Sta diventando quasi un refrain: ogni volta che Dino Betti pubblica un disco vince il Top Jazz come compositore. È successo anche quest’anno con September’s New Moon, la sua ultima opera orchestrale, come sempre ricca di spunti musicali e poetici, tradizionali e d’avanguardia, convenzionali e sperimentali. Penso quasi che dovrebbero dichiararlo invotabile e vincitore a prescindere per incoraggiare altri nomi. Scherzi a parte, senza togliere alcuno dei meriti che il musicista si è guadagnato in molti anni di carriera, è pure vero che vince facile in un’epoca in cui la figura del compositore, orchestratore, arrangiatore nel jazz , e non solo, è in via di sparizione. O forse è il contrario: con la diffusione della cultura musicale e delle competenze tutti sono, o si sentono, compositori, orchestratori, arrangiatori, col risultato che la qualità ne risente e ognuno “se la canta e se la suona” in solitudine. Che ne pensa il diretto interessato?
“È la quarta volta che vinco il Top Jazz in assoluto, ma è la terza volta come compositore: 2007 con The Humming Cloud, 2009 con God Save The Earth e 2011 con September’s New Moon.”
Spesso si equivoca tra compositore e arrangiatore.
Dove ti collochi o ti senti collocato come compositore?
Ma non è quello che dovrebbe sempre avvenire? Raccontare storie è il ruolo del musicista, del solista.
Ma in quell’epoca dirigevi una band, suonavi in giro?
Questa è la formazione di Here Comes Springtime del 1985. Come fu accolto quel disco?
Ma in questa tua posizione ibrida, dentro e fuori dalla musica, dentro e fuori dal jazz, visto che non ne hai fatto parte a pieno titolo e a tempo pieno, come vedi il ruolo della composizione jazz oggi? Rappresenta il tempo attuale o è un’opera avulsa dal contesto temporale e sociale in cui nasce e si sviluppa?
È un ciclo artistico abbastanza tipico: il picco creativo e poi la decantazione, la stasi, l’elaborazione.
Nonostante qualcuno si ostini a definirlo non-musica, il rap è una realtà internazionale e trasversale che interessa Paesi di ogni continente, che si sono appropriati del linguaggio e lo hanno piegato, forgiato, plasmato, adattato alle proprie esigenze artistiche e non solo. Era già successo al blues che, partito dall’Africa e approdato in America, si è disseminato in tutto il mondo mescolandosi con altre musiche generandone altre ancora, perché è un linguaggio semplice, ma efficace e di grande potenza espressiva. In Italia il rap ha preso piede in moltissime realtà locali e Napoli ne è senza dubbio uno dei centri nevralgici, anche per via di un dialetto che si presta facilmente ad essere scandito ritmicamente, come ci spiega Ciccio Merolla, apprezzatissimo percussionista già con i Panoramics, James Senese, Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello, ma anche rapper di vaglia impegnato socialmente sotto molti profili e con un punto di vista particolare sulla realtà napoletana. Il suo ultimo lavoro discografico, Fratammé, contiene, tra le altre, oltre alla title-track, ispirata ad un fatto di cronaca nera, la strage di Sant’Anna di Palazzo del 1991, che toccò indirettamente Merolla, anche quella O’ Pitbull, il cui video fu presentato con successo al festival del cinema di Venezia lo scorso autunno e propone una figura di boss della camorra vittima di se stesso e di un sistema che in fondo non riesce davvero a controllare, con alcuni richiami, chiamiamole citazioni, allo Scarface di Brian DePalma.
So che svolgi un’attività come musico-terapeuta: me ne puoi parlare? Come la pratichi? In O’Viaggio fai riferimento a malattie come anoressia, bulimia, depressione: sono problemi di cui ti occupi?
Non poteva andare meglio al giovane pianista e compositore pugliese: l’esordio del suo quartetto ha meritatamente vinto il Top Jazz 2011 come migliore formazione dell’anno, ex-aequo nientemeno che con il quartetto di Franco D’Andrea. D’altra parte Minafra non è nuovo ad exploit di questo genere, avendo già collezionato un buon numero di riconoscimenti per la sua febbrile attività che l’ha portato ad esibirsi in tutto il mondo. La nuova formazione al debutto discografico con Surprise!!!, si presenta con Gaetano Partipilo ai sax e Domenico Cairi alla chitarra elettrica, impegnati entrambi sin dai primissimi minuti di disco a dar fondo alla propria perizia improvvisativa assieme al leader, mentre il percussionista Maurizio Lampugnani sostiene un tempo spezzato di stampo balcanico. Anche nel brano che segue, La Danza Del Sole, il ritmo ternario smuove energie intense nei musicisti, fino ai confini col rock, mentre la melodia vola alta cantata all’unisono da Lampugnani. Minimal Core, l’unico brano non firmato da Minafra, parte da un cellula ritmico-melodica per svilupparsi in un lungo e complicato tema esposto dal sax soprano, successivamente affiancato dalla chitarra dell’autore. Lo spirito “globale” che anima il lavoro di Minafra ci porta nel cosmo con Lacrime Stelle, dove compare il fagotto di Andrea de Balsi e persino la “sega musicale”, quel curioso strumento composto da una lamina metallica flessibile che nel cinema di genere d’antan accompagnava le scene più paurose o astratte, suonata da Alessandro Pipino. Con Uzbek, invece, si ritorna sulla terra a percorrere sconfinate steppe e profonde valli dell’Asia Centrale, mentre Maschere sembra inventare una sorta di formula funk mediorientale. Passi è come un gioco in cui i temi di pianoforte, glockenspiel e chitarra si intrecciano in una trama per dar sostegno al sax soprano, cui segue lo swing sbilenco, cangiante ed inquietante di Gomitoli. Stop War è il proditorio richiamo che conclude un album policromo, imprevedibile, ricco di idee nuove e sviluppate in modo originale, lontano dai cliché “world”, ma con una visione globale al passo coi tempi.
Diciamolo subito: un disco, come un libro, non va giudicato per la copertina, anche se l’etichetta per cui incide è spesso provocatoria in questo senso. Genesi va ascoltato, indipendentemente dall’involucro che lo contiene. L’esordio discografico del chitarrista Giovanni Francesca si apre con la dolce e rassicurante melodia di Carillon, sotto la quale pulsa un cuore ritmico che prelude ad un rullare di tamburi militaresco, fino al deflagrare sonoro entro cui si celano voci di comizianti ben noti agli italiani. Lo stralunato valzer di Risveglio, introdotto dal contrabbasso di Marco Bardoscia, che interviene successivamente in assolo, rimanda ad un clima più jazzistico col bel violino di Raffaele Tiseo e il leader che imbraccia l’acustica. La linea melodica della title-track viene doppiata dai fiati di Luca Aquino e Alessandro Tedesco, rispettivamente al flicorno e al trombone, prima di dare spazio ad un altro solare intervento di chitarra e rientrare nell’arrangiamento della parte conclusiva del pezzo. Possiamo Andare è un brano elettrico punteggiato da inquietudini elettroniche, agitate da Francesca, che spezzano il tempo fino ad un drammatico crescendo orchestrale e rock. Al suono cameristico di Manina, cui contribuiscono il violoncello di Cristiano Della Corte e ancora la tromba di Aquino, si contrappone la ritmica secca e frusciante di Marisol, dove la chitarra solista evoca graffianti influenze beckiane, mentre in Paesìa Gianluca Brugnano stacca un bel tempo funky in sette ottavi dando luogo ad una serie di intrecci improvvisati tra fiati e chitarra elettrica. Montevideo è una rock ballad elettroacustica, ma Iter ci riporta all’ambiente più intimo e riflessivo caratterizzato dagli archi, con la ritmica che interviene a sparigliare le carte e la chitarra acustica a metter pace tra le sezioni. La conclusiva e serena Quarto Miglio prevede l’unico intervento di pianoforte in un album che è l’apoteosi degli strumenti a corda e a percussione, una scelta sonora interessante, unita all’uso creativo dell’elettronica e alla fusione di generi, che perseguono un unico obiettivo: la leggibilità e la melodia. Un bel debutto per questo chitarrista dall’esperienza variegata tra pop, jazz e fusion, che l’ha formato e gli ha dato agio di sperimentare liberamente, seguendo l’ispirazione, senza vincoli formali apparenti. Ed è solo la Genesi, aspettiamo gli altri capitoli.
Conobbi Chris McBride circa quindici anni fa, all’epoca della sua partecipazione al film Kansas City di Robert Altman. Era un ragazzone poco più che ventenne della scuderia Verve, quando la gloriosa etichetta fondata da Norman Granz nel 1956 allevava ancora in gran numero di “young lions” del jazz come Roy Hargrove, gli Harper Brothers, Gary Thomas, Uri Caine, Django Bates, Nicholas Payton, Chris Botti, Courtney Pine, Mark Whitfield. Era già un affidabile accompagnatore e un brillante solista. Oggi che ha quarant’anni si può permettere anche di uscire quasi in contemporanea con due dischi a proprio nome: The Good Feeling è la realizzazione di un vecchio sogno, quello di dirigere una big band e arrangiare una serie di composizioni, tra standard e originali, per un discreto ensemble di sedici elementi, quanto basta per produrre un sound corposo e potente. Merito di una perizia consumata, da parte del leader, in migliaia di ore di studio di registrazione e di concerti, affiancato da maestri come Chick Corea, Joe Henderson, Wynton Marsalis, Pat Metheny, Herbie Hancock, Hank Jones, ma pure Bruce Hornsby, Sting e James Brown. Qui si avvale dello smalto di vecchi amici come Ron Blake, da molti anni suo partner ai sax, Steve Davis al trombone e il buon Nick Payton alla tromba, compagno d’avventure e sperimentazioni giovanili dentro e attorno al jazz. Alla big band si aggiunge l’elegante voce di Melissa Walker in tre brani come The More I See You, A Taste Of Honey e la frequentatissima When I Fall In Love. L’altro album, Conversations with Christian, è più particolare: si tratta di tredici duetti, che il bassista di Philadelphia ingaggia con altrettanti solisti, tra cantanti e strumentisti, dando luogo ad un collage di generi, colori, atmosfere davvero variegato. Si parte con la straordinaria Angélique Kidjo e la sua Afirika, passando per le incursioni para-classiche della violinista Regina Carter, le ubbìe esistenziali di Sting, il rovente caribe di Eddie Palmieri, fino al possente pianismo di George Duke, il feeling sulfureo di Dee Dee Bridgewater, la latinità tanghera di Chick Corea, la morbidezza chitarristica di Russell Malone, per concludersi con una spiritosa Gina Gershon, l’attrice americana famosa per la sua parodia di Sarah Palin, allo scacciapensieri (sì, proprio u marranzanu), impegnata in un cocente blues con influenze pellerossa e culinarie. Anche se la formula non è più originalissima, la realizzazione è senza dubbio gustosa e apprezzabile.
Riccardo Zappa scrive come parla, con serietà e competenza, ma senza farsi mancare quel pizzico di ironia, rasente il sarcasmo, che contrappunta diverse pagine di questa autobiografia, assieme alle dolorose note che riguardano la sua vicenda familiare. Un’ autobiografia è sempre un azzardo, perché, se da una parte può saziare il desiderio dei fan di conoscere ogni aspetto personale del loro idolo, dall’altra, rischia di deludere le aspettative di chi preferirebbe vedere sottolineati tratti più tecnici del mestiere di musicista. Diciamo subito che, per i primi non c’è problema: la vita privata è esposta in abbondanza – forse troppa – anche se sempre riflessa nello specchio deformante della musica; chi si aspetta di conoscere segreti mai svelati dell’arte di Riccardo Zappa sotto il profilo strettamente tecnico, nonostante il libro sia pubblicato da un editore “chitarristico” come Fingerpicking.Net, sarà meglio che vada a cercarsi gli articoli che lo stesso Zappa firma periodicamente sulle riviste con cui collabora o consulti il suo sito riccardozappa.it, magari interpellandolo direttamente. Zapateria prende le mosse dall’avventurosa esibizione irachena del 2000, poco prima che scoppiasse la crisi scaturita dall’ 11 settembre, quando Saddam Hussein era ancora un partner, ancorché sui generis, commerciale e culturale per Europa e Italia. Di lì si apre il catalogo dei ricordi: dagli esordi sul finire degli anni Settanta con quel disco rivelazione che fu Celestion, attraverso le difficoltà di ogni musicista emergente di farsi sentire e conoscere — a Zappa, bisogna dirlo, andò benissimo, avendo inventato un nuovo modo di proporre la chitarra acustica — le belle esperienze in studio e dal vivo sui più prestigiosi palcoscenici nazionali e internazionali; non senza qualche inciampo, come quando fu “protestato” durante la registrazione dei disco di Gino Paoli, che, tuttavia, lo riconvocò come ospite per il tour dal vivo; ma anche la soddisfazione di avere tenuto a battesimo, come supporter di un suo concerto romano, nientemeno che Pino Daniele, allora esordiente col suo trio; la vittoria per cinque volte di seguito del referendum di Guitar Club, fino a che la redazione non l’ha dichiarato “non più votabile”, replicando lo stesso risultato sulla rivista concorrente Chitarre; le collaborazioni con Mia Martini, Mina, Gaber, Venditti, Mannoia e Ramazzotti, quest’ultimo considerato come una macchia infamante per molti fan di Zappa; gli equivoci sul baffuto collega chitarrista italo-americano, sfruttati innocentemente in qualche albergo, le avventure maldiviane ed egiziane, le chitarre, il rapporto con gli altri musicisti incontrati sulla sua strada, famosi e no. Tutto il racconto, però, è percorso da questa vena di amarezza per un matrimonio finito male, che deve avere segnato profondamente l’artista per averlo spinto a parlarne così apertamente e diffusamente, tanto da imbarazzare chi scrive, avendo l’impressione di osservare dal buco della serratura una vicenda che non lo riguarda. A parte questo, forse l’unico neo di un libro scorrevole e discorsivo, va sottolineato il fatto che il volume si accompagna a due CD: il primo costituito da nove tracce inedite, quindi, a tutti gli effetti, il nuovo disco di Riccardo Zappa; il secondo, e questo è l’aspetto più singolare, contenente il libro in versione audio, letto dall’attore Renato Marchetti, corredato dalla colonna sonora sincronizzata dello stesso Zappa, che sottolinea adeguatamente con le sue composizioni la narrazione. Un’esperienza davvero singolare.
Sarà che i bassisti sono musicisti strani, quasi tutti con quell’aria tipo “io sto qua dietro, mi si sente poco, ma voialtri non andreste da nessuna parte senza di me”; sarà che optare per il basso come strumento è una scelta di vita e spesso è lo strumento che sceglie chi lo suonerà; sarà che, per una volta, bisogna dare torto a Frank Zappa, quando affermava che i bassisti sono chitarristi mancati, anche quando aumentano le corde dello strumento fino a sette e oltre, ma i dischi dei signori delle basse frequenze hanno sempre un clima speciale ed Enzo Pietropaoli non fa eccezione. Anche lui ha quell’aria di cui sopra, un po’ sorniona, furbetta, completamente diversa dalla musica che esprime. In questo Yatra, disco registrato con un classico quartetto piano-tromba-basso-batteria, colpisce subito il morbido feeling che avvolge l’ascoltatore sin dalle prime note di contrabbasso, che introducono Il Mare Di Fronte: sembra un classico blues in sol in sei ottavi, ma con una divisione del tempo inconsueta e una declinazione mediterranea confermata dal bel tema proiettato dalla tromba di Fulvio Sigurtà, mentre Julian Mazzariello strappa un solo di piano dall’accentazione swing personalissima; il successivo Smooth And Blue prosegue nel solco del blues, anche se in una chiave più gioviale e scanzonata e non è un caso che verso la fine del disco Pietropaoli abbia voluto proporre una rilettura di Wild Horses, una delle pagine più belle e ispirate dei Rolling Stones, quando studiavano ancora sui sacri testi di Robert Johnson e Muddy Waters. Poi è la Francia grigia di Pour Que L’Amour Me Quitte, disegnata dal suono rauco del contrabbasso con l’archetto e bagnata dalla pioggia scandita dagli arpeggi di Mazzariello, cui si aggiunge la tromba vellutata e discreta di Sigurtà. Ancora sentimento in forma di canzone senza parole nella bella Il Cuore E L’Azzurro dove la delicatezza del clima è sottolineato dalle spazzole di Alessandro Paternesi, vera àncora ritmica per il resto del quartetto. Un tempo in cinque quarti, che favorisce un tema circolare di stampo balcanico-klezmer, fa da struttura a Onda Minore, dove la tromba sordinata, esposto il motivo, lascia il posto al contrabbasso del leader incorniciato da un velo di tastiere elettroniche sullo sfondo. Dopo una puntata in America con Wise Up, della cantautrice e bassista (!) Aimee Mann, tratto da quel capolavoro del cinema che è Magnolia, il viaggio (questo il significato di Yatra in urdu) si muove ancora più ad oriente con Tum Ko Dheka, per poi addentrarsi nelle brume padane di Quella Cosa In Lombardia di Fiorenzo Carpi e Franco Fortini, straordinaria fotografia ingiallita di un tempo irrecuperabile. Chiude il lavoro Elliptical Song, dall’incedere deciso e sereno. Tutto il resto è silenzio, come diceva Miles, la vera musica verso la quale tutto tende. Ma vale la pena attraversare Yatra, per arrivarci.
Fabrizio Bosso è quasi sicuramente il trombettista più attivo in Italia: non si contano più le sue numerosissime collaborazioni, sia dal vivo, sia discografiche e non solo jazzistiche o para-jazzistiche. Esce quasi in contemporanea con due o tre dischi alla volta. Ora è fuori con Enchantment, l’album registrato con la London Symphony Orchestra diretta da Stefano Fonzi, che ha arrangiato le musiche scritte da Nino Rota per il cinema. Tra poco escono Spiritual, con Alberto Marsico e Alessandro Minetto e Vamos, il nuovo disco di Latin Mood, con Javier Girotto. È in preparazione anche il nuovo di Sergio Cammariere, del quale Bosso è collaboratore storico sin dal primo disco.
È pure vero che il pubblico del jazz ama ancora avere il disco da guardare, leggere, consultarne le note di copertina per vedere chi suona cosa. Ora, parlami di questo Spiritual Trio.
Sei reduce da una serie di concerti con varie orchestre per promuovere il disco Enchantment. Come sono andati?
In effetti non ti sei preso molte libertà dal punto di vista melodico. Più che altro hai dato espressione con scelte stilistiche e timbriche personali.
C’era una volta una bella rassegna organizzata dall’Ente Provinciale di Milano, La Musica Dei Cieli, Voci e Musiche nelle Religioni del Mondo, che per quindici anni ha portato durante il periodo pre-natalizio nelle chiese del capoluogo e dintorni, alcune delle più belle realtà folkloriche e non solo, dai quattro angoli del mondo, col loro bagaglio di cultura e spiritualità. In tempi di crisi, nonostante la musica dal vivo sia un settore ancora abbastanza florido, anche le rassegne pubbliche risentono delle ristrettezze dovute ad obblighi di bilancio e trasferimenti sempre più magri. Se poi ci si mette anche un assessore alla cultura (???) ingegnere elettronico di mestiere e ideologicamente singolare, Novo Umberto Maerna, (sic) a rivendicare identità locali non ben definite e centralità del cristianesimo, forse perché aveva di fianco un rappresentante dell’Arcidiocesi e voleva garantirsi una raccomandazione ai piani altissimi, anche un evento interessante come quello illustrato stamattina allo Spazio Oberdan, perde gran parte del suo carattere di divulgazione culturale e integrazione. E sorge il sospetto che la scelta di invitare solo gruppi di ispirazione anglo-celtico-cristiana, con l’eccezione di RadioDervish non sia dovuta solo a problemi di budget, ma ad una precisa inclinazione ideologica catto-nazional-regionalista. A parte queste miserie, la parte importante, quella musicale, propone un calendario di concerti ristretto tra 12 e 21 dicembre, quasi ogni giorno, in una chiesa diversa della provincia di Milano (nessun tempio del capoluogo è coinvolto): si comincia alla chiesa San Martino di Bollate con Mary MacMaster e Dondal Hay dalla Scozia, arpa e percussioni; il 13 a Solaro, nella chiesa dei SS. Quirico e Giulitta, Gavino Murgia e Luciano Biondini, poli-strumentista il primo (anche cantante particolarissimo), fisarmonicista il secondo, proporranno un’interpretazione di A Love Supreme, da John Coltrane; il 14, nella chiesa di S. Arialdo a Baranzate, il gruppo dei Liguriani, con Il Pastor Gelindo, illustrerà la tradizione natalizia della Riviera e del Norditalia; il 15 a Novate, nella chiesa dei SS. Gervasio e Protaso ci sarà il gruppo gospel The Followers Of Christ, dal South Carolina; il 17, a Lainate, presso la Chiesa di S. Francesco d’Assisi, Laura Fedele al pianoforte, voce e fisarmonica e Sandro Cerino a flauti e ance, eseguiranno standard jazz, spiritual e quant’altro richiami la solennità dell’evento religioso; all’Abazia di Morimondo, il 18, il gruppo Enerbia rievocherà il Natale contadino (con replica il 21 a Cesate, presso la chiesa dei SS. Alessandro e Martino), mentre Raffaello Simeoni (Novalia) e Massimo Giuntini (ex Modena City Ramblers) porteranno a Senago, nella chiesa di Santa Maria Assunta la tradizione celtica, itinerante tra Irlanda, Bretagna, Spagna e Sudamerica; ancora gospel il 19 ad Arese, nella chiesa Santa Maria Aiuto dei Cristiani con Earl Bynum & As We Are, feat. Cora “Sister” Armstrong, dalla Virginia; il 20 i già citati RadioDervish e la loro suite In Search Of Simurgh, ispirata dal classico della letteratura sufi “Il Verbo Degli Uccelli”, monumentale opera poetica persiana, paragonabile alla Divina Commedia dantesca, suoneranno a Garbagnate, nella chiesa dei SS. Eusebio e Maccabei. Come leggete, in confronto ad altre edizioni, i confini culturali e spirituali sono ridotti quanto i budget a disposizioni e l’orizzonte mentale di certi amministratori. I concerti sono tutti ad ingresso libero e alle 21, con l’eccezione di quello all’Abazia di Morimondo alle 17. Ad integrazione, vista la scarsità dell’offerta, va segnalata la breve rassegna Antichi Organi In Concerto, altri cinque concerti iniziati domenica 4, fino al 18, in alcune chiese dotate di strumento d’epoca della provincia di Milano.
La sua voce è un violoncello, affonda nelle frequenze più basse e oscure, si impenna in quelle più brillanti, a volte si sgrana e vibra come l’archetto sulle corde. Persino la sua chioma fulva ricorda certe sfumature del legno armonico di cui è fatta questa musica. Sarah Jane Morris ha una vocalità unica e sembra normale che sia accompagnata da un’orchestra unica nel suo genere, un ottetto di violoncelli guidati da Enrico Melozzi, ideatore e realizzatore di questa magia. Cello Songs si apre con Fast Cars, il primo e unico grande successo di una cantautrice, Tracy Chapman, che sembra avere dato il meglio di sé al debutto: subito il suono è scarno, solo una chitarra, quella di Dominic Miller e la voce che intona le prime note, ma dopo pochi versi ecco emergere gli archi, come una marea che sale e riempie lo spazio intorno e scandisce il ritmo leggero di questa canzone di inquieto disagio. Pino Daniele è, invece, una sorpresa, non ti aspetti che Sarah Jane canti in napoletano, col suo accento improbabile. Eppure anche questo ha un senso, o ti sembra che l’abbia, tanto è liquido il piano di Danilo Rea, che si unisce all’orchestra. Love Is Pain è il grosso rischio che si è preso Enrico Melozzi, di confrontarsi con Morricone e il tema Love Is Pain da C’era Una Volta In America: forse è il pezzo più prevedibile, per certi versi, già orchestrale di natura, meno sorprendente, ma risolto dalla cantante con la giusta misura di drammaticità. The Blower’s Daughter di Damien Rice è uno degli episodi più alti del disco: gli archi in continuo movimento, contrastano con una linea melodica dilatata, distesa, incantevole, mentre Danilo Rea inanella frasi di pianoforte e ricorda il miglior Zawinul. Illumination, è una malinconica e originale passeggiata sulla spiaggia deserta, accompagnata da rimpianti e nostalgie, contrappuntate ancora dai luminosi arpeggi di Miller. Un inedito e sorprendente Boy George, She Always Hangs Out Her Washing, sembra preso di peso dal repertorio dei trovatori seicenteschi. Un altro brano originale della stessa Morris, Migratory Birds, dal ritmo variabile, ora rilassato, ora incalzante, profondamente venato di blues, precede un altro momento topico del disco: Blue Valentines. Il celebre motivo di Tom Waits, pur senza le caratteristiche asprezze sonore e vocali dell’originale e su un tempo forse troppo veloce, mantiene un certo grado di commovente languore. L’orchestrazione e vocalizzazione del Clair De Lune di Debussy, un tema già frequentato in molte versioni, arriva quasi in chiusura di album come un crepuscolo inatteso, ma seguito paradossalmente da un’esplosione di luce, d’archi e voce: Sarah Jane Morris si trasforma in un coro gospel per intonare la conclusiva Mother Of God, infilzata dai sovracuti scintillanti e precisi di Fabrizio Bosso. Cello Songs – nulla a che vedere con Nick Drake, se non per un certo clima drammatico – è uno dei lavori più belli, originali e intensi usciti quest’anno. Buttate l’ipod e le cuffiette, chiudete il computer, riaccendete lo stereo, se ancora ne avete uno e sedetevi davanti alle casse: ne varrà la pena.