Antonella Ruggiero: Quando Facevo La Cantante

La prima parola che viene in mente riflettendo su questo album è “monumentale”. E non solo perché consta di 6 CD contenenti 115 canzoni, in una confezione-libro di oltre 180 pagine ricche di testi, descrizioni e fotografie. L’enormità dell’opera è costituita soprattutto dalla vastità del repertorio, che Antonella Ruggiero è in grado di gestire con disinvoltura straordinaria; e dalla forma in cui viene esposto, grazie all’abilità di Roberto Colombo, tastierista, compositore, arrangiatore, produttore, alchimista di suoni, deus-ex-machina di questo lavoro, che inventa formule sempre nuove, classiche e bizzarre, fra tradizione e modernità, dal duo alla grande orchestra, per sorprendere l’ascoltatore. Colombo tiene tutto, conserva gelosamente registrazioni di concerti, sessioni in studio, frammenti di arrangiamenti non utilizzati o solo in parte finiti su disco e rimescola, riutilizza, sovrappone, trasforma, in quel laboratorio delle meraviglie che è il suo studio Registrazioni Moderne, per dare alla luce nuove opere o versioni geneticamente modificate di lavori già editi. Per certi versi ricorda le magie che scaturivano dall’UMRK di Frank Zappa, abilissimo nelle operazioni di mutazione musicale.
Nulla, o quasi, di ciò che è contenuto nel cofanetto è mai stato pubblicato prima in questa forma. Si tratta soprattutto di registrazioni dal vivo realizzate dal 1996 a oggi, compendiate da sedute in studio di registrazione inedite. In realtà, frammenti di queste incisioni sono stati già utilizzati nei dischi passati, ma qui sono decontestualizzati o, addirittura, resi nella loro forma originale, prima di essere stati innestati su nuove produzioni.
I sei dischi sono suddivisi per genere e natura concettuale: si parte dalla canzone popolare, in dialetto e vernacolo, in cui trovano posto canti di montagna, di lavoro, di lotta, di migrazione, ninne nanne e serenate di tutte le regioni d’Italia; si prosegue con le canzoni di repertorio, soprattutto quelle pubblicate dal 1996, l’anno di Libera e del ritorno di Antonella Ruggiero alla canzone dopo sei anni di silenzio assoluto, fino a oggi, con solo qualche concessione, peraltro sublimata, alla storia dei Matia Bazar; il terzo capitolo è dedicato alla canzone d’autore, dagli anni ’30-’40 di D’Anzi e Bixio fino a Fortis, passando per Guccini, De André, Tenco e Califano; Antonella Ruggiero canta in ogni lingua, compresi yiddish e turco e il quarto disco è un giro musicale del mondo, con una preferenza per quello latino ispanico-portoghese, ma senza trascurare l’afro-americano; il repertorio sacro e quello classico opportunamente rielaborati caratterizzano la quinta sezione del lavoro (il sacro era già stato approfondito in Luna Crescente e nel live CD/DVD Sacrarmonia), arricchita da esecuzioni assolutamente inedite e, in alcuni casi, uniche; infine le Stranezze, una raccolta di brani tratti da opere teatrali a cui Ruggiero ha partecipato, sperimentazioni e incursioni tra jazz e world music o, ancora, divertenti performance giocate sul filo dell’ironia.
È impressionante il numero di musicisti coinvolti, tra solisti di ogni estrazione, jazz, rock, pop e compagini orchestrali e corali d’ogni dimensione, a conferma dell’eclettismo di Colombo e Ruggiero, che nulla escludono e niente si fanno mancare per nutrire quella vorace curiosità che li pervade.
Come si vede, il lavoro è corposissimo e di qualità sonora notevole: se avete intenzione di ascoltarlo in cuffia sotto forma di mp3, sarà come acquistare un vinile da 180gr e sentirlo sulla fonovaligia: lasciate stare. Quando Facevo La Cantante è una produzione discografica indirizzata non solo ai fan di Antonella Ruggiero, ma in particolare a chi ancora si ostina a comprare dischi da ascoltare sullo stereo di casa, seduto in poltrona a leggersi i testi delle canzoni (ci sono tutti!), le note di copertina e ammirare le fotografie elaborate creativamente.
Il titolo non allarmi, Antonella non ha intenzione di lasciare il canto, ma è solo un vezzo ironico per mettere un segno tra un passato ancora presente e un futuro che si preannuncia denso di impegni e nuove sfide.
Infine, si parla sempre della voce di Antonella Ruggiero per quell’estensione straordinaria che sembra bucare il cielo e non c’è niente di più vero, poiché confrontando le vecchie registrazioni con quelle più recenti, la si scopre ancora fresca e in ottima forma. Tuttavia, oltre agli acuti cristallini non sono da trascurare i “centri” solidissimi, le note di passaggio senza una sbavatura, quel timbro così caratteristico che la rende riconoscibile all’istante; quel vibrato unico che si allarga quando chiude le note lunghe; quelle “R” così sonore (nessun’altra cantante le fa risuonare così) e quei “filati” e quelle “mezze voci” che commuovono. Anche se l’arte non è una gara podistica e non vince chi arriva primo, ma chi convince di più, si può dire che Antonella Ruggiero, per qualità vocali, coerenza, carriera, duttilità e vastità del repertorio, sia la più grande cantante italiana in attività. (ph Guido Harari)

Giulio Cancelliere

Filippo Timi: una Favola di attore

Prendete una commedia rosa dai risvolti noir, ambientatela nei ruggenti anni ’50 americani, conditela con un pizzico di musical, spruzzatela di dramma e suspence, Douglas Sirk e Alfred Hitchcock, ma senza prendervi troppo sul serio, anzi, eccedete nei toni e nei colori, affidatevi a un esperto della fotografia come Renato Berta. che ha un curriculum – autentico – che va da Godard a De Oliveira passando per Gitai, Resnais e Martone, sfiorate la denuncia sociale, una spolverata di magia, un finale a sorpresa e bravi attori e otterrete Favola, l’ultimo film di Filippo Timi, tratto dal suo spettacolo teatrale, risceneggiato per il cinema assieme al regista Sebastiano Mauri.
Se l’avete già visto in palcoscenico troverete qualche differenza, ma resta comunque una storia raccontata in interni – soggiorno, cucina, bagno, un’idea di giardino – con finestre che si affacciano su improbabili panorami, ora urbani, ora desertici, con tanto di grattacieli e cactus, riprodotti anche sulle orribili tappezzerie che rivestono le pareti di casa.
Mrs. Fairytale (Timi), casalinga depressa innamorata della sua cagnetta impagliata Lady, con la quale intreccia complesse conversazioni, è vittima di un marito-padrone, ma sogna una storia d’amore con uno dei tre gemelli (Luca Santagostino) che frequentano casa sua. Per uno scherzo della natura si troverà scaraventata in ben altra avventura sentimentale e criminale. La sua amica del cuore Mrs. Emerald (Lucia Mascino), anch’essa vittima di marito fedifrago, condividerà il suo destino fino alle estreme conseguenze.
Si sorride, qualche volta si ride, si pensa, ma soprattutto si resta ammirati dalla bravura di Filippo Timi, estremamente disinvolto en travesti con abiti dalle gonne a ruota, com’era di moda allora, tra arredi fragili e ingombranti e una voce che riesce a essere credibilmente femminile senza trasformarsi in macchietta.
Come si diceva, il finale è a sorpresa e, visto in altri tempi, forse un po’ retorico, ma rasserenante.
Il film ha aperto il 21 giugno la nuova edizione di Festival Mix Milano di Cinema Gaylesbico e Queer Culture (21-24 giugno).
Poi sarà possibile vederlo il 25, 26, 27 giugno.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

Nick Cave: Distant Sky – Live In Copenhagen

Un anno e mezzo fa usciva il film-documentario One More Time With Feeling, nelle intenzioni iniziali il “making of” dell’album Skeleton Tree, mutatosi in una sorta di discutibile canto funebre in seguito alla morte accidentale di Arthur, figlio quindicenne di Cave.
Ora esce il film che documenta lo splendido concerto tenuto alla Royal Arena di Copenhagen durante il tour mondiale, passato per tre date anche in Italia, con la storica band dei Bad Seeds, riveduta, corretta e co-condotta con il polistrumentista Warren Ellis.
Chi ha potuto vederlo dal vivo, soprattutto dal parterre, avrà vissuto un’esperienza quasi liturgica, che le immagini del film testimoniano fedelmente: luci fredde e lente carrellate per i momenti più riflessivi, montaggio frenetico e apoteosi di rosso e giallo per le fasi più incendiarie.
I primi dieci-quindici minuti di concerto sono utili a creare quella sintonia spirituale e intima tra artista e platea, attraverso i brani lividi dell’ultimo disco, che non si interromperà mai lungo le oltre due ore di spettacolo, con l’artista australiano costantemente in proscenio a toccare e stringere mani e farsi sfiorare, afferrare, accarezzare dal pubblico (can you feel my heart beat? e la mano della spettatrice si infila sotto la camicia di Cave per toccargli il petto sulle note di Higgs Boson Blues), a tuffarsi nella folla, fenderla, per poi riconquistare la scena sollevato a braccia dai fan e invitare almeno un centinaio di loro a salire sul palco per rievocare insieme le gesta del sanguinario Stagger Lee.
Perché Nick Cave è un artista generoso, che ama il contatto fisico, ma che sa come gestire il pubblico come un demiurgo, in virtù di un carisma innato e un’esperienza quarantennale sui palchi di tutto il mondo: l’abbraccio sul finale di Push The Sky Away, che conclude lo spettacolo, è l’emblema del sano equilibrio tra istinto e professionalità che lo contraddistingue.
Il resto è pura tempesta rock ’n’ roll, (The Mercy Seat, The Ship Song, Tupelo, From Her To Eternity, The Weeping Song sono i fulmini forgiati negli anni Ottanta nell’infernale fucina degli originali Bad Seeds con Blixa Bargeld, Mick Harvey e Conway Savage), ma è un rock venato di un romanticismo elettrico e pulsante, anarchico ancora oggi nel rispetto del tempo e dell’intonazione, un uragano che spinge Cave, un momento prima di abbandonarsi al maelstrom del nichilismo, ad aggrapparsi al fradicio relitto del sentimento (Into My Arms), che lo porta in salvo e ce lo consegna trent’anni dopo, forse un po’ ammaccato, ma ancora in grado di indicare la rotta.
Distant Sky sarà al cinema solo il 12 aprile.
Qui il trailer.
Qui l’elenco delle sale selezionate.

Giulio Cancelliere

Caravaggio: l’Anima e il Sangue

Se il binomio genio e sregolatezza ha una qualche validità storico-scientifica, il personaggio paradigmatico, il primo che incontriamo nel mondo dell’arte, è senz’altro il Caravaggio, che al fulgore abbacinante della sua arte associava un’oscura e paurosa inquietudine interiore che lo portò a odiare, ribellarsi, uccidere.
Alla sua storia è dedicato questo film d’arte Caravaggio – l’Anima e il Sangue, prodotto da Sky e Magnitudo Film, realizzato dai creatori di Raffaello – Principe delle Arti e Firenze e gli Uffizi, per la regia di Jesus Garces Lambert e la fotografia di Massimiliano Gatti, con tecniche di ripresa sofisticatissime in 8K, tali da consentire allo spettatore una sensazione quasi tattile delle opere del pittore milanese.
L’indagine su Michelangelo Merisi passa attraverso documenti preziosissimi visibili per la prima volta al grande pubblico, a cominciare dal certificato di nascita rinvenuto pochi anni fa negli archivi del Museo Diocesano di Milano, che ne attesta la cittadinanza meneghina, fino gli atti processuali che lo coinvolsero per risse, diffamazione e omicidio, accusa per la quale rischiò più volte la pena di morte e fu costretto all’esilio.
L’analisi delle opere del Caravaggio, invece, è affidata al professor Claudio Strinati, alla professoressa Mina Gregori e alla dottoressa Rossella Vodret, che ne narrano la vicenda artistica articolatasi tra Milano, Firenze, Roma, Napoli, Malta e la Sicilia.
A tutto ciò si accompagna un racconto in prima persona evocato da scene “fotografiche”, fortemente simboliche, metafore della condizione esistenziale dell’artista, con la voce fuori-campo di Manuel Agnelli, fondatore e cantante degli Afterhours, che incarna il pittore cinquecentesco.
Caravaggio – l’Anima e il Sangue è una grande produzione che ha convolto una squadra di oltre sessanta persone per circa duecento ore di girato ad altissima risoluzione per un risultato sullo schermo di rara suggestione. La post-produzione, inoltre, ha comportato un trattamento della luce, elemento imprescindibile nell’opera del Merisi, tale da consentire un impatto visivo inedito e straordinario.
Quaranta le opere esaminate: dalla Canestra di Frutta a Giuditta e Oloferne, dal Bacchino Malato alla Decollazione di San Giovanni Battista, dal Davide con la Testa di Golia alla Morte della Vergine allo Scudo con la Testa di Medusa, fino alla Madonna del Parafrenieri, che, grazie a una tecnica computerizzata, viene ricollocata per la prima volta presso l’Altare di San Michele Arcangelo in San Pietro, dove in realtà rimase solo pochi giorni, prima di essere rimossa per il rifiuto dei committenti, che la giudicarono inaccettabile e inopportuna per come era stato trattato il soggetto, ed essere trasferita nella collezione Borghese dove è visibile ancora oggi.
Caravaggio – l’Anima e il Sangue è un’esperienza diversa da quella che potreste avere vissuto visitando la grande mostra di Palazzo Reale a Milano, perché vi porta talmente vicino al quadro e dentro l’animo dell’artista da farvene provare il brivido.
In questo senso, una menzione speciale meritano le musiche di Matteo Curallo, particolarmente suggestive e adeguate a quel buio abissale squarciato da improvvisi lampi di luce, che abitava il cuore del Caravaggio.
Il film resterà al cinema i giorni 19, 20 e 21 febbraio.
Qui i cinema selezionati
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

Odio Baglioni

Fare il musicista è un mestiere come un altro: si studia, si fa pratica, si frequentano scuole, corsi, seminari, concerti, si acquisisce una certa conoscenza teorica, pratica, manuale e intellettuale e alla fine (ma la fine di cosa?) si può dire di essere musicisti. Ma la musica non è matematica, non è una scienza, non è nemmeno solida, non la puoi toccare, è qualcosa di estremamente aleatorio, è fatta di vibrazioni che viaggiano nell’aria. Ha le sue regole, più che altro convenzioni, ma nemmeno quelle sono così solide, tanto che nel tempo cambiano e sono tuttora in continua trasformazione. Eppure è meglio conoscerle.
Soprattutto, la musica, che spesso confina con l’arte, ma non sempre sconfina nell’arte è multidisciplinare e nessuno è in grado di fare tutto: puoi essere un ottimo pianista, ma un mediocre compositore; scriverai dei bellissimi lied, ma una sinfonia è fuori dalla tua portata; sarai pure nato col violino in mano e Paganini lo mangi coi cornetti nel caffelatte, ma una canzone come My Funny Valentine o Chega de Saudade non sarai mai in grado di scriverla, perché è una questione di talento, inclinazione, atteggiamento, formazione, sensibilità e chissà che altro. Nessuno è stato ancora in grado di spiegarlo credibilmente. È lo stesso motivo per cui ragazzi della stessa età che suonano lo stesso strumento applicandosi le stesse ore, raggiungono livelli diversi di bravura: è come se qualcuno di loro fosse “nato” con lo strumento tra le mani e a qualcun altro sia capitato per caso.
Scrivere canzoni è una di quelle pratiche che anni di studio e milioni di ore di applicazione non ti possono insegnare, ma semplicemente consolidare e migliorare. È un talento “naturale”, anche se l’aggettivo forse è improprio, ma rende l’idea. Certo, conta l’ambiente in cui cresci e ti formi, ma se assorbi o meno quello che senti, se le melodie che ascolti rimarranno impigliate nei tuoi pensieri, se sedimenteranno, fermenteranno, si trasformeranno in futuro in un’espressione musicale nessuno lo potrà prevedere. Se ti piace Celentano, ma i tuoi genitori ti spediscono al Conservatorio dove ti imbottiscono di Bach, Mozart, Beethoven, Brahms, Mahler e Schönberg, difficilmente arriverai a scrivere Il Ragazzo della Via Gluck, a meno che tu non sia Stefano Bollani, che comunque scrive altro, ma voleva essere Celentano.
Forse è per questo che scrivere canzoni da molti non è considerata una pratica apprezzabile, tanto meno un’arte. Pur esistendo corsi di scrittura musicale creativa volti a insegnare come comporre un pezzo di tre-quattro minuti che diventi un successo planetario, non sono presi molto sul serio – e forse giustamente – proprio per i motivi già precisati.
Scrivere una bella canzone significa indovinare il giusto equilibrio tra arte musicale e comunicazione, perché la canzone deve avere una struttura che regga, essere costruita con materiale di pregio e arrivare al pubblico. Tutto sommato scrivere un successo pop stagionale non è così complicato e molti ci riescono ogni anno rimpolpando il proprio conto corrente, per poi ritornare nell’ombra e magari dedicarsi a un altro mestiere. Ma durare nel tempo con le proprie canzoni è qualcosa che pochi possono vantare e Baglioni è uno di questi.
Perché lo odio? Perché quando avevo 14-15 anni era l’idolo di tutte ragazze e quando con i miei amici consumavamo i dischi di Led Zeppelin, Deep Purple, Ten Years After, Colosseum, Pink Floyd, Grand Funk Railroad, Black Sabbath, Yes, Genesis, Gentle Giant, Frank Zappa, attorno a noi il genere femminile era praticamente assente, nell’altra stanza a sbavare per questo spilungone dall’acconciatura ridicola. E se da una parte gli ormoni erano una tempesta incontenibile, dall’altra la mente non accettava di affogare nel Piccolo Grande Amore o cinguettare col Passerotto. Ma non è nostalgia dell’adolescenza, l’età peggiore che l’essere umano sia costretto ad attraversare. Odio Baglioni, perché aveva ragione lui: le sue canzoni sono rimaste, hanno attraversato le generazioni e, tutto sommato, erano anche belle, per niente banali, ascoltabili ancora oggi. Inoltre, Baglioni si è rivelato un musicista curioso che non ha smesso di ricercare soluzioni nuove, non sempre trovando quell’equilibrio di cui sopra, ma conservando una qualità media invidiabile. Ammettere di avere avuto torto non significa smettere di odiare, anzi. Lo odio il doppio.

Giulio Cancelliere

David Hockney dalla Royal Academy of Arts

Arriva al cinema David Hockney dalla Royal Academy of Arts, il docufilm che racconta le due grandi mostre dedicate all’artista negli ultimi anni alla Royal Academy of Arts di Londra.
Più precisamente si tratta di A Bigger Picture 2012, la prima grande mostra di nuovi dipinti paesaggistici di David Hockney, caratterizzata da imponenti e maestose opere di grandi dimensioni ispirate al paesaggio dello Yorkshire. Un excursus sulla bellezza delle stagioni, ma anche sulle nuove tecnologie esplorate dal pittore negli ultimi anni, come la pittura su ipad, che gli consente di accedere a una vastissima gamma di colori e tecniche.
L’altra mostra, del 2016, è 82 Portraits and One Still Life, incentrata sull’arte del ritratto, rielaborato ed espresso con rinnovato vigore creativo grazie a dipinti che offrono un’istantanea sulla vita privata dell’artista e sul mondo dell’arte attraverso la rappresentazione di amici, colleghi o persone che hanno incrociato il suo percorso tra il 2014 e il 2015.
Membro della Royal Academy dal 1991, David Hockney è uno degli artisti britannici più famosi al mondo, simbolo indiscusso della pop art inglese, anche se da molti anni vive a Los Angeles.
Per certi versi la sua pittura paesaggistica ricorda l’impressionismo, per l’immersione fisica nella natura che comporta, mentre la ritrattistica ha qualcosa di Van Gogh per la scelta di colori decisi e l’essenzialità del tratto, pur ricco di sfumature.
La lunga intervista di Tim Marlow, Direttore Artistico della Royal Academy of Arts e i contributi dei critici d’arte Martin Gayford e Jonathan Jones e di Edith Devaney (Senior Contemporary Curator della Royal Academy of Arts) che posò due volte per l’artista, forniscono allo spettatore una panoramica esaustiva su un artista ottuagenario, che non ha smesso di ricercare, rinnovarsi, incuriosirsi.
David Hockney dalla Royal Academy of Arts sarà al cinema il 30 e 31 gennaio.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer del film.

Giulio Cancelliere

Sangue Blues/4

“Il vecchio nero smette di suonare, continua a cantare quella melodia e mi punta il dito accusatorio. Alle sue spalle si apre la porta della casa e dietro alla zanzariera intravedo una donna, giovane, bianca, bella. Mi chiama, ma il vecchio si alza in piedi, ha un grosso coltello infuocato in pugno, fa un passo avanti e me lo pianta nel petto. Io urlo, il dolore è terribile, ma non esce alcun suono dalla mia bocca e nemmeno sangue dalla ferita, ma attraverso la carne vedo il mio cuore. Allora allargo i labbri della ferita, afferro l’organo ancora pulsante e lo consegno al vecchio, che lo addenta, mentre il sangue gli cola sulla camicia e impregna il legno della chitarra.” (da Sangue Blues)