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		<title>Intervista con Dino Betti Van Der Noot</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 14:44:27 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:justify;"><span style="color:#339966;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/dino02411_2270751885046_1136084931_32744341_1655060_n.jpg"><img class="alignleft  wp-image-288" title="DINO02411_2270751885046_1136084931_32744341_1655060_n" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/dino02411_2270751885046_1136084931_32744341_1655060_n.jpg?w=378&#038;h=337" alt="" width="378" height="337" /></a><span style="color:#008080;">Sta diventando quasi un refrain: ogni volta che Dino Betti pubblica un disco vince il Top Jazz come compositore. È successo anche quest’anno con <em>September’s New Moon</em>, la sua ultima opera orchestrale, come sempre ricca di spunti musicali e poetici, tradizionali e d’avanguardia, convenzionali e sperimentali. Penso quasi che dovrebbero dichiararlo invotabile e vincitore a prescindere per incoraggiare altri nomi. Scherzi a parte, senza togliere alcuno dei meriti che il musicista si è guadagnato in molti anni di carriera, è pure vero che vince facile in un’epoca in cui la figura del compositore, orchestratore, arrangiatore nel jazz , e non solo, è in via di sparizione. O forse è il contrario: con la diffusione della cultura musicale e delle competenze tutti sono, o si sentono, compositori, orchestratori, arrangiatori, col risultato che la qualità ne risente e ognuno “se la canta e se la suona” in solitudine. Che ne pensa il diretto interessato?</span></span><br />
<a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/310196_2366823606779_1136084931_32840732_902129899_n-450x408.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-289" title="310196_2366823606779_1136084931_32840732_902129899_n-450x408" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/310196_2366823606779_1136084931_32840732_902129899_n-450x408.jpg?w=300&#038;h=272" alt="" width="300" height="272" /></a>“È la quarta volta che vinco il Top Jazz in assoluto, ma è la terza volta come compositore: 2007 con <em>The Humming Cloud</em>, 2009 con <em>God Save The Earth</em> e 2011 con <em>September’s New Moon</em>.”<br />
<span style="color:#008080;">Non ti sembri offensivo, ma vinci anche per mancanza di concorrenza.</span><br />
“E vero, ma anche nella storia del jazz il compositore propriamente detto è una figura rara. C’è Ellington, che è un punto fermo. Count Basie ha composto pochissimo, mentre Ralph Burns, per una lunga stagione, ha scritto per Woody Herman; in un certo senso possiamo annoverare Pete Rugolo, che lavorò a lungo per Stan Kenton, il quale al suo fianco aveva anche figure come Bob Graettinger, Bill Russo, molto più di Bill Holman. Anche Gerry Mulligan è annoverabile tra i veri compositori, assieme a John Lewis, mentre un Gillespie non lo puoi definire veramente un compositore, ma un grande solista che ha scritto delle cose che contengono i suoi assoli, come Charlie Parker, del resto. Il problema della composizione è di struttura, non solo tematico, di sviluppo, di coerenza armonica o altro ancora.”<br />
<span style="color:#339966;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/hummingcloud2007.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-290" title="HummingCloud2007" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/hummingcloud2007.jpg?w=300&#038;h=272" alt="" width="300" height="272" /></a><span style="color:#008080;">Spesso si equivoca tra compositore e arrangiatore.</span></span><br />
“Gil Evans, ad esempio, era soprattutto un arrangiatore, ha scritto relativamente poco. C’è quel bellissimo pezzo su <em>Birth Of The Cool</em>, che si intitola Moon Dreams: è probabilmente il più bello del disco, il più prezioso e strutturato, ma è di Johnny Mercer e Chummy MacGregor, ma arrangiato da Evans, che, quando partiva da materiale già composto era magnifico.”<br />
<span style="color:#008080;">Detto questo, i musicisti attuali in Italia rarissimamente li sento suonare un tema altrui, a meno che non sia una figura storica.</span><br />
“Forse è anche una questione di diritti d’autore. Di questi tempi si cerca di ramazzare tutto il possibile.”<br />
<span style="color:#008080;">Non lo penso, tanto più in un concerto, dove la quota SIAE è relativamente risibile. Lo comprenderei piuttosto su disco, soprattutto se inciso per una grossa etichetta e con un’esposizione globale. In questo senso mi sorprese Stefano Bollani che aprì il suo primo disco di <em>Piano Solo</em> per ECM con un brano di Antonio Zambrini, suo collega pianista contemporaneo, vivente e attivo.</span><br />
“È anche vero che il jazz per sua natura è una musica in continua evoluzione e andare a rivisitare il già fatto è un po’ come tornare indietro, cosa che avviene regolarmente. In un club, quando strappi l’applauso? Quando annunci il pezzo famoso o il pubblico riconosce il tema noto, che, se ci pensi bene, è una stupidaggine. L’applauso andrebbe concesso alla fine, se il musicista se l’è meritato, non sulla fiducia per Victor Young, Ned Washington o George Gershwin. Ricordo un concerto di Archie Shepp in cui, in mezzo a furiose improvvisazioni atonali saltò fuori il tema di The Shadow Of Your Smile. In platea si avvertì un sospiro di sollievo, come a dire: questa la conosciamo. Ma vorrei tornare indietro un momento al tema dei compositori, perché ne abbiamo dimenticata una straordinaria che è Carla Bley, davvero una grande e la Liberation Orchestra un emblema del fare orchestra negli ultimi vent’anni, soprattutto ora che Gaslini non fa più musica per orchestra jazz.”<br />
<span style="color:#339966;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/droppedimage.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-291" title="droppedImage" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/droppedimage.jpg?w=300&#038;h=270" alt="" width="300" height="270" /></a><span style="color:#008080;">Dove ti collochi o ti senti collocato come compositore?</span></span><br />
“Direi a cavallo tra musica classica e linguaggio jazzistico, nel senso che mi sento un fuori posto in entrambi i campi. Ho una formazione indubbiamente classica, ma la spontaneità che muove le mie composizioni è sicuramente jazzistica, quindi riesco a mescolare le due cose, usando le cognizioni strutturali della musica classica per dare un ordine coerente ai temi, ai suoni, alle sezioni della composizione. In effetti il problema strutturale è congenito al jazz. Lo stesso Ellington sui brani lunghi aveva qualche difficoltà, non per niente le sue cose più belle sono quelle concentrate. Ornette Coleman, quando fece <em>Skies Of America</em>, dal punto di vista strutturale era una composizione con grosse falle, anche se aveva un impatto straordinario. È una questione molto complessa, perché anche a <em>Birth Of The Cool</em>, rifatto da Gerry Mulligan nel 1991-92, pur rispettando le strutture originarie, mancano le voci di Miles Davis, con le sue imperfezioni e quella di Lee Konitz, che rivoluzionò il ruolo del primo contralto, che nel caso del nonetto di Miles era l’unico contralto.”<br />
<span style="color:#008080;">Quindi non è solo un problema strutturale, ma di voci, non solo di forma, ma di sostanza e di mezzo. A proposito di voci: hai l’abitudine, come molti compositori, di convocare spesso gli stessi solisti. Come si gestiscono gli elementi d’orchestra chiamati anche a improvvisare, quindi a comporre all’interno della composizione? Tra l’altro il tuo stile compositivo alterna momenti di grande densità sonora ad altri di estrema liquidità in un gioco dinamico molto stimolante, credo, anche per i solisti.</span><br />
“Io ho imparato a comporre per orchestra jazz scrivendo per una big band di dilettanti, per cui ho imparato a scrivere in modo tale che non ci siano esitazioni a suonare in un determinato modo. In altre parole, sei costretto a suonare così e basta. Tuttavia devi sempre pensare ai musicisti che avrai davanti quando componi ed è per questo che scelgo spesso le stesse personalità. Inoltre, cerco di condividere le mie idee, le spiego ai musicisti. Io non dirigo l’orchestra jazz che suona la mia musica, non potrei. Stacco il tempo, indico le entrate, ma la direzione, in realtà, è un dialogo con i  musicisti, mano a mano che la composizione si srotola. Per quanto riguarda gli assoli, invece, chiedo ai solisti di non suonare standard, di non improvvisare sugli accordi, ma di raccontare storie.”<br />
<span style="color:#339966;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/droppedimage-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-292" title="droppedImage-2" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/droppedimage-2.jpg?w=300&#038;h=265" alt="" width="300" height="265" /></a><span style="color:#008080;">Ma non è quello che dovrebbe sempre avvenire? Raccontare storie è il ruolo del musicista, del solista.</span></span><br />
“Non avviene quasi più, per molti motivi. Dal bebop in poi, l’improvvisazione è diventata tecnica esecutiva una volta che è stata codificata nei metodi di studio. La bravura del compositore sta nel creare le condizioni affinché il solista torni a raccontare storie, se è anche stato bravo a scegliere il solista giusto. Uno come Sandro Cerino, è in grado di inserirsi in questo contesto senza debordare; trovo che Giulio Visibelli sia molto più caldo quando suona con me rispetto ad altri contesti, in cui si lascia meno andare. Passando alle trombe, Luca Calabrese, un nuovo adepto, ha fatto degli assoli bellissimi e mi piace metterlo assieme ad Alberto Mandarini, perché sono due concetti diversi; ma anche Emanuele Parrini al violino, Alberto Tacchini al piano, anche se gli spazi per i loro assoli sono limitati.”<br />
<span style="color:#008080;">È vero, ma è la natura delle tue composizioni abbastanza nebbiosa in cui spesso non si distingue cos’è improvvisazione e cosa parte scritta.</span><br />
“Essendo io un pessimo musicista, mi sfogo scrivendo e compongo come se fosse una lunga lenta improvvisazione.”<br />
<span style="color:#008080;">Hai sempre voluto fare il compositore?</span><br />
“Praticamente sì. All’inizio scrivevo dei temi, poi ho sviluppato queste mie capacità e volontà. Tieni presente che un pezzo pubblicato nel 2005 sul mio disco Ithaca, è basato su un tema che ho iniziato a comporre attorno al 1955-56. Il primo libro di arrangiamento che ho avuto è stato quello di Pippo Barzizza (grande arrangiatore e direttore d’orchestra nel periodo tra le due guerre ndr), era un manuale sul quale mi sono applicato molto. Io ho studiato violino, ma ero pessimo, avevo dei crampi micidiali. Poi ho studiato armonia e contrappunto col maestro Centemeri, monzese, che insegnava a Torino, da cui mi aveva indirizzato Giampiero Boneschi.&#8221;<br />
<span style="color:#339966;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/basement-bassa.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-293" title="BASEMENT bassa" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/basement-bassa.jpg?w=298&#038;h=300" alt="" width="298" height="300" /></a><span style="color:#008080;">Ma in quell’epoca dirigevi una band, suonavi in giro?</span></span><br />
“Per un breve periodo, assieme a Vittorio Castelli, avevo messo assieme una big band con ex membri della Pisistratus, un’orchestra che faceva repertorio di Stan Kenton, dove suonavo malamente sax tenore e flauto. Quando poi finalmente, trovai qualcuno per sostituirmi, gli lascia volentieri il posto. Prima ancora, all’epoca della Bocconi, fine anni Cinquanta, avevo un gruppo con Alceo Guatelli al basso, Lionello Bionda alla batteria, Alberto Pizzigoni alla chitarra e Fausto Papetti ai sax. Facevamo temi miei, che non oso chiamare composizioni. Quindi feci il corso di Berklee di arrangiamento per big band e all‘esame portai un mio arrangiamento di Lester Leaps In. Incisi anche un disco con arrangiamenti miei di brani esistenti come Intermission Riff, Satin Doll, Lester Leaps In, Take The A Train, The Preacher, Laura e qualche pezzo originale (<em>Basement Big Band</em>, 1977). A quel punto l’orchestra si sciolse per vari motivi dovuti alla mia inesperienza come compositore e raccontatore  e alla carenza culturale dei musicisti ai quali veniva a mancare un modello a cui rifarsi musicalmente. Dopo vari esperimenti non particolarmente soddisfacenti, poiché trovavo musicisti molto bravi, ma non in sintonia con quello che avevo in mente di fare, optai per una sezione ritmica internazionale con Daniel Humair alla batteria, Mitchel Forman al piano e Bob Cunningham al contrabbasso, mentre i solisti erano Hugo Heredia, Gianluigi Trovesi, Luca Bonvini, Sergio Fanni, Rudy Migliardi e Donald Harrison.<br />
<span style="color:#339966;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/08-here-comes-springtime.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-294" title="08 Here Comes Springtime" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/08-here-comes-springtime.jpg?w=549" alt=""   /></a><span style="color:#008080;">Questa è la formazione di <em>Here Comes Springtime</em> del 1985. Come fu accolto quel disco?</span></span><br />
“Scivolò via nella quasi totale indifferenza. Ma sai, io avevo un problema, quello che oggi chiameremmo “conflitto di interessi”: in realtà io ero un ascoltatore di jazz che aveva saltato la barricata e si era posto dall’altra parte. Ho sempre avuto un grosso problema a farmi accettare. In più non sono nato ad Harlem e faccio parte della borghesia: lo stesso problema che ebbe in parte John Lewis negli USA e che avrebbe avuto, se non avesse assunto atteggiamenti completamente diversi, Miles Davis, perché veniva da una famiglia ricca che gli permise di fare quello che fece. In più io facevo questo mestiere un po’ “sporco” del pubblicitario che mi dava una reputazione non proprio adeguata alla professione di musicista jazz. Solo che la rivista USA Today lo giudicò il terzo migliore disco dell’anno. A quel punto tutti si accorsero che esistevo come compositore. Questo mi permise di uscire l’anno successivo con <em>They Cannot Know</em>, che vinse il referendum di Musica Jazz e di Musica e Dischi. In quel periodo la ritmica era cambiata: oltre a Mitchel Forman, che all’epoca suonava con Bill Evans — il quale venne a suonare anche con me in questo e nel disco successivo A Chance For A Dance — c’erano Danny Gottlieb e Mark Egan, a quel tempo batteria e basso dell’orchestra di Gil Evans, ormai quasi alla fine dei suoi giorni.<br />
<span style="color:#339966;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/09-they-cannot-know.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-295" title="09 They Cannot Know" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/09-they-cannot-know.jpg?w=549" alt=""   /></a><span style="color:#008080;">Ma in questa tua posizione ibrida, dentro e fuori dalla musica, dentro e fuori dal jazz, visto che non ne hai fatto parte a pieno titolo e a tempo pieno, come vedi il ruolo della composizione jazz oggi? Rappresenta il tempo attuale o è un’opera avulsa dal contesto temporale e sociale in cui nasce e si sviluppa?</span></span><br />
“Vedi, se io non fossi cresciuto in una famiglia musicale, se non avessi rifiutato i miei genitori, la loro cultura e i loro insegnamenti — li ho ammazzati simbolicamente scegliendo il violino invece del pianoforte, il jazz invece della musica classica — non sarei quello che sono. Con ciò, non ho cancellato niente di quello che mi hanno dato, perché si usa tutto, perché tutto serve. Detto questo, suonare i brani di Ellington oggi, Mood Indigo ad esempio, non ha senso, pur essendo un pezzo meraviglioso. Io non suono i miei pezzi degli anni Ottanta, tranne uno, Midwinter Sunshine, perché è facile da suonare, liberatorio e divertente per i solisti.”<br />
<span style="color:#008080;">Non è una questione di forma?</span><br />
“Esatto, oppure stravolgi i classici, ma il revival non ha senso. Come il free: non ha ragione di essere riproposto come musica, oggi, ma piuttosto come tecnica. Ho un grande rispetto per il free, ma io non c’entro niente con quella musica e l’ho anche suonato in passato.”<br />
<span style="color:#008080;">Hai scritto: per lungo tempo la composizione è stata un veicolo ideologico, politico e non poetico. Qual è, secondo te, il collegamento tra composizione e tempi?</span><br />
“Non è un problema che la musica sia veicolo di contenuti ideologici. Il problema nasce quando questi sono debordanti. Non è un problema che Beethoven nella Terza Sinfonia celebri la crescita e la morte di una speranza, ma poeticamente è fortissimo e ti eleva. Albert Ayler è uno dei musicisti che amo di più di quell’area, perché l’istanza politica diventa poetica, così come in certe cose di Max Roach. In questo senso sono molto critico col rock, che ti fa battere il piede o ti fa pensare alle istanze sociali, ti emoziona, ma non ti porta ad un livello superiore, se non raramente. Il ruolo del musicista, invece, è quello di portare l’ascoltare verso il trascendente, saltando l’immanente. Prima abbiamo citato Beethoven, ma possiamo dire anche di Pithecantropus Erectus di Mingus, altro grandissimo compositore spesso dimenticato, Ellington, Parker e Gillespie, in particolare il concerto alla Town Hall di New York del 1945, recentemente recuperato. In quella occasione si capisce esattamente che cosa doveva essere il bebop nella mente di quei musicisti, vera musica contemporanea. Io credo che quello sia stato il loro picco creativo, dopodiché si sono standardizzati, come sempre avviene nel jazz.”<br />
<span style="color:#339966;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/dnoot2008.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-296" title="dnoot2008" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/dnoot2008.jpg?w=300&#038;h=238" alt="" width="300" height="238" /></a><span style="color:#008080;">È un ciclo artistico abbastanza tipico: il picco creativo e poi la decantazione, la stasi, l’elaborazione.</span></span><br />
“Ci sono le eccezioni: Mulligan è stato un grande ricercatore sino alla fine; Davis è un altro che ha innovato se stesso attraverso gli altri, i musicisti che dirigeva, anche se lui non suonava più di tanto, ma aveva una grande abilità organizzativa.”<br />
<span style="color:#008080;">Aveva una sua poetica identificabile.</span><br />
“Come Maria Callas, che ad ogni nota che emetteva raccontava la storia del melodramma.”<br />
<span style="color:#008080;">È il segreto di avere un’idea sonora in mente.</span><br />
“Senza essere perfetti tecnicamente, come Davis e la Callas.”<br />
<span style="color:#008080;">Non è frustrante comporre, incidere dischi che vengono apprezzati da pubblico e critica e non avere l’occasione di mettere in scena la tua musica tanto quanto vorresti?</span><br />
“Lo è. Tanto. Organizzare un’orchestra è faticoso, stressante, ma concede una tale soddisfazione che ti ripaga quasi sempre delle energie spese. Essere parte del suono, dentro il suono, non ha prezzo.”</h3>
<h3 style="text-align:right;"><span style="color:#008080;"><em>Giulio Cancelliere</em></span></h3>
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		<title>Intervista con Ciccio Merolla</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 10:32:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nonostante qualcuno si ostini a definirlo non-musica, il rap è una realtà internazionale e trasversale che interessa Paesi di ogni continente, che si sono appropriati del linguaggio e lo hanno piegato, forgiato, plasmato, adattato alle proprie esigenze artistiche e non solo. Era già successo al blues che, partito dall’Africa e approdato in America, si è [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giuliocancelliere.wordpress.com&amp;blog=27871769&amp;post=273&amp;subd=giuliocancelliere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:justify;"><span style="color:#008080;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/ciccio-merolla-foto-1_bassa.jpg"><img class="alignleft  wp-image-268" title="Ciccio Merolla foto 1_bassa" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/ciccio-merolla-foto-1_bassa.jpg?w=366&#038;h=366" alt="" width="366" height="366" /></a>Nonostante qualcuno si ostini a definirlo non-musica, il rap è una realtà internazionale e trasversale che interessa Paesi di ogni continente, che si </span><span style="color:#008080;">sono</span><span style="color:#008080;"> appropriati del linguaggio e lo hanno piegato, forgiato, plasmato, adattato alle proprie esigenze artistiche e non solo. Era già successo al blues che, partito dall’Africa e approdato in America, si è disseminato in tutto il mondo mescolandosi con altre musiche generandone altre ancora, perché è un linguaggio semplice, ma efficace e di grande potenza espressiva. In Italia il rap ha preso piede in moltissime realtà locali e Napoli ne è senza dubbio uno dei centri nevralgici, anche per via di un dialetto che si presta facilmente ad essere scandito ritmicamente, come ci spiega Ciccio Merolla, apprezzatissimo percussionista già con i Panoramics, James Senese, Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello, ma anche rapper di vaglia impegnato socialmente sotto molti profili e con un punto di vista particolare sulla realtà napoletana. Il suo ultimo lavoro discografico, Fratammé, contiene, tra le altre, oltre alla title-track, ispirata ad un fatto di cronaca nera, la strage di Sant’Anna di Palazzo del 1991, che toccò indirettamente Merolla, anche quella <a title="O'Pitbull" href="http://www.youtube.com/watch?v=5uSnfGio3xw" target="_blank">O&#8217; Pitbull</a>, il cui video fu presentato con successo al festival del cinema di Venezia lo scorso autunno e propone una figura di boss della camorra vittima di se stesso e di un sistema che in fondo non riesce davvero a controllare, con alcuni richiami, chiamiamole citazioni, allo Scarface di Brian DePalma.</span><br />
<span style="color:#008080;">Raccontami di quando hai cominciato a mettere le mani sulle percussioni: come hai iniziato e perché? Cosa ti dava la musica?</span><br />
“Sono cresciuto in un quartiere dove si ascoltava tutto il giorno musica di ogni genere e provenienza; mi venne naturale quindi suonare qualsiasi superficie. Non ho mai pensato di fare altro nella mia vita.”<br />
<span style="color:#008080;">Chi sono stati i tuoi maestri?</span><br />
“Ho iniziato da solo, da autodidatta, seguendo unicamente la mia predisposizione ai ritmi e ai suoni. Successivamente il mio primo maestro è stato Karl Potter, seguito da Rosario Jermano, Mustahafa Amheed e molti altri.  Personalmente continuo ad imparare da tutto e da tutti ed è proprio questa la cosa che mi affascina della musica.”<br />
<span style="color:#008080;">Professionalmente quali sono state le prime esperienze?</span><br />
“Se intendiamo dopo il classico gruppetto con gli amici del quartiere, ho iniziato con i Radio partecipando al film “Blues Metropolitano”  ed in quell’occasione ho avuto modo di conoscere Pino Daniele e molti altri artisti della “Serie A”, poi i Panoramics, in seguito i famosi Gipsy King, e poi Gragnaniello, Senese etc etc.”<br />
<span style="color:#008080;">Perché hai scelto il rap come forma espressiva prevalente invece del “normale” canto?</span><br />
“Intanto, è una cosa che faccio fin da piccolo, è un’ennesima percussione da suonare. Quando ho sentito un disco di Tupac ho capito che era la mia strada.”<br />
<span style="color:#008080;">Mi pare che Napoli e la Campania stiano vivendo una nuova stagione di fermento culturale, se non altro di viva protesta, come accadeva verso la fine degli anni 70, primi 80, quando muovevano i primi passi Pino Daniele, James Senese, Franco Del Prete, Enzo Avitabile.  Allora il modello era molto americano (Jazz-rock, fusion, Davis, Weather Report), oggi è molto più mediterraneo. Cosa ne pensi?</span><br />
“Diciamo che i napoletani si sono stancati di subire solo critiche ed etichette: il rap ci appartiene perché il nostro dialetto si presta al rap, forse anche più dell’americano. Ovviamente anche noi abbiamo iniziato a scimmiottare un po’ gli americani, ma comunque le influenze del mediterraneo si sono fatte sentire, specie per me che sono un percussionista. Oggi il rap a Napoli si può ascoltare ad ogni angolo di strada: io la trovo una cosa fantastica.”<br />
<span style="color:#008080;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/cover-fratammecc80_bassa.jpg"><img class="alignright  wp-image-266" title="cover fratammè_bassa" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/02/cover-fratammecc80_bassa.jpg?w=357&#038;h=322" alt="" width="357" height="322" /></a>So che svolgi un’attività come musico-terapeuta: me ne puoi parlare? Come la pratichi? In O’Viaggio fai riferimento a malattie come anoressia, bulimia, depressione: sono problemi di cui ti occupi?</span><br />
“Per curare le persone suono ciotole tibetane, gong, una campana di cristallo e altri suoni che ho ricercato. Attraverso queste onde il corpo viene attratto producendone a sua volta nuove onde che si uniscono con le prime: in questo modo si genera &#8211; attraverso il suono &#8211; un’armonia tra corpo e ambiente che va a favorire la respirazione e la circolazione del sangue; il beneficio ottenuto e’ un benessere naturale e totale che permette alla persona di combattere qualsiasi tipo di squilibrio. Sono ricerche che faccio da tanti anni e che sperimento continuamente sulle persone. Poter curare è una cosa che mi rende felice e realizzato.”<br />
<span style="color:#008080;">La canzone Mostro: Che idea è quella di parodiare Brava, il celebre pezzo di Mina?</span><br />
“Intanto riuscire a scandire tutte le parole a 155 bpm di velocità è una bella sfida per uno che ama il rap. L’idea è nata perché a mia madre piaceva questa canzone ma non capiva bene le parole di Mina: io gliel’ho tradotta e, provandola nei concerti, ho visto che al pubblico piaceva molto. Non posso giurarlo ma qualcuno mi ha detto che è piaciuta anche alla signora Mazzini.”<br />
<span style="color:#008080;">Dal vivo com’è il tuo spettacolo? Con che formazione ti presenti?</span><br />
“Siamo in sei: batteria, keyboards, chitarra, basso, una voce femminile ed io, voce e percussione; i ragazzi si divertono molto ed è per me una gioia infinita.”<br />
<span style="color:#008080;">I tuoi video sono dei veri cortometraggi: “O’ Pitbull” ha un montaggio e una cura della fotografia molto raffinati. Quanto è importante per te la comunicazione visiva? Come o più di quella musicale?</span><br />
“Quando fai rap napoletano, la prima domanda che ti poni è se ti capiscono fuori da Napoli. Dal momento che racconto sempre storie vere, il videoclip mi aiuta molto in questo. Ho la fortuna di avvalermi di registi e direttori della fotografia di primo livello come Tony D’Angelo e Gennaro Silvestro &#8211; quest’ultimo regista di O’ Pitbull &#8211; assieme al grande direttore della fotografia Luciano Filangieri.”<br />
<span style="color:#008080;">Intervistando musicisti americani cresciuti nelle grandi metropoli, mi è capitato spesso di sentirmi dire: la musica mi ha salvato la vita, molti miei coetanei senza la musica hanno fatto una brutta fine. Hai avuto esperienza, anche indiretta, di questa salvezza? La musica è una via d’uscita?</span><br />
“E’ chiaro che la musica ha questo e molti altri poteri, ma non vorrei dilungarmi su ciò: non mi piace infatti che ci si vanti di essere degli scugnizzi, ma preferisco far notare la mia evoluzione e quello che riesco a dare oggi. Comunque sì, la musica mi ha salvato la vita!”</h3>
<h3 style="text-align:right;"><em><span style="color:#008080;">Giulio Cancelliere</span></em></h3>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giuliocancelliere.wordpress.com/273/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giuliocancelliere.wordpress.com/273/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giuliocancelliere.wordpress.com/273/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giuliocancelliere.wordpress.com/273/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giuliocancelliere.wordpress.com/273/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giuliocancelliere.wordpress.com/273/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giuliocancelliere.wordpress.com/273/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giuliocancelliere.wordpress.com/273/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giuliocancelliere.wordpress.com/273/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giuliocancelliere.wordpress.com/273/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giuliocancelliere.wordpress.com/273/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giuliocancelliere.wordpress.com/273/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giuliocancelliere.wordpress.com/273/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giuliocancelliere.wordpress.com/273/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giuliocancelliere.wordpress.com&amp;blog=27871769&amp;post=273&amp;subd=giuliocancelliere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Livio Minafra 4tet: Surprise!!! (Enja)</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 15:37:36 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/01/0063757957829.jpg"><img class="alignleft  wp-image-258" title="0063757957829" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/01/0063757957829.jpg?w=358&#038;h=345" alt="" width="358" height="345" /></a>Non poteva andare meglio al giovane pianista e compositore pugliese: l’esordio del suo quartetto ha meritatamente vinto il Top Jazz 2011 come migliore formazione dell’anno, ex-aequo nientemeno che con il quartetto di Franco D’Andrea. D’altra parte Minafra non è nuovo ad exploit di questo genere, avendo già collezionato un buon numero di riconoscimenti per la sua febbrile attività che l’ha portato ad esibirsi in tutto il mondo. La nuova formazione al debutto discografico con Surprise!!!, si presenta con Gaetano Partipilo ai sax e Domenico Cairi alla chitarra elettrica, impegnati entrambi sin dai primissimi minuti di disco a dar fondo alla propria perizia improvvisativa assieme al leader, mentre il percussionista Maurizio Lampugnani sostiene un tempo spezzato di stampo balcanico. Anche nel brano che segue, La Danza Del Sole, il ritmo ternario smuove energie intense nei musicisti, fino ai confini col rock, mentre la melodia vola alta cantata all’unisono da Lampugnani. Minimal Core, l’unico brano non firmato da Minafra, parte da un cellula ritmico-melodica per svilupparsi in un lungo e complicato tema esposto dal sax soprano, successivamente affiancato dalla chitarra dell’autore. Lo spirito “globale” che anima il lavoro di Minafra ci porta nel cosmo con Lacrime Stelle, dove compare il fagotto di  Andrea de Balsi e persino la “sega musicale”, quel curioso strumento composto da una lamina metallica flessibile che nel cinema di genere d’antan accompagnava le scene più paurose o astratte, suonata da Alessandro Pipino. Con Uzbek, invece, si ritorna sulla terra a percorrere sconfinate steppe e profonde valli dell’Asia Centrale, mentre Maschere sembra inventare una sorta di formula funk mediorientale. Passi è come un gioco in cui i temi di pianoforte, glockenspiel e chitarra si intrecciano in una trama per dar sostegno al sax soprano, cui segue lo swing sbilenco, cangiante ed inquietante di Gomitoli. Stop War è il proditorio richiamo che conclude un album policromo, imprevedibile, ricco di idee nuove e sviluppate in modo originale, lontano dai cliché “world”, ma con una visione globale al passo coi tempi.</h3>
<h3 style="text-align:right;"><em>Giulio Cancelliere</em></h3>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giuliocancelliere.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giuliocancelliere.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giuliocancelliere.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giuliocancelliere.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giuliocancelliere.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giuliocancelliere.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giuliocancelliere.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giuliocancelliere.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giuliocancelliere.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giuliocancelliere.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giuliocancelliere.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giuliocancelliere.wordpress.com/257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giuliocancelliere.wordpress.com/257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giuliocancelliere.wordpress.com/257/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giuliocancelliere.wordpress.com&amp;blog=27871769&amp;post=257&amp;subd=giuliocancelliere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Giovanni Francesca: Genesi (Auand)</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 14:11:52 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/01/genesi.jpg"><img class="alignleft  wp-image-253" title="genesi" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/01/genesi.jpg?w=351&#038;h=278" alt="" width="351" height="278" /></a>Diciamolo subito: un disco, come un libro, non va giudicato per la copertina, anche se l’etichetta per cui incide è spesso provocatoria in questo senso. <em>Genesi</em> va ascoltato, indipendentemente dall’involucro che lo contiene. L’esordio discografico del chitarrista Giovanni Francesca si apre con la dolce e rassicurante melodia di Carillon, sotto la quale pulsa un cuore ritmico che prelude ad un rullare di tamburi militaresco, fino al deflagrare sonoro entro cui si celano voci di comizianti ben noti agli italiani. Lo stralunato valzer di Risveglio, introdotto dal contrabbasso di Marco Bardoscia, che interviene successivamente in assolo, rimanda ad un clima più jazzistico col bel violino di Raffaele Tiseo e il leader che imbraccia l’acustica. La linea melodica della title-track viene doppiata dai fiati di Luca Aquino e Alessandro Tedesco, rispettivamente al flicorno e al trombone, prima di dare spazio ad un altro solare intervento di chitarra e rientrare nell’arrangiamento della parte conclusiva del pezzo. Possiamo Andare è un brano elettrico punteggiato da inquietudini elettroniche, agitate da Francesca, che spezzano il tempo fino ad un drammatico crescendo orchestrale e rock. Al suono cameristico di Manina, cui contribuiscono il violoncello di Cristiano Della Corte e ancora la tromba di Aquino, si contrappone la ritmica secca e frusciante di Marisol, dove la chitarra solista evoca graffianti influenze beckiane, mentre  in Paesìa Gianluca Brugnano stacca un bel tempo funky in sette ottavi  dando luogo ad una serie di intrecci improvvisati tra fiati e chitarra elettrica. Montevideo è una rock ballad elettroacustica, ma Iter ci riporta all’ambiente più intimo e riflessivo caratterizzato dagli archi, con la ritmica che interviene a sparigliare le carte e la chitarra acustica a metter pace tra le sezioni. La conclusiva e serena Quarto Miglio prevede l’unico intervento di pianoforte in un album che è l’apoteosi degli strumenti a corda e a percussione, una scelta sonora interessante, unita all’uso creativo dell’elettronica e alla fusione di generi, che perseguono un unico obiettivo: la leggibilità e la melodia. Un bel debutto per questo chitarrista dall’esperienza variegata tra pop, jazz e fusion, che l’ha formato e gli ha dato agio di sperimentare liberamente, seguendo l’ispirazione, senza vincoli formali apparenti. Ed è solo la Genesi, aspettiamo gli altri capitoli.</h3>
<h3 style="text-align:right;"><em>Giulio Cancelliere</em></h3>
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		<title>C. McBride: The Good Feeling/Conversations with Christian (MackAvenue)</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 10:20:39 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/01/51981yy4jtl-_ss500_.jpg"><img class="alignleft  wp-image-245" title="51981yy4JTL._SS500_" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/01/51981yy4jtl-_ss500_.jpg?w=260&#038;h=260" alt="" width="260" height="260" /></a><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/01/51hwvih4hgl-_ss500_.jpg"><img class="alignleft  wp-image-246" title="51HWvIh4HgL._SS500_" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/01/51hwvih4hgl-_ss500_.jpg?w=259&#038;h=259" alt="" width="259" height="259" /></a>Conobbi Chris McBride circa quindici anni fa, all’epoca della sua partecipazione al film Kansas City di Robert Altman. Era un ragazzone poco più che ventenne della scuderia Verve, quando la gloriosa etichetta fondata da Norman Granz nel 1956 allevava ancora in gran numero di “young lions” del jazz come Roy Hargrove, gli Harper Brothers, Gary Thomas, Uri Caine, Django Bates, Nicholas Payton, Chris Botti, Courtney Pine, Mark Whitfield. Era già un affidabile accompagnatore e un brillante solista. Oggi che ha quarant’anni si può permettere anche di uscire quasi in contemporanea con due dischi a proprio nome: <em>The Good Feeling</em> è la realizzazione di un vecchio sogno, quello di dirigere una big band e arrangiare una serie di composizioni, tra standard e originali, per un discreto ensemble di sedici elementi, quanto basta per produrre un sound corposo e potente. Merito di una perizia consumata, da parte del leader, in migliaia di ore di studio di registrazione e di concerti, affiancato da maestri come Chick Corea, Joe Henderson, Wynton Marsalis, Pat Metheny, Herbie Hancock, Hank Jones, ma pure Bruce Hornsby, Sting e James Brown. Qui si avvale dello smalto di vecchi amici come Ron Blake, da molti anni suo partner ai sax, Steve Davis al trombone e il buon Nick Payton alla tromba, compagno d’avventure e sperimentazioni giovanili dentro e attorno al jazz. Alla big band si aggiunge l’elegante voce di Melissa Walker in tre brani come The More I See You, A Taste Of Honey e la frequentatissima When I Fall In Love. L’altro album, <em>Conversations</em> <em>with Christian</em>, è più particolare: si tratta di tredici duetti, che il bassista di Philadelphia ingaggia con altrettanti solisti, tra cantanti e strumentisti, dando luogo ad un collage di generi, colori, atmosfere davvero variegato. Si parte con la straordinaria Angélique Kidjo e la sua Afirika, passando per le incursioni para-classiche della violinista Regina Carter, le ubbìe esistenziali di Sting, il rovente caribe di Eddie Palmieri, fino al possente pianismo di George Duke, il feeling sulfureo di Dee Dee Bridgewater, la latinità tanghera di Chick Corea,  la morbidezza chitarristica di Russell Malone, per concludersi con una spiritosa Gina Gershon, l’attrice americana famosa per la sua parodia di Sarah Palin, allo scacciapensieri (sì, proprio u marranzanu), impegnata in un cocente blues con influenze pellerossa e culinarie. Anche se la formula non è più originalissima, la realizzazione è senza dubbio gustosa e apprezzabile.</h3>
<h3 style="text-align:right;"><em>Giulio Cancelliere</em></h3>
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		<title>Riccardo Zappa: Zapateria (Fingerpicking.net)</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 15:23:43 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/01/zapateria.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-238" title="zapateria" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2012/01/zapateria.jpg?w=549" alt=""   /></a>Riccardo Zappa scrive come parla, con serietà e competenza, ma senza farsi mancare quel pizzico di ironia, rasente il sarcasmo, che contrappunta diverse pagine di questa autobiografia, assieme alle dolorose note che riguardano la sua vicenda familiare. Un’ autobiografia è sempre un azzardo, perché, se da una parte può saziare il desiderio dei fan di conoscere ogni aspetto personale del loro idolo, dall’altra, rischia di deludere le aspettative di chi preferirebbe vedere sottolineati tratti più tecnici del mestiere di musicista. Diciamo subito che, per i primi non c’è problema: la vita privata è esposta in abbondanza &#8211; forse troppa &#8211; anche se sempre riflessa nello specchio deformante della musica; chi si aspetta di conoscere segreti mai svelati dell’arte di Riccardo Zappa sotto il profilo strettamente tecnico, nonostante il libro sia pubblicato da un editore “chitarristico” come Fingerpicking.Net, sarà meglio che vada a cercarsi gli articoli che lo stesso Zappa firma periodicamente sulle riviste con cui collabora o consulti il suo sito riccardozappa.it, magari interpellandolo direttamente. Zapateria prende le mosse dall’avventurosa esibizione irachena del 2000, poco prima che scoppiasse la crisi scaturita dall’ 11 settembre, quando Saddam Hussein era ancora un partner, ancorché sui generis, commerciale e culturale per Europa e Italia. Di lì si apre il catalogo dei ricordi: dagli esordi sul finire degli anni Settanta con quel disco rivelazione che fu Celestion, attraverso le difficoltà di ogni musicista emergente di farsi sentire e conoscere — a Zappa, bisogna dirlo, andò benissimo, avendo inventato un nuovo modo di proporre la chitarra acustica — le belle esperienze in studio e dal vivo sui più prestigiosi palcoscenici nazionali e internazionali; non senza qualche inciampo, come quando fu “protestato” durante la registrazione dei disco di Gino Paoli, che, tuttavia, lo riconvocò come ospite per il tour dal vivo; ma anche la soddisfazione di avere tenuto a battesimo, come supporter di un suo concerto romano, nientemeno che Pino Daniele, allora esordiente col suo trio; la vittoria per cinque volte di seguito del referendum di Guitar Club, fino a che la redazione non l’ha dichiarato “non più votabile”, replicando lo stesso risultato sulla rivista concorrente Chitarre; le collaborazioni con Mia Martini, Mina, Gaber, Venditti, Mannoia e Ramazzotti, quest’ultimo considerato come una macchia infamante per molti fan di Zappa; gli equivoci sul baffuto collega chitarrista italo-americano, sfruttati innocentemente in qualche albergo, le avventure maldiviane ed egiziane, le chitarre, il rapporto con gli altri musicisti incontrati sulla sua strada, famosi e no. Tutto il racconto, però, è percorso da questa vena di amarezza per un matrimonio finito male, che deve avere segnato profondamente l’artista per averlo spinto a parlarne così apertamente e diffusamente, tanto da imbarazzare chi scrive, avendo l’impressione di osservare dal buco della serratura una vicenda che non lo riguarda. A parte questo, forse l’unico neo di un libro scorrevole e discorsivo, va sottolineato il fatto che il volume si accompagna a due CD: il primo costituito da nove tracce inedite, quindi, a tutti gli effetti, il nuovo disco di Riccardo Zappa; il secondo, e questo è l’aspetto più singolare, contenente il libro in versione audio, letto dall’attore Renato Marchetti, corredato dalla colonna sonora sincronizzata dello stesso Zappa, che sottolinea adeguatamente con le sue composizioni la narrazione. Un’esperienza davvero singolare.</h3>
<h3 style="text-align:right;"><em>Giulio Cancelliere</em></h3>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giuliocancelliere.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giuliocancelliere.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giuliocancelliere.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giuliocancelliere.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giuliocancelliere.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giuliocancelliere.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giuliocancelliere.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giuliocancelliere.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giuliocancelliere.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giuliocancelliere.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giuliocancelliere.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giuliocancelliere.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giuliocancelliere.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giuliocancelliere.wordpress.com/236/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giuliocancelliere.wordpress.com&amp;blog=27871769&amp;post=236&amp;subd=giuliocancelliere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Enzo Pietropaoli: Yatra (ViaVenetoJazz)</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 22:46:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sarà che i bassisti sono musicisti strani, quasi tutti con quell’aria tipo “io sto qua dietro, mi si sente poco, ma voialtri non andreste da nessuna parte senza di me”; sarà che optare per il basso come strumento è una scelta di vita e spesso è lo strumento che sceglie chi lo suonerà; sarà che, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giuliocancelliere.wordpress.com&amp;blog=27871769&amp;post=231&amp;subd=giuliocancelliere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/51byzb7iq2l-_ss500_.jpg"><img class="alignleft  wp-image-232" title="51BYzb7Iq2L._SS500_" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/51byzb7iq2l-_ss500_.jpg?w=316&#038;h=316" alt="" width="316" height="316" /></a>Sarà che i bassisti sono musicisti strani, quasi tutti con quell’aria tipo “io sto qua dietro, mi si sente poco, ma voialtri non andreste da nessuna parte senza di me”; sarà che optare per il basso come strumento è una scelta di vita e spesso è lo strumento che sceglie chi lo suonerà; sarà che, per una volta, bisogna dare torto a Frank Zappa, quando affermava che i bassisti sono chitarristi mancati, anche quando aumentano le corde dello strumento fino a sette e oltre, ma i dischi dei signori delle basse frequenze hanno sempre un clima speciale ed Enzo Pietropaoli non fa eccezione. Anche lui ha quell’aria di cui sopra, un po’ sorniona, furbetta, completamente diversa dalla musica che esprime. In questo Yatra, disco registrato con un classico quartetto piano-tromba-basso-batteria, colpisce subito il morbido feeling che avvolge l’ascoltatore sin dalle prime note di contrabbasso, che introducono Il Mare Di Fronte: sembra un classico blues in sol in sei ottavi, ma con una divisione del tempo inconsueta e una declinazione mediterranea confermata dal bel tema proiettato dalla tromba di Fulvio Sigurtà, mentre Julian Mazzariello strappa un solo di piano dall’accentazione swing personalissima; il successivo Smooth And Blue prosegue nel solco del blues, anche se in una chiave più gioviale e scanzonata e non è un caso che verso la fine del disco Pietropaoli abbia voluto proporre una rilettura di Wild Horses, una delle pagine più belle e ispirate dei Rolling Stones, quando studiavano ancora sui sacri testi di Robert Johnson e Muddy Waters. Poi è la Francia grigia di Pour Que L’Amour Me Quitte, disegnata dal suono rauco del contrabbasso con l’archetto e bagnata dalla pioggia scandita dagli arpeggi di Mazzariello, cui si aggiunge la tromba vellutata e discreta di Sigurtà. Ancora sentimento in forma di canzone senza parole nella bella Il Cuore E L’Azzurro dove la delicatezza del clima è sottolineato dalle spazzole di Alessandro Paternesi, vera àncora ritmica per il resto del quartetto. Un tempo in cinque quarti, che favorisce un tema circolare di stampo balcanico-klezmer, fa da struttura a Onda Minore, dove la tromba sordinata, esposto il motivo, lascia il posto al contrabbasso del leader incorniciato da un velo di tastiere elettroniche sullo sfondo. Dopo una puntata in America con Wise Up, della cantautrice e bassista (!) Aimee Mann, tratto da quel capolavoro del cinema che è Magnolia, il viaggio (questo il significato di Yatra in urdu) si muove ancora più ad oriente con Tum Ko Dheka, per poi addentrarsi nelle brume padane di Quella Cosa In Lombardia di Fiorenzo Carpi e Franco Fortini, straordinaria fotografia ingiallita di un tempo irrecuperabile. Chiude il lavoro Elliptical Song, dall’incedere deciso e sereno. Tutto il resto è silenzio, come diceva Miles, la vera musica verso la quale tutto tende. Ma vale la pena attraversare Yatra, per arrivarci.</h3>
<h3 style="text-align:right;"><em>Giulio Cancelliere</em></h3>
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		<title>Intervista con Fabrizio Bosso</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 15:31:09 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:justify;"><span style="color:#008080;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/1.jpg"><img class="alignright  wp-image-222" title="1" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/1.jpg?w=309&#038;h=263" alt="" width="309" height="263" /></a>Fabrizio Bosso è quasi sicuramente il trombettista più attivo in Italia: non si contano più le sue numerosissime collaborazioni, sia dal vivo, sia discografiche e non solo jazzistiche o para-jazzistiche. Esce quasi in contemporanea con due o tre dischi alla volta. Ora è fuori con Enchantment, l’album registrato con la London Symphony Orchestra diretta da Stefano Fonzi, che ha arrangiato le musiche scritte da Nino Rota per il cinema. Tra poco escono Spiritual, con Alberto Marsico e Alessandro Minetto e Vamos, il nuovo disco di Latin Mood, con Javier Girotto.</span> <span style="color:#008080;">È in preparazione anche il nuovo di Sergio Cammariere, del quale Bosso è collaboratore storico sin dal primo disco.</span><br />
<span style="color:#008080;">Un musicista come te sente la crisi?</span><br />
“Eccome! Hai voglia! Ne sono appena uscito— mi confessa poco prima di salire sul palco del Blue Note di Milano per il concerto col trio Spiritual.<br />
<span style="color:#008080;">In che senso?</span><br />
“Ma tu di quale crisi parlavi?”<br />
<span style="color:#008080;">Io della crisi economica. E tu?</span><br />
“Io di quella creativa.”<br />
<span style="color:#008080;">Ok, parliamone.</span><br />
“Be’, è la crisi che arriva quando non ti sopporti più, quando ti sembra di suonare sempre le stesse cose allo stesso modo, non ti senti in forma sullo strumento, metti in discussione tutto, non sei mai contento. Eppure devi suonare, perché hai concerti, impegni presi e non puoi tirarti indietro.<br />
<span style="color:#008080;">E ne sei uscito?</span><br />
“Abbastanza. Il problema è che butti tutto sullo strumento, quando in realtà sei tu saturo. Sai, a volte bastano un paio di concerti un po’ storti, magari non per colpa tua, o forse sì e questo ti butta giù. Poi, al contrario, se imbrocchi un po’ di serate giuste, questo ti ridà fiducia.<br />
<span style="color:#008080;">E la crisi economica?</span><br />
“Devo dire che la crisi economica non la sto sentendo e, come me, anche molti colleghi. La musica dal vivo è un settore che ha tenuto, a differenza del mercato discografico in profonda crisi. Non posso certo lamentarmi. Forse sono scesi un po’ i compensi, ma neanche tanto. Pensa che a Pesaro abbiamo venduto più di cento dischi e trenta persone sono rimaste senza, perché li avevamo finiti. Sai, quando dai al pubblico la prova che sai quel che stai facendo, ti premiano.”<br />
<span style="color:#008080;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/377292_2775809402667_1481043651_2995568_2052594448_n.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-223" title="377292_2775809402667_1481043651_2995568_2052594448_n" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/377292_2775809402667_1481043651_2995568_2052594448_n.jpg?w=300&#038;h=297" alt="" width="300" height="297" /></a>È pure vero che il pubblico del jazz ama ancora avere il disco da guardare, leggere, consultarne le note di copertina per vedere chi suona cosa. Ora, parlami di questo Spiritual Trio.</span><br />
“Lo Spiritual Trio è nato per divertimento e amicizia con l’organista Alberto Marsico e il batterista Alessandro Minetto. Dopo avere fatto un po’ di serate assieme con il consueto repertorio di standard, abbia pensato di dare forma a questo progetto legato agli spiritual. La formula tromba, organo e batteria non è così usuale.”<br />
<span style="color:#008080;">Nella musica classica c’è un’ampia letteratura di tromba e organo. Voi come avete combinato i suoni?</span><br />
“Abbiamo trovato un ottimo equilibrio tra le dinamiche, dal pianissimo al fortissimo. Tra l’altro Alberto è un vero organista, non è il pianista prestato all’organo, per cui sa calibrare i suoni alla perfezione.”<br />
<span style="color:#008080;">Tu avevi suonato anche nel quartetto di Gianni Giudici.</span><br />
“Esatto, Gianni è un altro vero organista e, infatti, Alberto e Gianni si ammirano reciprocamente.”<br />
<span style="color:#008080;">E il disco?</span><br />
“Il disco dovrebbe uscire attorno a febbraio, anche se, in realtà, come ti dicevo, vendiamo copie ai concerti, in anticipo sulla pubblicazione vera e propria. Contiene pezzi tradizionali come Oh Happy Day, When The Saints Go Marchin’ In, Down By The Riverside.”<br />
<span style="color:#008080;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/cover_enchantment.png"><img class="alignright size-medium wp-image-224" title="Cover_Enchantment" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/cover_enchantment.png?w=300&#038;h=270" alt="" width="300" height="270" /></a>Sei reduce da una serie di concerti con varie orchestre per promuovere il disco <em>Enchantment</em>. Come sono andati?</span><br />
“Benissimo. Ne abbiamo fatto alcuni in Puglia con l’ orchestra della Magna Grecia. Prima ancora ne ho fatto uno alla RAI di Roma, nella sala A di Via Asiago. Doveva andare in onda in diretta, ma per via di un evento sportivo è stato differito al 16 dicembre su RadioUno.”<br />
<span style="color:#008080;">C’è stato un altro cambiamento molto più drastico, però.</span><br />
“Sì, purtroppo, il concerto di Milano del 12 dicembre all’Auditorium con l’Orchestra Verdi, che è stato cancellato. Era un evento organizzato da Radio Classica, annullato, pare, per problemi di sponsor. Un vero peccato!”<br />
<span style="color:#008080;">Già. Parliamo del disco Enchantment. Come è stato organizzato l’evento discografico, dove e come l’avete registrato?</span><br />
“Stefano Fonzi  mi ha proposto la registrazione. ha contattato contemporaneamente la London e la Royal Philarmonic. Entrambe hanno risposto e la London ha dato subito l’assenso dopo avere consultato youtube per vedere chi ero e cosa facevo. Abbiamo registrato agli Air Studios di Londra, praticamente tutto in diretta. Eravamo in stanze diverse per evitare risonanze fastidiose, a causa della presenza in contemporanea di orchestra e quartetto jazz (Claudio Filippini al piano,Rosario Bonaccorso al contrabbasso, Lorenzo Tucci alla batteria) ma in costante contatto visivo col direttore e i musicisti attraverso grandi vetrate.”<br />
<span style="color:#008080;">A convincerti a farlo è stato di più Rota o la London?</span><br />
“Bella domanda! Non so, credo entrambe le cose. Avevo già frequentato Rota molti anni fa con la Gap Band, sostituendo Marco Tamburini con Pietro Tonolo, Piero Odorici, Roberto Rossi e mi ero accorto che mi piaceva e alcuni temi si prestavano ad una rilettura jazzistica. Poi ascoltando i provini di Stefano Fonzi abbiamo elaborato una chiave di lettura armonica, soprattutto per i temi che si adattavano di più all’improvvisazione jazz come Il Padrino, Romeo E Giulietta. Ma abbiamo cercato di non esagerare, perché non mi piace stravolgere gli autori. Quando sento certe elaborazioni troppo profonde, dove fai fatica a riconoscere il tema originale ho sempre l’impressione che l’autore ne esca come offeso. Noi abbiamo rispettato Rota, perché lo amiamo davvero. Poi mi è piaciuto calarmi nel ruolo del trombettista classico, cercando di suonare “dentro” l’orchestra, integrarmi col loro suono, anche se ero io ad esporre i temi. Per fortuna vengo anch’io da studi classici.”<br />
<span style="color:#008080;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/fabrizio_bosso.jpg"><img class="alignleft  wp-image-225" title="Fabrizio_Bosso" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/fabrizio_bosso.jpg?w=360&#038;h=265" alt="" width="360" height="265" /></a>In effetti non ti sei preso molte libertà dal punto di vista melodico. Più che altro hai dato espressione con scelte stilistiche e timbriche personali.</span><br />
“Esatto. Ero certamente in tensione all’inizio, ma dopo pochi minuti sono stato avvolto dalla magia del loro suono e ho goduto. Alla fine mi è sembrato più importante e prezioso suonare all’unisono col violoncello il tema del Gattopardo in un modo perfetto, che riuscire a fare tutti gli assoli in programma.”<br />
<span style="color:#008080;">Perché questi esperimenti di commistione tra musica classica e jazz vengono spesso male?</span><br />
“Perché i musicisti non riescono sempre a mettere da parte il proprio ego e dedicarsi completamente alla musica. Con la London, devo dire, i cinquanta musicisti si sono messi subito al servizio di Nino Rota e degli arrangiamenti scritti da Fonzi e io altrettanto.Ognuno ha fatto un passo verso gli altri. Tra l’altro, loro il giorno dopo andavano alla Royal Albert Hall a suonare Ravel e hanno solo quattro primi violini che si alternano a seconda dei generi musicali, ma l’orchestra è sostanzialmente la stessa. C’è un’abitudine più consolidata a frequentare generi diversi rispetto all’Italia.”<br />
<span style="color:#008080;">Hai cambiato trombe? Non usi più le Monette?</span><br />
“No, ce le ho sempre, ma ora sto usando questi strumenti artigianali della G &amp; P di Legnano, che sono molto belli.”<br />
<span style="color:#008080;">Che caratteristiche hanno?</span><br />
“In particolare la tromba che uso è più leggera sotto tutti i punti di vista: il peso dello strumento, che ha una lastra più sottile e un canneggio più largo, una campana più ampia e ramata, ma sono anche più facili da suonare, pur mantenendo un suono scuro, come piace a me. Tra l’altro, pensavamo che col rame il suono si scurisse di più, invece non è accaduto, in compenso ha guadagnato in proiezione, il suono corre di più.<br />
<span style="color:#008080;">Perché è più facile da suonare?</span><br />
“Perché, nonostante sia una tromba larga e quindi necessiti di una forte pressione della colonna d’aria, altrimenti lo strumento ti lascia a piedi, essendoci meno materiale, vibra più facilmente e quindi è più sonora.”</h3>
<h3 style="text-align:right;"><em><span style="color:#008080;">Giulio Cancelliere</span></em></h3>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/giuliocancelliere.wordpress.com/221/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/giuliocancelliere.wordpress.com/221/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/giuliocancelliere.wordpress.com/221/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/giuliocancelliere.wordpress.com/221/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/giuliocancelliere.wordpress.com/221/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/giuliocancelliere.wordpress.com/221/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/giuliocancelliere.wordpress.com/221/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/giuliocancelliere.wordpress.com/221/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/giuliocancelliere.wordpress.com/221/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/giuliocancelliere.wordpress.com/221/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/giuliocancelliere.wordpress.com/221/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/giuliocancelliere.wordpress.com/221/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/giuliocancelliere.wordpress.com/221/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/giuliocancelliere.wordpress.com/221/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giuliocancelliere.wordpress.com&amp;blog=27871769&amp;post=221&amp;subd=giuliocancelliere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La Musica dei Cieli 2011</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 22:15:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[C’era una volta una bella rassegna organizzata dall’Ente Provinciale di Milano, La Musica Dei Cieli, Voci e Musiche nelle Religioni del Mondo, che per quindici anni ha portato durante il periodo pre-natalizio nelle chiese del capoluogo e dintorni, alcune delle più belle realtà folkloriche e non solo, dai quattro angoli del mondo, col loro bagaglio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=giuliocancelliere.wordpress.com&amp;blog=27871769&amp;post=213&amp;subd=giuliocancelliere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/schermata-2011-12-06-a-23-09-03.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-214" title="Schermata 2011-12-06 a 23.09.03" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/schermata-2011-12-06-a-23-09-03.png?w=209&#038;h=300" alt="" width="209" height="300" /></a>C’era una volta una bella rassegna organizzata dall’Ente Provinciale di Milano, La Musica Dei Cieli, Voci e Musiche nelle Religioni del Mondo, che per quindici anni ha portato durante il periodo pre-natalizio nelle chiese del capoluogo e dintorni, alcune delle più belle realtà folkloriche e non solo, dai quattro angoli del mondo, col loro bagaglio di cultura e spiritualità. In tempi di crisi, nonostante la musica dal vivo sia un settore ancora abbastanza florido, anche le rassegne pubbliche risentono delle ristrettezze dovute ad obblighi di bilancio e trasferimenti sempre più magri. Se poi ci si mette anche un assessore alla cultura (???) ingegnere elettronico di mestiere e ideologicamente singolare,  Novo Umberto Maerna, (sic) a rivendicare identità locali non ben definite e centralità del cristianesimo, forse perché aveva di fianco un rappresentante dell’Arcidiocesi e voleva garantirsi una raccomandazione ai piani altissimi, anche un evento interessante come quello illustrato stamattina allo Spazio Oberdan, perde gran parte del suo carattere di divulgazione culturale e integrazione. E sorge il sospetto che la scelta di invitare solo gruppi di ispirazione anglo-celtico-cristiana, con l’eccezione di RadioDervish non sia dovuta solo a problemi di budget, ma ad una precisa inclinazione ideologica catto-nazional-regionalista. A parte queste miserie, la parte importante, quella musicale, propone un calendario di concerti ristretto tra 12 e 21 dicembre, quasi ogni giorno, in una chiesa diversa della provincia di Milano (nessun tempio del capoluogo è coinvolto): si comincia  alla chiesa San Martino di Bollate con Mary MacMaster e Dondal Hay dalla Scozia, arpa e percussioni; il 13 a Solaro, nella chiesa dei SS. Quirico e Giulitta, Gavino Murgia e Luciano Biondini, poli-strumentista il primo (anche cantante particolarissimo), fisarmonicista il secondo, proporranno un’interpretazione di A Love Supreme, da John Coltrane; il 14, nella chiesa di S. Arialdo a Baranzate, il gruppo dei Liguriani, con Il Pastor Gelindo, illustrerà la tradizione natalizia della Riviera e del Norditalia; il 15 a Novate, nella chiesa dei SS. Gervasio e Protaso ci sarà il gruppo gospel The Followers Of Christ, dal South Carolina; il 17, a Lainate, presso la Chiesa di S. Francesco d’Assisi, Laura Fedele al pianoforte, voce e fisarmonica e Sandro Cerino a flauti e ance, eseguiranno standard jazz, spiritual e quant’altro richiami la solennità dell’evento religioso; all’Abazia di Morimondo, il 18, il gruppo Enerbia rievocherà il Natale contadino (con replica il 21 a Cesate, presso la chiesa dei SS. Alessandro e Martino), mentre Raffaello Simeoni (Novalia) e Massimo Giuntini (ex Modena City Ramblers) porteranno a Senago, nella chiesa di Santa Maria Assunta la tradizione celtica, itinerante tra Irlanda, Bretagna, Spagna e Sudamerica; ancora gospel il 19 ad Arese, nella chiesa Santa Maria Aiuto dei Cristiani con Earl Bynum &amp; As We Are, feat. Cora “Sister” Armstrong, dalla Virginia; il 20 i già citati RadioDervish e la loro suite In Search Of Simurgh, ispirata dal classico della letteratura sufi “Il Verbo Degli Uccelli”, monumentale opera poetica persiana, paragonabile alla Divina Commedia dantesca, suoneranno a Garbagnate, nella chiesa dei SS. Eusebio e Maccabei. Come leggete, in confronto ad altre edizioni, i confini culturali e spirituali sono ridotti quanto i budget a disposizioni e l’orizzonte mentale di certi amministratori. I concerti sono tutti ad ingresso libero e alle 21, con l’eccezione di quello all’Abazia di Morimondo alle 17. Ad integrazione, vista la scarsità dell&#8217;offerta, va segnalata la breve rassegna <a href="http://www.provincia.milano.it/cultura/manifestazioni/altresedi/antichi_organi_11/index.html">Antichi Organi In Concerto</a>, altri cinque concerti iniziati domenica 4, fino al 18, in alcune chiese dotate di strumento d&#8217;epoca della provincia di Milano.</h3>
<h3>Info: <a href="http://www.provincia.milano.it/cultura/manifestazioni/altresedi/la_musica_dei_cieli/index.html">La Musica Dei Cieli</a></h3>
<h3 style="text-align:right;"><em>Giulio Cancelliere</em></h3>
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		<title>Sarah Jane Morris: Cello Songs (Cinik Records)</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 11:24:45 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:justify;"><a href="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/51hxedhritl-_ss500_1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-207" title="51hXEDhRITL._SS500_" src="http://giuliocancelliere.files.wordpress.com/2011/12/51hxedhritl-_ss500_1.jpg?w=300&#038;h=261" alt="" width="300" height="261" /></a>La sua voce è un violoncello, affonda nelle frequenze più basse e oscure, si impenna in quelle più brillanti, a volte si sgrana e vibra come l’archetto sulle corde. Persino la sua chioma fulva ricorda certe sfumature del legno armonico di cui è fatta questa musica. Sarah Jane Morris ha una vocalità unica e sembra normale che sia accompagnata da un’orchestra unica nel suo genere, un ottetto di violoncelli guidati da Enrico Melozzi, ideatore e realizzatore di questa magia. Cello Songs si apre con Fast Cars, il primo e unico grande successo di una cantautrice, Tracy Chapman, che sembra avere dato il meglio di sé al debutto: subito il suono è scarno, solo una chitarra, quella di Dominic Miller e la voce che intona le prime note, ma dopo pochi versi ecco emergere gli archi, come una marea che sale e riempie lo spazio intorno e scandisce il ritmo leggero di questa canzone di inquieto disagio. Pino Daniele è, invece, una sorpresa, non ti  aspetti che Sarah Jane canti in napoletano, col suo accento improbabile. Eppure anche questo ha un senso, o ti sembra che l’abbia, tanto è liquido il piano di Danilo Rea, che si unisce all’orchestra. Love Is Pain è il grosso rischio che si è preso Enrico Melozzi, di confrontarsi con Morricone e il tema Love Is Pain da C’era Una Volta In America: forse è il pezzo più prevedibile, per certi versi, già orchestrale di natura, meno sorprendente, ma risolto dalla cantante con la giusta misura di drammaticità. The Blower’s Daughter di Damien Rice è uno degli episodi più alti del disco: gli archi in continuo movimento, contrastano con una linea melodica dilatata, distesa, incantevole, mentre Danilo Rea inanella frasi di pianoforte e ricorda il miglior Zawinul. Illumination, è una malinconica e originale passeggiata sulla spiaggia deserta, accompagnata da rimpianti e nostalgie, contrappuntate ancora dai luminosi arpeggi di Miller. Un inedito e sorprendente Boy George, She Always Hangs Out Her Washing, sembra preso di peso dal repertorio dei trovatori seicenteschi. Un altro brano originale della stessa Morris, Migratory Birds, dal ritmo variabile, ora rilassato, ora incalzante, profondamente venato di blues, precede un altro momento topico del disco: Blue Valentines. Il celebre motivo di Tom Waits, pur senza le caratteristiche asprezze sonore e vocali dell’originale e su un tempo forse troppo veloce, mantiene un certo grado di commovente languore. L’orchestrazione e vocalizzazione del Clair De Lune di Debussy, un tema già frequentato in molte versioni, arriva quasi in chiusura di album come un crepuscolo inatteso, ma seguito paradossalmente da un’esplosione di luce, d’archi e voce: Sarah Jane Morris si trasforma in un coro gospel per intonare la conclusiva Mother Of God, infilzata dai sovracuti scintillanti e precisi di Fabrizio Bosso. Cello Songs &#8211; nulla a che vedere con Nick Drake, se non per un certo clima drammatico &#8211; è uno dei lavori più belli, originali e intensi usciti quest’anno. Buttate l’ipod e le cuffiette, chiudete il computer, riaccendete lo stereo, se ancora ne avete uno e sedetevi davanti alle casse: ne varrà la pena.</h3>
<h3 style="text-align:right;"><em>Giulio Cancelliere</em></h3>
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