Stefano Battaglia Trio: The River Of Anyder (ECM)

Dall’alto della sua imponente discografia, sia come leader sia come partner, non si può dire che Battaglia non sia un pianista generoso e, anche se il suo linguaggio si è fatto col tempo più essenziale e rarefatto, non ha assunto quella caratteristica esoterica che tende talvolta a raffreddare i rapporti tra artista e ascoltatore.
La prima ed unica volta che ho incontrato Stefano Battaglia risale al 2001, all’epoca in cui aveva avviato un progetto monumentale per la piccola etichetta pisana Symphonia, poi purtroppo abortito: 54 brani di piano-solo registrati in due pomeriggi nell’abside circolare della Pieve di Santa Giulia a Pisa, che sarebbero dovuti diventare sei dischi -L’Esalogia dell’Abside – ma ne uscirono solo due. Già allora il pianista milanese esibiva una poetica tendente al misticismo, da un lato e alla spiritualità dall’altro, ispirandosi a grandi figure come Nusrath Fateh Alì Khan o agli improvvisatori del barocco, alla materia di cui son fatte le chiese e alla forma-danza come tramite con l’altra dimensione. In questo nuovo album i riferimenti a Rumi, il mistico sufi Mevlana cui si ispirano i dervisci rotanti turchi, sono espliciti (Ararat Dance e Ararat Prayer), così come l’omaggio alla visionaria Ildegarda di Bingen (la lunghissima Sham-bha-lam dall’incedere ipnotico) e al suo omologo sioux Alce Nero (la brevissima e luccicante Anywhere Song). Siamo, quindi, di fronte ad una figura di musicista complessa e leggibile allo stesso tempo, che si esprime con un lessico melodico, di più, cantabile, di una cantabilità primodiale e collettiva. Battaglia, sia da solo, ma, meglio ancora con il trio – Salvatore Maiore, dalla cavata profonda e precisa e Roberto Dani, che fa scintillare la musica coi suoi piatti – sa evocare mondi ed epoche di grande suggestione, coadiuvato da un suono d’ambiente teatrale che riverbera luoghi della fantasia (Minas Tirith), della creatività (Anagoor) e del pensiero (The River Of Anyder). Forse non tutto è risonanza naturale, qualche artificiosità sonora di troppo risalta qua e là (è pur sempre Manfred Eicher che “decide” il suono) e qualcuno potrà obiettare che l’impronta jazz è sempre più evanescente, impercettibile e mediata, ma all’alba del XXI° secolo, dopo cent’anni di jazz, anche il più purista dei puristi si sarà stancato di porsi il problema. O no?

Giulio Cancelliere

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