in realtà sei tu saturo. Sai, a volte bastano un paio di concerti un po’ storti, magari non per colpa tua, o forse sì e questo ti butta giù. Poi, al contrario, se imbrocchi un po’ di serate giuste, questo ti ridà fiducia.
E la crisi economica?
“Devo dire che la crisi economica non la sto sentendo e, come me, anche molti colleghi. La musica dal vivo è un settore che ha tenuto, a differenza del mercato discografico in profonda crisi. Non posso certo lamentarmi. Forse sono scesi un po’ i compensi, ma neanche tanto. Pensa che a Pesaro abbiamo venduto più di cento dischi e trenta persone sono rimaste senza, perché li avevamo finiti. Sai, quando dai al pubblico la prova che sai quel che stai facendo, ti premiano.”
È pure vero che il pubblico del jazz ama ancora avere il disco da guardare, leggere, consultarne le note di copertina per vedere chi suona cosa. Ora, parlami di questo Spiritual Trio.
“Lo Spiritual Trio è nato per divertimento e amicizia con l’organista Alberto Marsico e il batterista Alessandro Minetto. Dopo avere fatto un po’ di serate assieme con il consueto repertorio di standard, abbia pensato di dare forma a questo progetto legato agli spiritual. La formula tromba, organo e batteria non è così usuale.”
Nella musica classica c’è un’ampia letteratura di tromba e organo. Voi come avete combinato i suoni?
“Abbiamo trovato un ottimo equilibrio tra le dinamiche, dal pianissimo al fortissimo. Tra l’altro Alberto è un vero organista, non è il pianista prestato all’organo, per cui sa calibrare i suoni alla perfezione.”
Tu avevi suonato anche nel quartetto di Gianni Giudici.
“Esatto, Gianni è un altro vero organista e, infatti, Alberto e Gianni si ammirano reciprocamente.”
E il disco?
“Il disco dovrebbe uscire attorno a febbraio, anche se, in realtà, come ti dicevo, vendiamo copie ai concerti, in anticipo sulla pubblicazione vera e propria. Contiene pezzi tradizionali come Oh Happy Day, When The Saints Go Marchin’ In, Down By The Riverside.”
Sei reduce da una serie di concerti con varie orchestre per promuovere il disco Enchantment. Come sono andati?
“Benissimo. Ne abbiamo fatto alcuni in Puglia con l’ orchestra della Magna Grecia. Prima ancora ne ho fatto uno alla RAI di Roma, nella sala A di Via Asiago. Doveva andare in onda in diretta, ma per via di un evento sportivo è stato differito al 16 dicembre su RadioUno.”
C’è stato un altro cambiamento molto più drastico, però.
“Sì, purtroppo, il concerto di Milano del 12 dicembre all’Auditorium con l’Orchestra Verdi, che è stato cancellato. Era un evento organizzato da Radio Classica, annullato, pare, per problemi di sponsor. Un vero peccato!”
Già. Parliamo del disco Enchantment. Come è stato organizzato l’evento discografico, dove e come l’avete registrato?
“Stefano Fonzi  mi ha proposto la registrazione. ha contattato contemporaneamente la London e la Royal Philarmonic. Entrambe hanno risposto e la London ha dato subito l’assenso dopo avere consultato youtube per vedere chi ero e cosa facevo. Abbiamo registrato agli Air Studios di Londra, praticamente tutto in diretta. Eravamo in stanze diverse per evitare risonanze fastidiose, a causa della presenza in contemporanea di orchestra e quartetto jazz (Claudio Filippini al piano,Rosario Bonaccorso al contrabbasso, Lorenzo Tucci alla batteria) ma in costante contatto visivo col direttore e i musicisti attraverso grandi vetrate.”
A convincerti a farlo è stato di più Rota o la London?
“Bella domanda! Non so, credo entrambe le cose. Avevo già frequentato Rota molti anni fa con la Gap Band, sostituendo Marco Tamburini con Pietro Tonolo, Piero Odorici, Roberto Rossi e mi ero accorto che mi piaceva e alcuni temi si prestavano ad una rilettura jazzistica. Poi ascoltando i provini di Stefano Fonzi abbiamo elaborato una chiave di lettura armonica, soprattutto per i temi che si adattavano di più all’improvvisazione jazz come Il Padrino, Romeo E Giulietta. Ma abbiamo cercato di non esagerare, perché non mi piace stravolgere gli autori. Quando sento certe elaborazioni troppo profonde, dove fai fatica a riconoscere il tema originale ho sempre l’impressione che l’autore ne esca come offeso. Noi abbiamo rispettato Rota, perché lo amiamo davvero. Poi mi è piaciuto calarmi nel ruolo del trombettista classico, cercando di suonare “dentro” l’orchestra, integrarmi col loro suono, anche se ero io ad esporre i temi. Per fortuna vengo anch’io da studi classici.”
In effetti non ti sei preso molte libertà dal punto di vista melodico. Più che altro hai dato espressione con scelte stilistiche e timbriche personali.
“Esatto. Ero certamente in tensione all’inizio, ma dopo pochi minuti sono stato avvolto dalla magia del loro suono e ho goduto. Alla fine mi è sembrato più importante e prezioso suonare all’unisono col violoncello il tema del Gattopardo in un modo perfetto, che riuscire a fare tutti gli assoli in programma.”
Perché questi esperimenti di commistione tra musica classica e jazz vengono spesso male?
“Perché i musicisti non riescono sempre a mettere da parte il proprio ego e dedicarsi completamente alla musica. Con la London, devo dire, i cinquanta musicisti si sono messi subito al servizio di Nino Rota e degli arrangiamenti scritti da Fonzi e io altrettanto.Ognuno ha fatto un passo verso gli altri. Tra l’altro, loro il giorno dopo andavano alla Royal Albert Hall a suonare Ravel e hanno solo quattro primi violini che si alternano a seconda dei generi musicali, ma l’orchestra è sostanzialmente la stessa. C’è un’abitudine più consolidata a frequentare generi diversi rispetto all’Italia.”
Hai cambiato trombe? Non usi più le Monette?
“No, ce le ho sempre, ma ora sto usando questi strumenti artigianali della G & P di Legnano, che sono molto belli.”
Che caratteristiche hanno?
“In particolare la tromba che uso è più leggera sotto tutti i punti di vista: il peso dello strumento, che ha una lastra più sottile e un canneggio più largo, una campana più ampia e ramata, ma sono anche più facili da suonare, pur mantenendo un suono scuro, come piace a me. Tra l’altro, pensavamo che col rame il suono si scurisse di più, invece non è accaduto, in compenso ha guadagnato in proiezione, il suono corre di più.
Perché è più facile da suonare?
“Perché, nonostante sia una tromba larga e quindi necessiti di una forte pressione della colonna d’aria, altrimenti lo strumento ti lascia a piedi, essendoci meno materiale, vibra più facilmente e quindi è più sonora.”

Giulio Cancelliere

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