intelligenti e affascinanti che mi è capitato di ascoltare ultimamente Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori svetta inesorabilmente su molti. La formazione di Pierpaolo Capovilla e Giulio Ragno Favero ha immaginato un concept-album (visto che si possono fare ancora?) che, originariamente doveva intitolarsi Storia Di Un Immigrato, parafrasando un antico De André, ma è sembrato pretenzioso. Tuttavia il titolo scelto rimanda ad un altro autore dotato della stessa visionarietà e capacità profetica: la nuova società immaginata da Aldous Huxley esattamente ottant’anni fa, in quanto ad indifferenza, cinismo, pragmatismo spinto, nutrimento dei bisogni corporei e detrimento di quelli spirituali, ha molti punti di somiglianza con la realtà che ci circonda oggi. L’impatto visivo (una copertina tra le più belle viste ultimamente, opera del pittore Roberto Coda Zabetta) e sonoro (un lavoro certosino di Favero)
sono un “diretto” al plesso solare, tanto più dal vivo, dimensione, purtroppo, che toglie valenza alle parole, sbriciolate nella tempesta di suoni, ma recuperabili soprattutto nel doppio vinile 180 gr., di una bellezza commovente.
che su Silenziosa(mente) stanno bene, proprio perché tengono in alta considerazione il silenzio che circonda i suoni. Strumenti a corde di ogni tipo e fattura la fanno da padroni, assieme a voci, percussioni, harmonium, piano, tromba, flicorno e qualche diavoleria elettronica, al servizio di un sound che cattura l’ascolto.
pop al rhythm ‘n’ blues al melodico con sonorità anni Ottanta-Novanta, mescolando generi e passioni del protagonista, autore di parole e musiche. La voce è talvolta un po’ forzata e la pronuncia inglese (solo due pezzi per fortuna) a dir poco scolastica, ma si lascia ascoltare.
Carmen Consoli, Giorgia, Mario Biondi, Amii Stewart, Gegè Telesforo e molti altri, chiamati a reinterpretare il repertorio del bravo cantante milanese scomparso prematuramente in un incidente motociclistico a Roma. Lo stesso Alex Baroni è presente con un inedito e in un duetto virtuale assieme a Renato Zero. Ancora Marco Rinalduzzi è protagonista di altre due produzioni: 1 + 90, un album doppio registrato con novanta musicisti diversi con lo scopo di riassumere in trentacinque pezzi (sedici strumentali e diciannove cantati) la sua carriera e le sue passioni musicali, giovanili e no; l’altro disco è a nome
del Quartetto Nazionale, Senza Filtro, una formazione con Alessandro Centofanti all’ Hammond, Marco Siniscalco al basso e Marcello Surace alla batteria in un repertorio jazz-rock-blues da urlo, un po’ alla Scott Henderson come spirito, ma tutto originale.
sono stati risuonati e ri-registrati ex novo da una potente rock band), comprendente anche quella E Tu Lo Chiami Dio, scritta da Roberta Di Lorenzo, a sua volta sul mercato con Su Questo Piano Che Si Chiama Terra, il suo secondo album, che vede alla produzione e agli arrangiamenti i fratelli Pino e Lino Nicolosi, già Novecento. La cantautrice molisana, già apprezzata al debutto due anni fa con L’Occhio Della Luna, si distingue per l’eleganza e la grazia con cui porge testi raffinati e fuori dagli schemi. Collaborano, oltre a Finardi, Alberto Fortis,
Andrea Mirò e i Sonohora.
Raiz, Daby Touré, Enrique & Solea Morente, Idir, Co’ Sang, Battiato, Toumani Diabaté, Mauro Pagani e l’immancabile Zio Pino. Confezione curata e testi tradotti. Emozione pura. Infine, una delle band più interessanti degli ultimi anni, i Subsonica, viene riletta in chiave acustica, ma talmente elaborata nel suono e nell’approccio, da sembrare decisamente elettronica in Barber Mouse Plays Subsonica. Il trio jazz, con la collaborazione dello stesso Samuel Romano, voce dei Subsonica, ridisegna il profilo della
formazione torinese in stile assolutamente inedito, conservandone l’aspetto melodioso, ma senza tradirne il respiro sperimentale, anzi, esaltandolo attraverso una ricerca sonora d’avanguardia (piano e contrabbasso preparati, batteria in stile drum ‘n’ bass, distorsioni ed effetti sugli strumenti acustici) che rimanda a precedenti nordeuropei e americani, ma con una ricerca timbrica tutta latina. Come si vede, i dischi hanno ancora un senso, persino in Italia, dove la musica va ben oltre l’offerta televisiva canonica, la trita ritualità rivierasca e la rotazione radiofonica in affitto. Basta cercarla.
È ormai il terzo articolo che scrivo sull’argomento “fruizione/consumo della musica” e sembra che importi a nessuno. O meglio, quando ne parlo a voce, trovo persone che mi danno anche retta, talvolta ragione, anche se alla fine mi guardano con compatimento. Io insisto, perché non mi arrendo, non mi voglio arrendere alla deriva consumistico-degenerativa della musica. Non mi arrendo, finché vedo riempirsi le sale da concerto e gli auditorium di gente che intende ascoltare la musica nel migliore dei modi e non necessariamente la musica classica. Uno dei più bei concerti visti negli ultimi anni sotto il profilo artistico e strettamente sonoro è stato Leonard Cohen al Teatro degli Arcimboldi, che non è il mio teatro preferito, ma, devo dire, in quell’occasione fu la cornice ideale. Mi è capitato in questi giorni di intervistare un gruppo rock, di quelli che vanno per la maggiore ed erano orgogliosi di dirmi che avrebbero fatto un tour nei più grandi palasport. Avevano ragione ad essere orgogliosi, perché significava grandi capienze, tanto pubblico…pagante, che non guasta per chi fa il mestiere di musicista, un’esposizione inedita per loro. È così che si ragiona oggi, per quantità. A nessuno viene in mente che un palasport si chiama così perché all’interno si svolge un’attività ludico-agonistica che ha a che fare con sforzo fisico, dispendio di energie, sudore, fatica, da una parte e entusiasmo, tifo, incitazione, urla e applausi o fischi dall’altra? D’accordo, anche molti concerti sono qualcosa di simile, ma nello sport manca la componente artistica e intellettuale, che fa la differenza. Anche in molti concerti? È vero, ma non è questo il punto: il fatto è che il palasport non si chiama palamusica, palaconcerto, palaviolino o palachitarra, si chiama palasport perché lì si fa sport e, occasionalmente, musica. Se poi si fa più musica che sport non sposta il problema, perché la musica si sentirà indiscutibilmente male. È la stessa cosa che avviene negli stadi, anche se la tecnologia, negli ultimi anni, ha tamponato molte falle, ma, se le avesse tamponate tutte, a Roma non si sarebbe sentito il bisogno di far progettare a Renzo Piano quel po’ po’ di Auditorium, sarebbe bastato coprire lo stadio Flaminio e a Milano l’Orchestra Verdi non avrebbe più casa visto che il Teatro Lirico è morto e sepolto sotto le impalcature da tempo immemore, mentre, per fortuna, c’è quel bellissimo Auditorium di largo Mahler che ti fa sembrare di entrare nella pancia di un violoncello, come ebbe a dire il maestro Riccardo Chailly con una felice metafora. Ma c’è di più. Parlando con una discografica più o meno della mia età, (forse qualche anno meno, lo dico per giustificarla un po’) mi lamentavo del fatto che l’invio dei dischi in MP3 è comodo sotto molti punti di vista, ma da quello sonoro è una vera schifezza. Lei comprendeva, poverina, e aggiungeva che effettivamente il vero problema sta nel fatto, che, se non hai il computer collegato a dei diffusori, sei costretto ad ascoltare la musica dai conetti del Pc o dalla cuffietta e indicava le casse che aveva alle sue spalle, come a dire “vedi, io i diffusori li ho”. Io non ho fiatato, ma deve avere notato la mia faccia che diceva “non le chiamerai casse quelle scatolette di plastica?” e si è affrettata a controbattere: “Be’ certo, tu ascolterai la musica su un impianto da milioni…”. A parte il fatto che oggi un impianto hi-fi non costa milioni, forse costava milioni quando l’ho comprato io, cioè all’epoca in cui non era in vigore ancora l’euro o giù di lì, ma ognuno investe i suoi soldi in quello che più gli aggrada: c’è chi si compra l’auto nuova, chi si fa le vacanze alle Svalbard, a Ibiza o a Formentera, chi gioca al casinò o tutti i weekend si schianta in discoteca, io mi compro dischi e cerco di sentirli nel migliore dei modi consentiti dalle mie finanze. Che c’è di strano? È molto più strano pensare che mettere un CD in un computer e collegare il computer a dei monitor risolva il problema dell’ascolto in hi-fi, senza considerare che nel computer non c’è la tecnologia contenuta in un buon amplificatore e tutto il lavoro fatto dai musicisti in sala di registrazione passerà attraverso un chip e una scheda inadeguati all’ascolto della musica. Guardereste un film di fantascienza in 3D dal buco della serratura? No? E allora perché ascoltare la musica attraverso un imbuto?
Sarà che non c’ero quando Edison inventò il fonografo, ma c’ero quando la Geloso mise in commercio il magnetofono con i tasti colorati; sarà che non c’ero quando la Original Dixieland Jass Band di Nick LaRocca incise il primo disco jazz nel 1917, ma c’ero quando cominciarono a girare i primi mangiadischi azzurri e arancioni. sarà che non c’ero quando i VDisc d’ importazione americana iniziarono a circolare anche in Italia, ma c’ero quando la Fratelli Fabbri Editore pubblicò le Fiabe Sonore ( A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar…) da sentire sulla fonovaligia Lesa; sarà che non c’ero quando Miles Davis incise Birth Of Cool, ma c’ero quando arrivò a casa il primo giradischi stereofonico, comprato attraverso l’abbonamento a Selezione dal Reader’s Digest dai miei genitori, seguito dal primo piatto Lenco col pesino anti-skating e poi il piatto Thorens, l’amplificatore Pioneer, la piastra Technics e c’ero anche quando nel 1983 cominciarono a circolare i primi CD. Insomma, con i dischi ho sempre avuto un rapporto strettissimo, analogici o digitali che fossero. Mi ci sono affezionato, è evidente, li ho ancora quasi tutti e chi è nato dopo, molto dopo, forse non può capire. Tuttavia, le mie orecchie e quelle di un sedicenne dovrebbero essere più o meno le stesse, l’evoluzione non viaggia così velocemente come la tecnologia. Perciò, se da una coppia di casse ascoltiamo un disco, anche un CD (non voglio fare il talebano del vinile a tutti i costi, anche perché il vinile spesso è un campo di battaglia e non garantisce un ascolto degno), purché sia in formato audio PCM e almeno 44,1 kHz a 16 o 24 bit e poi passiamo lo stesso disco nel lettore del computer e lo sentiamo in cuffia, le differenze saranno evidenti. Se, infine, riduciamo tutto ad una compressione da MP3 a 128kbps, è come infilare gli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Giotto in un portachiavi ed esibirlo vantandosi di avere con sé un’opera d’arte. Se un musicista perde settimane, se non mesi, in sala d’incisione per cercare il suono giusto per le sue canzoni, lo trova, poi si convince che non è il massimo, butta via tutto e risuona da capo il disco, (mentre il fonico ha conservato una copia delle vecchie registrazioni, l’ha nascosta da qualche parte in attesa che l’artista diventi sufficientemente famoso da giustificare la messa in circolazione di alternate take) fino a che non è completamente soddisfatto (cioè mai), mette il tutto dentro un dischetto di plastica seguendo un ordine logico-esoterico (un ossimoro), paga grafici che gli studino una copertina gradevole ed appetibile, come pensate si sentirà quando il potenziale ascoltatore scaricherà da internet una e una sola sola canzone, quella che la casa discografica avrà indicato come quella giusta per i suoi gusti di gggiovane, che avrà fatto salire proditoriamente in classifica (tutti saltano sul carro del vincitore, perché se una canzone è prima in classifica un motivo ci sarà, no?), che pubblicizzerà nei giusti modi e tenterà di vendere nel maggior numero di esemplari possibili? Tanto lavoro per un ronzio in cuffia? E la profondità? E la prospettiva? E l’ambiente? E la condivisione? Se Raymond Carver avesse pubblicato Principianti oggi, i lettori gli avrebbero comprato solo Una Piccola Cosa Ma Buona (è vero, solo quel racconto vale tutto il libro), perdendosi Con Tanta Di Quell’Acqua o Dove Sono Finiti Tutti o, peggio ancora, Un’Altra Cosa? Certo, il musicista è responsabile di tutto ciò, perché accetta di essere messo in un portachiavi, ma spesso è costretto dal meccanismo vigente e, comunque, questo non lo giustifica completamente. Io stesso, addetto ai lavori, mi trovo costretto ad adeguarmi, ma non lo accetto e per questo sto scrivendo. Da qualche tempo è invalso l’uso di inviare alla stampa non più il disco omaggio da recensire, ma il link dove scaricare l’album (a volte solo lo streaming) in MP3. Ora, se mi mandi il prodotto della tua fatica affinché io lo valuti, sperando che lo consigli ai tuoi futuri clienti (parlo così brutalmente, perché è il linguaggio che i discografici capiscono più facilmente, dato che molti di loro, soprattutto nelle major, vendono i dischi come fossero pomodori, automobili o sofà), penso che dovresti presentarmelo nel migliore dei modi, cosicché io rimanga favorevolmente impressionato dalla fattura, dalla pregevolezza delle finiture, dall’eleganza della confezione, dalla cura del dettaglio. E invece no: mi mandi il prodotto in un cartoccio, come un merluzzo avvolto nel giornale del giorno prima. Come pensate che sia predisposto d’animo? Posso anche pensare di masterizzarmelo e infilarlo nello stereo per sentirlo un po’ meglio (se è in streaming me lo sogno), ma sarà sempre in formato compresso e lontano miglia dall’intento originario dell’artista di avere un suono accattivante. Cosa dovrei consigliare all’ascoltatore? Di andare a vedere una mostra dopo averne ammirato i quadri in un portachiavi? Qualcuno potrebbe pensare che ce l’ho con i formati compressi perché non ricevo più i dischi dalle case discografiche. Non è così: i dischi li ricevo ugualmente, tanto che gli spazi ambientali sono sempre più ristretti (si stampano troppi dischi, effettivamente), ma dalle piccole etichette indipendenti, di jazz, rock, musica strumentale, quegli ambienti in cui si crede ancora in un progetto organico e non in una singola canzone che possa arricchirti. Il CD sta sopravvivendo ancora grazie a loro e l’ascolto della musica – NON il consumo della musica – è ancora un’attività ricreativa per la mente e il corpo, come la lettura o la visita ai luoghi dove si trova e si fa arte. Le cose consumate, alla fine, si buttano via.