Stasera Björk On The Moon su Tweetter

BJÖRK ON THE MOON (Abeat Records/IRD), dell’armonicista MAX DE ALOE, è il primo disco nel panorama jazz italiano interamente dedicato ad un artista alternative.

In uscita il 23 maggio, Björk on the moon sarà il primo LP 180 grammi HIGH QUALITY (in 500 copie numerate) ad essere pubblicato dall’etichetta jazz Abeat Records e, sulle piattaforme digitali, sarà il primo disco in Italia ad essere disponibile in alta definizione HD per audiofili (24 bit 88 kilohertz).

Stasera, alle ore 21.30, presso il TEATRO CONDOMINIO VITTORIO GASSMAN di Gallarate (via G. Sironi, 5 – ingresso 20 euro) MAX DE ALOE presenterà dal vivo il nuovo disco BJORK ON THE MOON, interamente dedicato al repertorio della cantante islandese Bjork. Sul Twitter di Abeat Press (https://twitter.com/#!/AbeatRecords) il commento in diretta del concerto.

Sul palco MAX DE ALOE sarà accompagnato da Roberto Olzer (pianoforte), Marco Mistrangelo (contrabbasso), Nicola Stranieri (batteria) e Marlise Goidanich (violoncello barocco) con la straordinaria partecipazione di BEBO FERRA (chitarra) e ANDREA DULBECCO (vibrafono).

“Björk on the moon” raccoglie 12 brani del repertorio di Bjork in cui MAX DE ALOE e il suo quartetto –  formato da Roberto Olzer (pianoforte), Marco Mistrangelo (contrabbasso) e Nicola Stranieri (batteria) – si addentrano nelle armonie della cantante islandese per estrarne un sound jazz d’avanguardia. Il disco vede anche la straordinaria partecipazione della violoncellista brasiliana Marlise Goidanich.

Un appuntamento

Domani, tra musica e fumetto con Giada de Gioia, voce, Antonio Magrini, chitarra elettrica, Davide Macchiarulo, pianoforte e il coro Afroblue.

Intervista con Andrea Zuppini

La musica è una forma d’arte che può essere semplicemente decorativa e funzionale, ma anche nella decorazione si può avere classe e offrire alta qualità.
Zu Grooves I si inserisce in questa categoria. Opera di Andrea Zuppini, chitarrista, compositore, produttore, una lunga carriera che l’ha portato dal jazz a fianco di Lee Konitz e Massimo Urbani, Luigi Bonafede e Aldo Mella, Massimo Colombo e Stefano Cerri, Toots Thielemans, Ramberto Ciammarughi e Mario Rosini, al pop raffinato di Fabio Concato, Rossana Casale, Antonella Ruggiero,Patti Pravo, Fiorella Mannoia, il primissimo Alex Baroni, quello più fusion e meno wonderiano.
Zuppini è anche un perfetto animale da studio, nel senso che si muove a suo agio tra le macchine del suono, sia analogiche, sia digitali, che conosce a fondo e maneggia con disinvoltura. Ha messo in piedi il suo terzo attrezzatissimo studio nello scantinato di un vecchio palazzo di Porta Romana a Milano, dove scendi una ripidissima scala di pietra, passi attraverso un corridoio con i mattoni pieni a vista e ti ritrovi proiettato in un attimo dall’antichità nel futuro tecnologico. Qui, presso Zu-Music Workshop, ha concepito Zu Grooves I Summer Vibes, una produzione lounge, quel genere musicale che ha fatto furore negli anni ’90 e ’00 con titoli come Buddha Bar e Cafè del Mar, un cocktail fatto di jazz, rhythm ‘n’ blues, funk, soul, ethnic, colonne sonore anni ’70, tutto shakerato con una buona dose di elettronica che amalgama, omogeneizza e rende digeribile per i tempi odierni.
Chi pensava, come il sottoscritto, che fosse una musica ormai tramontata, si sbagliava di grosso.
No, non è tramontata, è una musica che ha ancora un mercato e una sua funzionalità, come dicevi tu. L’importante è che sia fatta bene e non sia confusa con la musica per ascensori o centri commerciali, dove non senti nulla se non una fruscio di percussioni e qualche nota qua e là.
Come hai inventato Zu Grooves? Da cosa sei partito?
Ho chiesto a quattro dj italiani, tra i più quotati, la loro compilation ideale, in modo da capire il mood di questa musica, che cosa la rende affascinante. Ho passato un mese ad ascoltare questi brani, alcuni dei quali armonicamente semplicissimi, composti da un solo accordo o due, che ma che venivano sviluppati su piani sonori differenti e imprevedibili. Una volta compresi i meccanismi nascosti in questa musica che affascina milioni di persone nel mondo ho cominciato a lavorare. Anni di produzione nel pop, nel rock, nel blues, nella bossa, nel jazz, nella classica, mi hanno permesso creare con una certa facilità dei groove su cui costruire delle linee melodiche adeguate fino alla realizzazione finale.
In effetti nei brani ci sono molti riferimenti a cosa già sentite, eppure sviluppate diversamente, dal jazz al country, dal soul all’afro-cuban, dalla bossa al funk, al tango.
È come una pietanza cucinata con diversi ingredienti: bisogna saper dosarli, non esagerare, ma mantenere un equilibrio in modo da farli sentire tutti.
C’è molta elettronica, ma anche molta umanità.
Certo! È un disco con una componente umana fortissima: ho parlato di groove, ma in molti  brani abbiamo suonato senza click, il tempo lo davo io e si procedeva col nostro metronomo interiore. Quando ho cominciato a riflettere su quel che potevo fare per differenziarmi dalle produzioni già esistenti e che avevano avuto tanto successo, ho pensato che la componente umana avrebbe fatto la differenza: diminuire il tasso di elettronica e aumentare quello di musicisti in carne, ossa e strumento. Anche perché, molti lavori che ho sentito sono belli solo parzialmente: hanno tre o quattro pezzi che “tirano”, suonati con tutti i crismi e il resto è raffazzonato alla rinfusa. Il mio lavoro è curatissimo dall’inizio alla fine.
Hai lavorato con ottimi solisti.
Amedeo Bianchi al sax, Marco Brioschi alla tromba e flicorno, Eric Cisbani alla batteria, Carlo Cantini al violino, Vincenzo Zitello all’arpa celtica e al flauto e le cantanti Monica Magnani, LadyB, Dagmar Segbers, Sherrita Duran, Klo, Cristiana Abbate…
…e Stanley Clarke e Richard Galliano.
Quelli arrivano dal mio discografico inglese, che è proprietario di un’etichetta jazz, la Kind Of Blue e mi ha messo a disposizione il suo immenso catalogo che comprende produzioni di Randy Brecker, Bobby Hutcherson, George Cables, Tony Scott, Brian Bromberg, Eddie Henderson, James Carter, Ron Carter e molti altri. Lì sono andato pescare quello che mi serviva.
E Nicola Oliva?
Nicola Oliva è il chitarrista che fa parte di un altro mio progetto, Acoustic Dream, col quale facciamo concerti e abbiamo anche un disco nel cassetto già pronto in attesa di trovare la giusta collocazione.
Tornando a Zu Grooves: è un disco doppio, 27 pezzi, in una confezione lussuosissima, che, in tempi di download di mp3 è una rarità. Solo Pino Daniele ultimamente si è permesso di pubblicare un disco con  copertina rigida cartonata e un libretto di 80 pagine. Tu hai addirittura pensato ad un contenitore con una grafica raffinatissima.
Sì, volevo che Zu Grooves fosse bello anche da possedere, guardare, maneggiare, non solo da ascoltare. Una cosa preziosa.
Devo dire che la forma lussuosa promette e mantiene un contenuto di alta qualità tecnica.
Mi piace lavorare con il meglio della tecnologia: questo studio l’ho progettato io, dalla insonorizzazione alle macchine, ai microfoni, scelti uno per uno da me. La catena del suono è controllatissima.
E adesso?
E adesso Zu Grooves II. Se nel primo volume ho coinvolto una decina di musicisti, nel prossimo voglio coinvolgerne cinquanta, compresi i dj, che non sono dei musicisti nel senso classico del termine, ma hanno un punto di vista musicale davvero interessante.
Nel frattempo?
Continuo a lavorare, registrare, comporre. Nell’ultimo disco di Fiorella Mannoia, Sud, c’è un mio pezzo in napoletano col testo di Titina De Filippo.
Quando uscirà Zu Grooves II?
A Natale.

Giulio Cancelliere

Intervista con Saba Anglana

Life Changanyisha, il terzo disco di Saba Anglana, è uscito da qualche mese, ormai, e la cantante italo-somalo-etiope è impegnata in un lungo tour promozionale. Life Changanyisha è la storia di un viaggio che Saba ha condotto in Kenia sotto il patrocinio di Amref, l’organizzazione di cooperazione internazionale impegnata da molti anni in Africa con una serie di progetti. È anche grazie alla fama e affidabilità di Amref e alla sua organizzazione logistica, che l’artista, accompagnata da Fabio Barovero, musicista e produttore del disco, ha potuto raggiungere luoghi non facilmente accessibili agli stranieri ed è stata accolta con cordialità e interesse verso la sua proposta musicale e culturale.
È stato un disco faticoso da fare in termini di dispendio di energie, immagino.
Sì, molto. Un mese e mezzo di viaggio con la preoccupazione costante di ottenere un risultato e con la responsabilità di cui ci ha investito Tommy Simmons, il direttore di Amref Italia, affidandoci una missione da compiere, traducendola in musica, in modo tale che fosse anche gradevole, perché alla fine la musica è intrattenimento, anche quando contiene un messaggio alto di tipo sociale e umanitario. Io venivo dalla precedente esperienza col disco Biyo, nel quale il tema era l’acqua ed era legato ai progetti idrici di Amref in Etiopia e avevamo notato che la musica è un veicolo molto potente ad ogni latitudine per portare messaggi e comunicare situazioni di emergenza chiedendo solidarietà e aiuto.
In sostanza la missione era raccontare ciò che avresti visto durante il viaggio in musica, quindi incontrando persone, musicisti, facendoti raccontare storie, cantando e suonando con loro, componendo anche all’istante, sul posto?
In realtà, alla partenza non avevamo ben chiaro cosa avremmo fatto e come, ma ci eravamo portati dell’attrezzatura per registrare sul campo, un piccolo studio mobile, e una tastiera con dei suoni midi, dei ritmi, che ci avrebbe aiutato ad avere un minimo supporto. Poi, l’avventura ce la siamo inventata giorno per giorno. Per quanto riguarda la composizione, oltre ai nostri appunti quotidiani che potevano servire da spunto, c’erano gli incontri con i musicisti locali, soprattutto cantanti, con cui, su basi ritmiche essenziali, montavamo pezzi a cui collaboravo imparando le parole in swahili, ma anche facendomi raccontare dalla mamme, ad esempio, il loro faticoso quotidiano con le loro stesse parole e cosi via. Un metodo molto empirico.
Come avvenivano gli incontri con le comunità locali?
Grazie ad Amref, venivamo in contatto con i capi-progetto, i quali avvertivano le comunità locali del nostro arrivo, in modo che potessero prepararsi ad accoglierci per raccontare la loro situazione, la loro vita di comunità, le difficoltà, i problemi da affrontare, anche attraverso canti e danze.
Non avete mai incontrato diffidenza da parte delle comunità locali?
Direi di no e questo grazie ad Amref, che adotta un metodo di lavoro atto a coinvolgere le comunità nei progetti: quando realizzano un progetto idrico, addestrano del personale tecnico locale che cura le varie fasi della costruzione del pozzo e poi gestisce la manutenzione in modo da responsabilizzare la comunità e non calare dall’alto la donazione, l’aiuto. Tra l’altro, noi siamo arrivati quando stava iniziando la crisi dovuta alla siccità , che poi è esplosa per tutto il 2011, per cui questi interventi sono anche volti a prevenire le situazioni di emergenza, oltre che affrontarle in tempo.
Tornando alla musica e all’approccio con le comunità locali, come si mantiene il giusto equilibrio fra tradizione e modernità, senza tradire la prima, ma nemmeno negare la seconda e, soprattutto, evitando un atteggiamento, anche involontario, colonialista? Nei tuoi appunti racconti di questi talentuosi ragazzini degli slum di Nairobi che sniffano colla e nelle orecchie non hanno i canti della tradizione, ma la scansione dei rapper americani. Mi vengono in mente i giovani sudamericani qui a Milano, che si vestono come i loro coetanei negli Stati Uniti, si ingozzano di birra, negando la propria cultura d’origine e abbracciando il modello che li ha colonizzati e li domina.
Ovviamente sono temi che mi appartengono e sui quali ho molto riflettuto, perché io stessa sono un ibrido. È praticamente impossibile in pochi giorni di incontro spiegare a queste persone che la modernità passa su di loro come un caterpillar appiattendo ogni cosa. Con questo non voglio dire che si deve restare legati per forza alla propria tradizione, chiudersi e non cogliere i segnali che arrivano dal mondo, anzi, tutto il contrario. Tuttavia, nell’ultimo brano del disco, James In Dagoretti, questo ragazzo, James Ndichu, su un impianto musicale tradizionale, che avevamo registrato a due-trecento chilometri da Nairobi, dove sopravvivono modi di vita differenti, “rappa” a suo modo raccontando la vita nel sobborgo della capitale, Dagoretti appunto, creando la sintesi perfetta di quello che dicevamo, la tradizione che si declina nella modernità. Quando glielo abbiamo fatto sentire è rimasto estremamente sorpreso del risultato. Più di mille parole, quel pezzo gli ha fatto capire che è possibile un incontro tra due linguaggi musicali apparentemente inconciliabili. Crediamo di avere prodotto in lui una nuova sensibilità e curiosità, che, magari, si svilupperà e verrà comunicata ad altri. D’altra parte è un problema che vivono anche le nuove generazioni italiane in cui il mainstream imperante sta cancellando ogni senso critico.
Non c’è dubbio.
Sai, quando hai usato la parola “tradire”, mi hai fatto venire in mente che io stessa sono spesso accusata di tradire una parte di me, quando sono troppo italiana o troppo somala o troppo etiope. C’è sempre qualcuno che vorrebbe tirarmi da una parte o dall’altra. Questo perché una parte del pubblico si è creata un’immagine di me che non corrisponde esattamente a quella che sono, cioè, un ibrido tra Africa e Italia e altro ancora, perché viviamo in un’epoca che ci mette a contatto con mille stimoli differenti. Io cerco di essere onesta con me stessa, prima di tutto e guardo al mio passato e al mio presente e cerco di sintetizzare quello che sono in una forma musicale ritenendola la più vicina alla mia essenza. Se poi una parte del pubblico si aspetta qualcosa di diverso non posso farci nulla, non si può chiedere ad un’artista di essere filologicamente coerente con un filone culturale, ma con la propria storia. Io sono tranquilla con la mia coscienza, perché conosco le regole dei linguaggi, di molti linguaggi, anche quelli accademici e so cosa sto facendo.
Sei mai tornata in Somalia?
Non è possibile tornarci. Avevo cinque anni quando abbiamo lasciato il Paese in quarantotto ore, ai tempi di Siad Barre, poco prima che scoppiasse la guerra civile. Per noi, famiglia mista, era più che pericoloso restare, anche volendo. Con Bobby ce lo siamo anche detti ultimamente, che la grande sfida sarebbe tornare a Mogadiscio, ma ora è veramente impossibile. Persino in Kenia, nel periodo in cui abbiamo lavorato a questo disco, ci furono attentati rivendicati dai fondamentalisti. Io stessa temevo di essere un obiettivo come artista “ibrida” che canta la pace tra i popoli, la fratellanza, la mescolanza. Il fondamentalismo è religioso, politico, ma anche culturale e la mia battaglia pacifica, nel mio piccolo, è portare avanti un modello culturale che si affranchi da questo modo di pensare e far capire che i fondamentalismi sono solo un danno.
Life Changanyisha, la vita ci mescola, non possiamo fermarla.

Giulio Cancelliere

Davide Santorsola: Stainless (Autoprodotto)

Musicista autodidatta, preparato, colto, bravo, più attivo e noto all’estero che in Italia, Santorsola si lancia in un’avventura tra le più rischiose del jazz, ripetuta decine di volte con esiti alterni, ma mai completamente e univocamente definiti. Negli Stati Uniti, nell’età d’oro del jazz, si svolse una guerra silente, ma palpabile, tra musica classica e improvvisata, tanto che, quando un solista come Charlie Parker ad esempio, ma non solo lui, decideva di affiancarsi ad una sezione d’archi, l’ambiente del jazz era messo a rumore. Sono passati decenni e il rapporto tra spartito e improvvisazione è molto cambiato, anche grazie all’affermazione del jazz europeo, che con la musica scritta aveva un rapporto storico più consolidato. In effetti è una questione di suono e “scrittura”, che non tutti i musicisti colgono, spesso irrigidendo il solista o “spiegazzando” l’orchestra, allo scopo di far dialogare gli interlocutori, come se non parlassero la stessa lingua. Il musicista pugliese, invece, grazie anche alla duttilità del suo strumento, pare utilizzare l’orchestra d’archi come punteggiatura del fraseggio pianistico, per sottolineare concetti, fermare l’eloquio, cambiare marcia, dare respiro all’ascolto o indurlo alla riflessione. Non solo: il suono della registrazione, decisamente particolare, sfrutta le naturali risonanze dell’ambiente (non credo sia frutto di ricostruzione elettronica) conferendo naturalità e freschezza all’ascolto. Anche il repertorio risente della scelta all’insegna del dialogo tra generi musicali, partendo dai classici standard da musical come My Favourite Things e My Funny Valentine, I Loves You Porgy e The Way You Look Tonight, per arrivare al Brasile colto e popolare di Egberto Gismonti (Anéis), passando per Puccini, con una mini-suite che comprende le arie Nessun Dorma e E Lucevan Le Stelle, introdotte e legate da composizioni originali ispirate dalla modernità del musicista toscano, usato come rimando ai riferimenti classici su cui i musicisti si costruivano una nuova cultura e consapevolezza, all’inizio della storia del jazz,. Se ascoltate attentamente, qua e là avvertirete citazioni storiche gershwiniane, evansiane, ma anche strumenti nascosti, come l’organo a rinforzo degli archi in My Favourite Things, piccoli-grandi trucchi di chi conosce a fondo l’armonia e sa come usarla.

Giulio Cancelliere

La Verdi: vent’anni di follia

L’Orchestra Verdi giunge al ventesimo anniversario nel 2013 con numeri che fanno ben sperare per il futuro: 4774 abbonati alla passata stagione, 175.698 spettatori, 202 concerti sinfonici, 38 da camera e 109 tra corsi, conferenze e incontri per un totale di 349 iniziative in sede e fuori, di cui 147 di attività educational. Non solo: sono arrivati anche 5 milioni di euro (2 dal decreto mille proroghe come contributo per l’attività artistica, reiterati nei prossimi tre anni e 3 dal Ministero dei Beni Culturali per la copertura della condizione debitoria dovuta alla mancata erogazione di fondi negli anni passati), che danno una certa sicurezza progettuale.
All’ affollata presentazione della stagione 2012-2013 è stato illustrato il ricco programma – presenti il presidente della Fondazione Gianni Cervetti, il direttore generale Luigi Corbani, il direttore artistico Zhang Xian, il direttore residente Ruben Jais – denso di cicli in avvio e conclusione (Brahms, Dvořák, Beethoven, Brückner, Mendelssohn), anniversari (bicentenario di Wagner e Verdi, centenario di Britten, cinquantesimo dalla morte di Poulenc e Hindemith, decimo dalla scomparsa di Berio, che fu direttore della Verdi, millesettecentesimo dall’Editto di Costantino, con le sue ricadute politiche, sociali e religiose), eventi geo-musicali (il mondo russo di Glinka, Prokov’ev, Scriabin, Rimsky Korsakov, Rachmaninov, Stravinsky, Borodin, Lutoslawsky, oltre agli armeni Arutiunian e Khachaturian; quello tedesco di Mahler, Schubert, Mozart e Strauss; francese, con Lalo e Ravel; spagnolo con De Falla e statunitense con Barber e Copland).
Non manca l’attenzione verso la musica contemporanea con Sciortino, Vivaldi-Piazzolla (le Otto Stagioni), Marsalis (insieme con la jazz-band di Paolo Tomelleri), Vacchi, Castelnuovo-Tedesco, Campogrande, Stroppa e Castiglioni, questi ultimi due in collaborazione con Milano Musica.
I concerti straordinari prevedono programmi di Schönberg (nel centenario della prima esecuzione del Pierrot Lunaire), Britten, Beethoven (con la Banda Osiris), Berio, Verdi, Rossini, Donizetti, Bellini, Puccini.
Continua anche il ciclo della Verdi Barocca diretta da Ruben Jais: confermati gli appuntamenti natalizi e pasquali con gli Oratori di Bach, ma anche i sei programmi che comprendono esecuzioni di Corelli, Vivaldi, Cirri, Buxtehude, C.P.E. Bach.
Infine gli ormai tradizionali concerti della domenica mattina e il ciclo Crescendo In Musica del sabato pomeriggio per bambini e ragazzi e le loro famiglie.
L’Auditorium di Milano e La Verdi si confermano punto di riferimento culturale per il quartiere, la città, il Paese, ma anche come istituzione internazionale (ci sarà un tour in Russia, a Mosca, San Pietroburgo e altre città) e la fedeltà di soci, abbonati e spettatori, sempre in aumento, mantengono solida quella che ormai è diventata una tradizione per Milano, nata nel 1993 (allora dirigeva il maestro fondatore dell’orchestra Vladimir Delman con sede, prima al Conservatorio, poi al Teatro Lirico), come dice scherzando Corbani, solo grazie alla legge Basaglia che consentiva ai pazzi di girare liberamente e non essere più rinchiusi in manicomio. Una follia musicale che imperversa da vent’anni. www.laverdi.org

Giulio Cancelliere

Felice Clemente: Doppia Traccia – Nuvole Di Carta – Aire Libre (Crocevia di suoni)

Solitamente diffido di chi incide molto (e lo fanno in tanti), perché fondamentalmente si registrano troppi dischi, la maggior parte dei quali restano nei cassetti di chi li pubblica e nel mucchio informe permanente sulla scrivania dei giornalisti che li ricevono, li ascoltano distrattamente, forse li recensiscono e non li sentiranno più per il resto dell’eternità. È pure vero che alcuni musicisti hanno un’urgenza espressiva che si estrinseca in forme così diverse, da giustificare il moltiplicarsi delle sedute discografiche. Il sassofonista milanese, grazie anche all’influsso creativo del pianista Massimo Colombo, in quartetto e duo, mette in campo da qualche tempo idee ed energie intense e stimolanti. Tre dischi in tre anni, anche se così diversi, sono prove importanti: il primo, Doppia Traccia del 2010, a nome di entrambi, è un percorso curiosissimo e originale tra jazz e musica classica, che pur mantenendo la freschezza del primo e il rigore della seconda, veste la musica improvvisata della raffinatezza di quella scritta e inietta nella partitura la libertà fantastica dell’invenzione spontanea. È un esperimento che forse sa di già letto e sentito (tra l’altro Colombo l’ha da poco ritentato con Bach, ma ne parleremo un’altra volta), tuttavia i due musicisti riescono a dire qualcosa di nuovo (sono tutte composizioni inedite) e mantengono egregiamente l’equilibrio su un terreno così accidentato.
Nuvole Di Carta del 2011 è inscrivibile nella categoria mainstream, sufficientemente ampia da contenere un vasto ventaglio di forme jazzistiche caratterizzate da temi più o meno interessanti, sviluppi armonici forgiati ed elaborati in svariate forme su cui si distendono improvvisazioni fortemente condizionate, com’è ovvio, dal talento del solista e dalle sollecitazioni della ritmica. Nel caso di Felice Clemente siamo di fronte ad un musicista che sembra prediligere il sax soprano al tenore, da cui diffonde una sonorità smaltata, brillante, per certi versi clarinettistica, al servizio di temi talora lineari (The Courage To Try), simpaticamente complicati (Paradossi), malinconicamente blues (Nuvole Di Carta), semplicemente incalzanti (Inside Changes), affiancati da improvvisazioni misurate – forse troppo – di tutti i membri del quartetto: oltre a Colombo, Giulio Corini al basso e Massimo Manzi alla batteria. L’ultimo pezzo, Bastian Contrario, a firma del pianista, è eseguito al tenore col solo accompagnamento del contrabbasso e riecheggia un’ aria barocca con un singolare interludio puntiforme dal ritmo vagamente latin, per poi riprendere il tema inziale: una porta aperta verso nuovi territori da esplorare in futuro.
Di tutt’altro segno il recentissimo Aire Libre, in cui Clemente si confronta col compositore e chitarrista argentino (ma milanese d’adozione) Javier Pèrez Forte, con cui può sfoderare la sua anima latina già decisamente evidenziatasi nel disco d’esordio Way Out Sud del 2003 (vi suona familiare?) e che rispunta spesso nel repertorio del sassofonista di origine calabrese. Ora, sarà l’aria, sarà l’entusiasmo trascinante di Forte, l’energia che si libera dalla sua chitarra classica (che all’occasione si trasforma in percussione come in Lila), la tradizione ispanica e l’immenso immaginario che evoca il Sudamerica, ma pare davvero che Clemente sia meno costretto dal contesto e si lasci più andare al sentimento, sia che imbracci i sax tenore e soprano, sia che imbocchi il clarinetto, come in Merenguito del venezuelano Alfonso Montes. Aire Libre si muove prevalentemente nelle grandi tradizioni musicali del’America Latina dall’Argentina, non solo tanghera, di Pérez Forte (Perro Verde, Lila), Juan Falù (De La Raiz A La Copa), Horacio Salgan (A Don Agustìn Bardi, unica vera concessione al tango) ed Eduardo Falù (Misa Chico, suonata dal solo chitarrista) al Brasile di Jorge Ben (Mas Que Nada). Clemente si cala perfettamente nel clima con le sue Pera Y Chocolate (strana commistione tra valzer, rumba e swing), Chuku (solo al sax tenore) e Alma Negra, a riprova di una bella sintonia con questo mondo su cui declinare l’eloquio jazz.

Giulio Cancelliere

10 nuovi dischi italiani

I dischi non si vendono più, ma fortunatamente si continua a farli e per chi, come me, ama ancora maneggiare l‘oggetto mentre ascolta, leggersi le note di copertina — sempre più piccole — i testi delle canzoni — quando vengono pubblicati e sono decifrabili — apprezzarne la grafica — e riflettere sulla sanità mentale dei “creativi” — è come restare appesi, aggrappati, ad un presente accettabile di concretezza e progettualità artistica, mentre sotto si apre un baratro di polverizzazione digitale ad uso e consumo di chi non conosce che la temibile playlist, l’inaffidabile auricolare, il miserabile convertitore D/A del PC e la compressione mpeg layer 3, che fa polpette del suono, della profondità e del lavoro prezioso di tecnici e produttori. Detto questo, parliamo finalmente di musica italiana. Tra i lavori più intelligenti e affascinanti che mi è capitato di ascoltare ultimamente Il Mondo Nuovo  de Il Teatro Degli Orrori svetta inesorabilmente su molti. La formazione di Pierpaolo Capovilla e Giulio Ragno Favero ha immaginato un concept-album (visto che si possono fare ancora?) che, originariamente doveva intitolarsi Storia Di Un Immigrato, parafrasando un antico De André, ma è sembrato pretenzioso. Tuttavia il titolo scelto rimanda ad un altro autore dotato della stessa visionarietà e capacità profetica: la nuova società immaginata da Aldous Huxley esattamente ottant’anni fa, in quanto ad indifferenza, cinismo, pragmatismo spinto, nutrimento dei bisogni corporei e detrimento di quelli spirituali, ha molti punti di somiglianza con la realtà che ci circonda oggi. L’impatto visivo (una copertina tra le più belle viste ultimamente, opera del pittore Roberto Coda Zabetta) e sonoro (un lavoro certosino di Favero) sono un “diretto” al plesso solare, tanto più dal vivo, dimensione, purtroppo, che toglie valenza alle parole, sbriciolate nella tempesta di suoni, ma recuperabili soprattutto nel doppio vinile 180 gr., di una bellezza commovente.
Di tutt’altro segno Lost Bags, la proposta dei Dead Cat In A Bag: il nome inquietante (ho dovuto convincere a suon di croccantini il gatto della testata del blog a non dare le dimissioni) rimanda ad un clima e ad un ambiente rurale, malinconico, faticoso, tra poche luci e molte ombre, per certi versi (e certi suoni) non lontano da un afflato alla Tom Waits (e del resto il titolo è ispirato da un passo di Tom Sawyer, immensa provincia americana), ma di stampo più europeo, zingaresco, “colto” e popolare al tempo stesso, senza sfuggire alla presa del blues e del richiamo della prateria. Insomma, tutte quelle musiche che su Silenziosa(mente) stanno bene, proprio perché tengono in alta considerazione il silenzio che circonda i suoni. Strumenti a corde di ogni tipo e fattura la fanno da padroni, assieme a voci, percussioni, harmonium, piano, tromba, flicorno e qualche diavoleria elettronica, al servizio di un sound che cattura l’ascolto.
Mario Augeri è un cantante e attore napoletano da anni trasferitosi in Germania, al debutto discografico con la produzione niente meno che di Danilo Minotti. Un Nuovo Look è un album divertente, leggero che spazia dal pop al rhythm ‘n’ blues al melodico con sonorità anni Ottanta-Novanta, mescolando generi e passioni del protagonista, autore di parole e musiche. La voce è talvolta un po’ forzata e la pronuncia inglese (solo due pezzi per fortuna) a dir poco scolastica, ma si lascia ascoltare.
A proposito di produttori, Marco Rinalduzzi, chitarrista e compositore romano, talent-scout di grande fiuto e raffinatezza (scoprì e produsse la prima Giorgia, la migliore), a dieci anni dalla scomparsa di Alex Baroni, col quale lavorò a cinque dischi e fece decine di concerti, ha voluto rendergli omaggio con un album-tributo dal titolo Il Senso Di Alex, nel quale ha riunito grandi artisti quali Claudio Baglioni, Alex Britti, Carmen Consoli, Giorgia, Mario Biondi, Amii Stewart, Gegè Telesforo e molti altri, chiamati a reinterpretare il repertorio del bravo cantante milanese scomparso prematuramente in un incidente motociclistico a Roma. Lo stesso Alex Baroni è presente con un inedito e in un duetto virtuale assieme a Renato Zero. Ancora Marco Rinalduzzi è protagonista di altre due produzioni: 1 + 90, un album doppio registrato con novanta musicisti diversi con lo scopo di riassumere in trentacinque pezzi (sedici strumentali e diciannove cantati) la sua carriera e le sue passioni musicali, giovanili e no; l’altro disco è a nome del Quartetto Nazionale, Senza Filtro, una formazione con Alessandro Centofanti all’ Hammond, Marco Siniscalco al basso e Marcello Surace alla batteria in un repertorio jazz-rock-blues da urlo, un po’ alla Scott Henderson come spirito, ma tutto originale.
Se avete visto il festival di Sanremo quest’anno non potete non avere notato la presenza di Eugenio Finardi, appena uscito con una tripla antologia, Sessanta (come gli anni del cantante italo-americano), che riassume quasi un quarantennio di carriera discografica (tutti i pezzi sono stati risuonati e ri-registrati ex novo da una potente rock band), comprendente anche quella  E Tu Lo Chiami Dio, scritta da Roberta Di Lorenzo, a sua volta sul mercato con Su Questo Piano Che Si Chiama Terra, il suo secondo album, che vede alla produzione e agli arrangiamenti i fratelli Pino e Lino Nicolosi, già Novecento. La cantautrice molisana, già apprezzata al debutto due anni fa con L’Occhio Della Luna, si distingue per l’eleganza e la grazia con cui porge testi raffinati e fuori dagli schemi. Collaborano, oltre a Finardi, Alberto Fortis, Andrea Mirò e i Sonohora.
Decisamente toccante l’ultima prova di Enzo Avitabile, cantante, compositore e sassofonista della scuola napoletana e della generazione di Pino Daniele, James Senese e Tony Esposito. Abbandonate da molti anni le passioni rhythm ‘n’ blues, Black Tarantella è un ritratto letterario e sonoro dell’Italia odierna e del sud del mondo, anche quando emergono le voci di Francesco Guccini, David Crosby (!!!) e Bob Geldof, ospiti assieme a Raiz, Daby Touré, Enrique & Solea Morente, Idir, Co’ Sang, Battiato, Toumani Diabaté, Mauro Pagani e l’immancabile Zio Pino. Confezione curata e testi tradotti. Emozione pura.  Infine, una delle band più interessanti degli ultimi anni, i Subsonica, viene riletta in chiave acustica, ma talmente elaborata nel suono e nell’approccio, da sembrare decisamente elettronica in Barber Mouse Plays Subsonica. Il trio jazz, con la collaborazione dello stesso Samuel Romano, voce dei Subsonica, ridisegna il profilo della formazione torinese in stile assolutamente inedito, conservandone l’aspetto melodioso, ma senza tradirne il respiro sperimentale, anzi, esaltandolo attraverso una ricerca sonora d’avanguardia (piano e contrabbasso preparati, batteria in stile drum ‘n’ bass, distorsioni ed effetti sugli strumenti acustici) che rimanda a precedenti nordeuropei e americani, ma con una ricerca timbrica tutta latina. Come si vede, i dischi hanno ancora un senso, persino in Italia, dove la musica va ben oltre l’offerta televisiva canonica, la trita ritualità rivierasca e la rotazione radiofonica in affitto. Basta cercarla.

Giulio Cancelliere