F. De André – G. Westley – London Symphony Orchestra: Sogno N°1

Ho una mia teoria rispetto alla moda di “orchestrare” la musica pop, come hanno fatto recentemente Sting e Peter Gabriel, ma, in tempi passati anche i Metallica e nella preistoria del rock, persino i Deep Purple, per non dire dei connubi, mai davvero felici e completamente soddisfacenti, tra jazz e musica classica. In realtà, è come se gli artisti “non classici” soffrissero di una sorta di complesso d’inferiorità, mai dichiarato, rispetto al mondo accademico e volessero in qualche maniera nobilitare la loro creatività ammantandola di “cultura”. Viceversa, le orchestre sinfoniche sembrano sentirsi più al passo coi tempi se scendono di qualche gradino per portarsi al livello del pop, incrementando il fatturato delle etichette per cui registrano: Deutsche Grammophon, Decca e così via. Sogno N°1 è un caso a parte, perché l’idea è nata in un ambito alquanto ibrido, da un musicista, tastierista, produttore, arrangiatore, direttore d’orchestra inglese come Geoff Westley, già collaboratore di Battisti ai tempi di Una Donna Per Amico e Una Giornata Uggiosa e di moltissime star pop internazionali, che ha voluto vestire le canzoni di Fabrizio De André con i suoni della London Symphony Orchestra.
La prima sensazione che colpisce dopo poche decine di secondi di ascolto è che non si tratti di un disco italiano. Non è mixato nel consueto standard nazionale “voce avanti e musica sullo sfondo”, ma il canto è circondato dall’orchestra, anzi, a volte persino travolto dalla marea sonora, cosa peraltro facile che accada sulla voce di De André, profonda, calda, ma non roboante. Una precisa scelta del produttore, che sgombera quasi completamente il campo dall’idea che si tratti di un’operazione di mera “chirurgia musicale”, già subita in passato da artisti scomparsi, in occasione di improbabili duetti tra padri e figli o altri congiunti. Il repertorio copre praticamente l’intero arco artistico del cantautore genovese, da Preghiera In Gennaio del 1967 sino ad Anime Salve del ’96, che oggi vede l’intervento vocale di Franco Battiato in luogo di Ivano Fossati, presente nell’originale. All’enfasi orchestrale, forse eccessivamente romantica, del brano d’apertura, che Fabrizio dedicò a Luigi Tenco, suicidatosi al festival di Sanremo di quell’anno, segue la meccanica, ipnotica scansione di violoncelli e contrabbassi di Ho Visto Nina Volare, contrappuntata da legni ed arpe, in una atmosfera fortemente espressiva. Sul tema drammatico di Hotel Supramonte si staglia la solarità degli archi in una lenta barcarola molto suggestiva e poetica. In Valzer Per Un Amore, uno dei momenti di maggiore impatto, compare la voce di Vinicio Capossela, l’altro ospite del disco, mentre Tre Madri è ancora dominata dal languore degli archi che ondeggiano al soffiare del vento mistico di questo meraviglioso brano. Come seguito tematico naturale, Laudate Hominem richiama troppo il neoclassicismo di Carl Orff, laddove, invece, Disamistade e Anime Salve conservano quel sapore etno-folk che l’autore aveva loro attribuito, grazie al sapiente uso di strumenti come ocarina e launeddas suonati da Mario Arcari. Il coro conclusivo di Rimini, con le voci che si inseguono a canone è il Costanzo Porta di Cremona. Infine Le Nuvole, in un nuovo arrangiamento orchestrale, che aggiunge maestosità all’originale di Piero Milesi, musicista recentemente scomparso.
Qualcuno si porrà il dilemma: ma a Fabrizio sarebbe piaciuto? Non Dori Ghezzi, che afferma di avere smesso di chiederselo. Un tempo, pare, De André non concepiva che le sue canzoni potessero suonare in modo diverso rispetto a come le aveva incise, poi la PFM gli fece cambiare idea e il cantautore genovese cominciò a rinnovarsi continuamente, almeno da Creuza De Mä in poi, creando dischi strepitosi anche dal punto di vista sonoro, con la collaborazione di Mauro Pagani, Ivano Fossati e Milesi stesso. La dimensione orchestrale ancora gli mancava. Forse, prima o poi ci sarebbe arrivato da solo. Un’ultima annotazione merita la copertina, con lo skyline di Genova sovrapposto a quello di Londra: un’idea geniale dello studio Chiaroscuro di Bologna.

Giulio Cancelliere

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