La Petite Orchestre & Le Triplettes: RetròGusto (Autoprodotto)

Ciclicamente nel mondo dell’arte ci si guarda alle spalle per ricordarci da dove si arriva e orientarsi per il tempo a venire. La Petite Orchestre ha fornito una rilettura interessante e preziosa del passato prossimo, anche dal punto di vista filologico, oltre che del mero intrattenimento, a cominciare da quella Hallo Django di Uli Führe, il quale, in quella piccola melodia ha compreso tutte le correnti che soffiavano in Europa nel curioso e irripetibile ventennio tra le due guerre: dal kabarett al folk, dai fermenti “colti” alle melodie zingare e klezmer, che andarono a fecondare la terra d’oltreoceano già intrisa di linfa africana e ci furono restituite sotto forma di jazz. Gli orrori bellici non riuscirono a spazzare la voglia di cantare e fare musica, spesso l’unica consolazione che restava, né l’ottusa censura e il provincialismo autarchico fermarono simpatici motivi come Maramao Perché sei Morto o Le Tristezze di San Luigi, versione involontariamente comica della St. Louis Blues di William Christopher Handy, qui rese nello stile del Trio Lescano, con qualche libertà. Il viaggio proposto da RetròGusto percorre un periodo che va dal 1929, con Der Bilbao Song, uno dei capolavori della coppia Brecht-Weil dal musical Happy End, al 1952, quando Garinei e Giovannini misero in scena la rivista Gran Baraonda con le stupende musiche di Gorni Kramer e la partecipazione del Quartetto Cetra, che faceva il controcanto ad una Wanda Osiris in difficoltà nell’intonare Un Bacio A Mezzanotte. Kramer torna in veste “reinhardtiana” con la sua Crapa Pelada del 1940, alla vigilia del disastro, mentre ancora le Lescano ci narravano dei Tulipan “che parlano d’amore” della  natìa Olanda e da oltroceano giungevano gli echi messicani di Perfidia. Fu il cinema a trasmetterci i brividi caldi della sensualissima Rita “Gilda” Hayworth di Amado Mio, che, in pieno fulgore caraibico, negli anni Cinquanta furoreggiava nelle sale da ballo assieme a Quizas Quizas Quizas e tante altre. Pregevole la scelta di J’ai Deux Amours dal repertorio  di Josephine Baker, forse scontata La Vie En Rose, comunque un segno dei tempi, ma Belleville Rendez-Vous è un gioiellino. Se il disco ha un limite non è musicale – i musicisti sono bravi e gli arrangiamenti semplici ed efficaci – ma visivo: purtroppo si può solo immaginare la parte teatrale che costituisce un buon terzo della resa della Petite Orchestra e Le Triplettes sul palco, ma non mancherà l’occasione di vederli in azione. Sono in giro.

Giulio Cancelliere

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