La musica nell’imbuto

È ormai il terzo articolo che scrivo sull’argomento “fruizione/consumo della musica” e sembra che importi a nessuno. O meglio, quando ne parlo a voce, trovo persone che mi danno anche retta, talvolta ragione, anche se alla fine mi guardano con compatimento. Io insisto, perché non mi arrendo, non mi voglio arrendere alla deriva consumistico-degenerativa della musica. Non mi arrendo, finché vedo riempirsi le sale da concerto e gli auditorium di gente che intende ascoltare la musica nel migliore dei modi e non necessariamente la musica classica. Uno dei più bei concerti visti negli ultimi anni sotto il profilo artistico e strettamente sonoro è stato Leonard Cohen al Teatro degli Arcimboldi, che non è il mio teatro preferito, ma, devo dire, in quell’occasione fu la cornice ideale. Mi è capitato in questi giorni di intervistare un gruppo rock, di quelli che vanno per la maggiore ed erano orgogliosi di dirmi che avrebbero fatto un tour nei più grandi palasport. Avevano ragione ad essere orgogliosi, perché significava grandi capienze, tanto pubblico…pagante, che non guasta per chi fa il mestiere di musicista, un’esposizione inedita per loro. È così che si ragiona oggi, per quantità. A nessuno viene in mente che un palasport si chiama così perché all’interno si svolge un’attività ludico-agonistica che ha a che fare con sforzo fisico, dispendio di energie, sudore, fatica, da una parte e entusiasmo, tifo, incitazione, urla e applausi o fischi dall’altra? D’accordo, anche molti concerti sono qualcosa di simile, ma nello sport manca la componente artistica e intellettuale, che fa la differenza. Anche in molti concerti? È vero, ma non è questo il punto: il fatto è che il palasport non si chiama palamusica, palaconcerto, palaviolino o palachitarra, si chiama palasport perché lì si fa sport e, occasionalmente, musica. Se poi si fa più musica che sport non sposta il problema, perché la musica si sentirà indiscutibilmente male. È la stessa cosa che avviene negli stadi, anche se la tecnologia, negli ultimi anni, ha tamponato molte falle, ma, se le avesse tamponate tutte, a Roma non si sarebbe sentito il bisogno di far progettare a Renzo Piano quel po’ po’ di Auditorium, sarebbe bastato coprire lo stadio Flaminio e a Milano l’Orchestra Verdi non avrebbe più casa visto che il Teatro Lirico è morto e sepolto sotto le impalcature da tempo immemore, mentre, per fortuna, c’è quel bellissimo Auditorium di largo Mahler che ti fa sembrare di entrare nella pancia di un violoncello, come ebbe a dire il maestro Riccardo Chailly con una felice metafora. Ma c’è di più. Parlando con una discografica più o meno della mia età, (forse qualche anno meno, lo dico per giustificarla un po’) mi lamentavo del fatto che l’invio dei dischi in MP3 è comodo sotto molti punti di vista, ma da quello sonoro è una vera schifezza. Lei comprendeva, poverina, e aggiungeva che effettivamente il vero problema sta nel fatto, che, se non hai il computer collegato a dei diffusori, sei costretto ad ascoltare la musica dai conetti del Pc o dalla cuffietta e indicava le casse che aveva alle sue spalle, come a dire “vedi, io i diffusori li ho”. Io non ho fiatato, ma deve avere notato la mia faccia che diceva “non le chiamerai casse quelle scatolette di plastica?” e si è affrettata a controbattere: “Be’ certo, tu ascolterai la musica su un impianto da milioni…”. A parte il fatto che oggi un impianto hi-fi non costa milioni, forse  costava milioni quando l’ho comprato io, cioè all’epoca in cui non era in vigore ancora l’euro o giù di lì, ma ognuno investe i suoi soldi in quello che più gli aggrada: c’è chi si compra l’auto nuova, chi si fa le vacanze alle Svalbard, a Ibiza o a Formentera, chi gioca al casinò o tutti i weekend si schianta in discoteca, io mi compro dischi e cerco di sentirli nel migliore dei modi consentiti dalle mie finanze. Che c’è di strano? È molto più strano pensare che mettere un CD in un computer e collegare il computer a dei monitor risolva il problema dell’ascolto in hi-fi, senza considerare che nel computer non c’è la tecnologia contenuta in un buon amplificatore e tutto il lavoro fatto dai musicisti in sala di registrazione passerà attraverso un chip e una scheda inadeguati all’ascolto della musica. Guardereste un film di fantascienza in 3D dal buco della serratura? No? E allora perché ascoltare la musica attraverso un imbuto?

Giulio Cancelliere

2 risposte a “La musica nell’imbuto

  1. esatto,bravo Giulio,d’accordissimo ,i fruitori spesso non sanno cosa si celi dietro ad una trasmissione di sonorità,uno o una, spesso non immagina le ore di prove ,di sacrifici,di documentazione che un musicista svolge per ottenere quel “qualcosa” che calmi la sua sete estetica,fondamentale per una trasmissione di pensiero;anche se il raggiungimento al fruitore è a livello di sensazione,la cosa fondamentale è la sincerità dell’atto propositivo ,a livelli profondi placa una sete di conoscenza.

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  2. Certo Roby, e più il risultato sonoro finale è fedele all’intento originario del musicista e maggiore e più profonda sarà la sensazione, anche solo fisica o emozionale e non necessariamente intellettuale, avvertita dall’ascoltatore. È chiaro che se il risultato lo spremi nell’imbuto, il povero ascoltatore sarà penalizzato e non saprà mai cosa si è perso, mentre il musicista sarà raggrumato nel portachiavi-lettore-mp3.

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