L’arte nel portachiavi

Sarà che non c’ero quando Edison inventò il fonografo, ma c’ero quando la Geloso mise in commercio il magnetofono con i tasti colorati; sarà che non c’ero quando la Original Dixieland Jass Band di Nick LaRocca incise il primo disco jazz nel 1917, ma c’ero quando cominciarono a girare i primi mangiadischi azzurri e arancioni. sarà che non c’ero quando i VDisc d’ importazione americana iniziarono a circolare anche in Italia, ma c’ero quando la Fratelli Fabbri Editore pubblicò le Fiabe Sonore ( A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar…) da sentire sulla fonovaligia Lesa; sarà che non c’ero quando Miles Davis incise Birth Of Cool, ma c’ero quando arrivò a casa il primo giradischi stereofonico, comprato attraverso l’abbonamento a Selezione dal Reader’s Digest dai miei genitori, seguito dal primo piatto Lenco col pesino anti-skating e poi il piatto Thorens, l’amplificatore Pioneer, la piastra Technics e c’ero anche quando nel 1983 cominciarono a circolare i primi CD. Insomma, con i dischi ho sempre avuto un rapporto strettissimo, analogici o digitali che fossero. Mi ci sono affezionato, è evidente, li ho ancora quasi tutti e chi è nato dopo, molto dopo, forse non può capire. Tuttavia, le mie orecchie e quelle di un sedicenne dovrebbero essere più o meno le stesse, l’evoluzione non viaggia così velocemente come la tecnologia. Perciò, se da una coppia di casse ascoltiamo un disco, anche un CD (non voglio fare il talebano del vinile a tutti i costi, anche perché il vinile spesso è un campo di battaglia e non garantisce un ascolto degno), purché sia in formato audio PCM e almeno 44,1 kHz a 16 o 24 bit e poi passiamo lo stesso disco nel lettore del computer e lo sentiamo in cuffia, le differenze saranno evidenti. Se, infine, riduciamo tutto ad una compressione da MP3 a 128kbps, è come infilare gli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Giotto in un portachiavi ed esibirlo vantandosi di avere con sé un’opera d’arte. Se un musicista perde settimane, se non mesi, in sala d’incisione per cercare il suono giusto per le sue canzoni, lo trova, poi si convince che non è il massimo, butta via tutto e risuona da capo il disco, (mentre il fonico ha conservato una copia delle vecchie registrazioni, l’ha nascosta da qualche parte in attesa che l’artista diventi sufficientemente famoso da giustificare la messa in circolazione di alternate take) fino a che non è completamente soddisfatto (cioè mai), mette il tutto dentro un dischetto di plastica seguendo un ordine logico-esoterico (un ossimoro), paga grafici che gli studino una copertina gradevole ed appetibile, come pensate si sentirà quando il potenziale ascoltatore scaricherà da internet una e una sola sola canzone, quella che la casa discografica avrà indicato come quella giusta  per i suoi gusti di gggiovane, che avrà fatto salire proditoriamente in classifica (tutti saltano sul carro del vincitore, perché se una canzone è prima in classifica un motivo ci sarà, no?), che pubblicizzerà nei giusti modi e tenterà di vendere nel maggior numero di esemplari possibili? Tanto lavoro per un ronzio in cuffia? E la profondità? E la prospettiva? E l’ambiente? E la condivisione? Se Raymond Carver avesse pubblicato Principianti oggi, i lettori gli avrebbero comprato solo Una Piccola Cosa Ma Buona (è vero, solo quel racconto vale tutto il libro), perdendosi Con Tanta Di Quell’Acqua o Dove Sono Finiti Tutti o, peggio ancora, Un’Altra Cosa? Certo, il musicista è responsabile di tutto ciò, perché accetta di essere messo in un portachiavi, ma spesso è costretto dal meccanismo vigente e, comunque, questo non lo giustifica completamente. Io stesso, addetto ai lavori, mi trovo costretto ad adeguarmi, ma non lo accetto e per questo sto scrivendo. Da qualche tempo è invalso l’uso di inviare alla stampa non più il disco omaggio da recensire, ma il link dove scaricare l’album (a volte solo lo streaming) in MP3. Ora, se mi mandi il prodotto della tua fatica affinché io lo valuti, sperando che lo consigli ai tuoi futuri clienti (parlo così brutalmente, perché è il linguaggio che i discografici capiscono più facilmente, dato che molti di loro, soprattutto nelle major, vendono i dischi come fossero pomodori, automobili o sofà), penso che dovresti presentarmelo nel migliore dei modi, cosicché io rimanga favorevolmente impressionato dalla fattura, dalla pregevolezza delle finiture, dall’eleganza della confezione, dalla cura del dettaglio. E invece no: mi mandi il prodotto in un cartoccio, come un merluzzo avvolto nel giornale del giorno prima. Come pensate che sia predisposto d’animo? Posso anche pensare di masterizzarmelo e infilarlo nello stereo per sentirlo un po’ meglio (se è in streaming me lo sogno), ma sarà sempre in formato compresso e lontano miglia dall’intento originario dell’artista di avere un suono accattivante. Cosa dovrei consigliare all’ascoltatore? Di andare a vedere una mostra dopo averne ammirato i quadri in un portachiavi? Qualcuno potrebbe pensare che ce l’ho con i formati compressi perché non ricevo più i dischi dalle case discografiche. Non è così: i dischi li ricevo ugualmente, tanto che gli spazi ambientali sono sempre più ristretti (si stampano troppi dischi, effettivamente), ma dalle piccole etichette indipendenti, di jazz, rock, musica strumentale, quegli ambienti in cui si crede ancora in un progetto organico e non in una singola canzone che possa arricchirti. Il CD sta sopravvivendo ancora grazie a loro e l’ascolto della musica – NON il consumo della musica – è ancora un’attività ricreativa per la mente e il corpo, come la lettura o la visita ai luoghi dove si trova e si fa arte. Le cose consumate, alla fine, si buttano via.

Giulio Cancelliere

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